REFERENDUM | 23 Giugno 2016

Renzi ha paura e si rimangia la parola

Referendum, in caso di vittoria dei no Renzi sempre più convinto a non dimettersi. Una scelta che fa tabula rasa della sua credibilità, condanna il Pd ad una serie prolungata di sconfitte elettorali e liquida la democrazia rappresentativa

di ROBERTO BETTINELLI

Perse in malo modo le elezioni comunali, Matteo Renzi ha davanti a sé la sempre più difficile prova del referendum costituzionale. Un appuntamento in merito al quale sta pensando di cambiare strategia. Se prima lo slogan era «considero chiusa la mia esperienza politica qualora dovesse vincere il no» oggi a prevalere, vista la recente debacle delle urne, sarebbe la tesi opposta. Niente dimissioni. Secondo la nuova lettura non sarebbe necessario far dipendere la durata dell’esecutivo dall’esito referendario. Renzi, alla stregua dei tanti politicanti che hanno sempre prediletto la difesa contro ogni decenza del proprio interesse, non sarebbe più disposto a lasciare pur avendo ripetutamente dichiarato il contrario. 

Ma una simile decisione rappresenterebbe il secondo esiziale errore del premier che prima ha legato a sé la sfida del referendum mentre ora tenterebbe di allontanarla. 

Il segretario del Pd è salito al potere pugnalando alle spalle il compagno di partito Enrico Letta e beneficiando del lavoro di sponda eseguito magistralmente dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sulle ali della vittoria ottenuta alle primarie. Pare che adesso sia proprio Napolitano a suggerire al delfino di fare retromarcia in merito alla promessa di dimissioni nel caso di un insuccesso al referendum. Un consiglio sensato ma che arriva troppo tardi. E se è vero che nella politica il tempismo è tutto, e molto spesso lo è davvero, Renzi dovrebbe guardarsi bene dall’assecondare lo sponsor che gli ha spalancato le porte di Palazzo Chigi. Dopo aver personalizzato al massimo la battaglia referendaria nella convinzione di poter contare su una vittoria facile facile, il premier è spaventato. L’impresa è tutt’altro che alla sua portata. I sondaggi danno alla pari i sì e i no con i secondi in crescita rispetto ai primi. 

Dalle elezioni comunali il Pd è uscito massacrato. Sono stati i grillini a impartire una dura lezione a Roma e Torino, Sinistra Italiana ci ha pensato a 'Sestograd’ mentre gli avversari storici delle destre hanno imperversato nel Friuli di Debora Serracchiani, numero due del Nazareno e collaboratrice strettissima di Renzi. Qui il tridente costituito da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia si è aggiudicato niente meno che la città Trieste. Nelle precedenti elezioni comunali il centrosinistra aveva conquistato la quasi totalità del bottino mentre cinque anni dopo deve inseguire il centrodestra e nel duello con il Movimento 5 Stelle ha rimediato batoste umilianti. Solo la vittoria fortunosa e rocambolesca di Sala a Milano, ottenuta con i voti cruciali di quella sinistra che Renzi ha sempre snobbato, ha impedito una disfatta per il segretario del Pd che dopo il trionfo delle europee pensava di poter replicare «la modalità 40%» ogni volta che l’avesse voluto. Ma gli italiani, a causa della sua incapacità di ridurre le disuguaglianze e il malessere sociale come ha ben sottolineato Romano Prodi nell'intervista a Repubblica, hanno smesso di credergli.

Bravissimo a fare lo spaccone quando ha il vento in poppa, Renzi sta dimostrando di non saper gestire la sconfitta. Non c’è altro modo per interpretare il clamoroso dietrofront che, insieme al suo staff, sta meditando sul referendum. Di segnali preoccupanti d'altronde ce ne sono fin troppi. La 'preferita’ Maria Elena Boschi, a capo dei comitati dei sì, ha evidenziato una totale mancanza di sintonia con gli elettori. Schierata pubblicamente al fianco di Roberto Giachetti nel ballottaggio contro Virginia Raggi a Roma e diventata protagonista dell’episodio delle telefonate ai simpatizzanti del Pd che tanto ha suscitato la curiosità dei media, al momento del voto finale si è rivelata del tutto ininfluente. Il candidato Pd, sostenuto dallo stesso Renzi, è stato quasi doppiato dall’esponente del Movimento 5 Stelle. Intanto D’Alema pretende uno sdoppiamento fra le cariche di presidente del consiglio e segretario del partito e non è il solo a ribadire che ad ottobre non voterà per i sì. Dai territori giungono lugubri avvertimenti e la segreteria del Nazareno sarà rinnovata con il risultato che il ‘cerchio magico’ dovrà incamerare figure esterne, meno succubi rispetto alla linea dominante se non apertamente ostili. 

In una situazione Renzi non può pensare di cavarsela facendo cadere l'impegno sul referendum. In questo modo decreterà la fine della sua carriera e condannerà il Pd ad una serie prolungata di rovesci elettorali ben più gravi di quello delle ultime comunali.

Sarebbe, in sostanza, il fallimento della democrazia rappresentativa. Un meccanismo che funziona sulla base della delega concessa dal popolo agli eletti. Un’istituzione che non comporta il mandato imperativo ma che chi si basa sulla fiducia. Le elezioni hanno il preciso obbiettivo di garantire il diritto degli elettori che sono chiamati a giudicare i governanti. Li bocciano o li premiano e il criterio della scelta sta tutto nella percezione della loro credibilità. Il dilemma, in definitiva, è se possono fidarsi oppure no. 

Un politico che manca di realizzare una promessa solenne alla quale ha addirittura legato il suo futuro politico, merita soltanto di essere punito dal voto popolare. Tanto più se il politico in questione è il rottamatore Renzi che ha costruito la sua fortuna sbeffeggiando la casta della prima e della seconda repubblica, è diventato presidente del Consiglio senza essere stato eletto e deve fronteggiare il mito della democrazia diretta celebrato dai grillini in un Paese dove ormai quasi un elettore su due reputa inutile andare a votare. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.