IMMIGRAZIONE | 20 Settembre 2016

Renzi: «L’Italia farà da sola». E come?

Gestione ‘autonoma’ dei migranti: gli annunci enfatici del premier a New York e la carenza strutturale di risorse dell’Italia. E' pensabile ‘farcela da soli’?

di LUCA PIACENTINI

Quando il premier Matteo Renzi afferma che se l’Ue non ci aiuta sui migranti «faremo da soli», che vuol dire? Cosa farà «da sola» l’Italia in questa maxi emergenza? Respingerà forse i profughi in mare? Sappiamo tutti che con la sinistra al governo è inverosimile. In alternativa, accelererà le procedure di identificazione, i tempi per esaminare le richieste e le eventuali espulsioni? Potrebbe. Ma servirebbero soldi e mezzi, cioè più uomini dedicati e un aumento del numero di commissioni per i rifugiati. E dove troverà le risorse? Il bilancio dello Stato scricchiola. Ogni anno l’esame della legge di stabilità contiene il rischio di manovre ‘lacrime e sangue’, che normalmente significano nuove tasse per i cittadini. 

«Se l'Europa continua così noi dovremo organizzarci in modo autonomo sull'immigrazione - ha dichiarato il premier a New York, dove partecipa all’assemblea generale dell’Onu - questo è l'unico elemento di novità di Bratislava dove si sono fatte tante parole ma non siamo stati in grado di dire parole chiare sul tema africano. Ecco perché, con un eufemismo, non l'abbiamo presa benissimo. Juncker dice tante cose belle ma non vediamo i fatti. E' un problema dell'Europa. L'Italia farà da sola, è in grado. Ma questo è un problema per l'Ue».

Ormai praticamente tutte le forze politiche sembrano allinearsi - almeno a parole, vedremo poi alla prova dei fatti - alla posizione tradizionale del centrodestra, per cui il problema immigrazione va affrontato anzitutto all’origine, cioè negli Stati, spesso falliti, dove ha origine l’emergenza, e nei Paesi confinanti che fanno da ponte con l’area geografica di destinazione dei richiedenti asilo, nel nostro caso gli Stati europei. 

Ebbene: «fare da soli» equivale forse a stanziare autonomamente i fondi e mettere in campo le risorse fisiche e umane per ristrutturare il sistema economico e le istituzioni altrui? Non scherziamo. Ci sono almeno due ordini di difficoltà: una politica, l’altra di bilancio. Il governo italiano sta dimostrando di non essere capace di progettare e realizzare riforme strutturali in casa propria. Figuriamoci promuoverne e sostenerne in casa d’altri. E poi, come detto, quanto potrebbe destinare in termini di trasferimenti a questi Paesi ‘bisognosi’? In ogni caso sarebbe una goccia nel mare rispetto alle reali esigenze. 

Immaginiamo non sia necessario ricordare i richiami periodici della Nato, che agli alleati, Italia compresa, rinfresca la memoria su quanto siano lontani dal 2% Pil nella spesa militare. Stanziamenti che non sono indifferenti agli arrivi dei migranti, visto che ad entrare in azione per soccorrerli nel Mediterraneo sono le imbarcazioni della Marina, che come minimo devono essere mantenute efficienti e in grado di operare in modo costante. 

Quanto ci è costata l’emergenza? Pur riflettendo sui modi e la convenienza di leggere l’immigrazione come «opportunità» invece che esclusivamente come «costo», nel delineare gli scenari di politica economica, il Centro studi di Confindustria rileva che «nell’immediato, però, gli immigrati per ragioni umanitarie sono un importante costo per lo Stato: la spesa pubblica per soccorso in mare, accoglienza, sanità e istruzione è stata pari a 2,6 miliardi di euro nel 2015 ed è stimata salire a 3,3 miliardi nel 2016. I benefici economici dell’immigrazione ottenibili nel medio-lungo periodo dipendono dall’integrazione degli stranieri, specialmente nel mercato del lavoro. L’inserimento occupazionale risulta tuttavia più problematico per i rifugiati che per altre tipologie di immigrati: secondo stime Banca d’Italia essi hanno ancora, a cinque anni dall’arrivo in Italia, una probabilità di impiego inferiore di 12 punti percentuali rispetto a quella di altri immigrati». 

Tra 2015 e 2016 si parla di quasi 6 miliardi di euro. E’ tanto, per molti troppo. Miliardi che ogni anno pesano sui contribuenti italiani. Come aggiungerne altri? Volendo essere ‘autonomi’ non è possibile chiederli all’Ue. Come affrontare dunque l’emergenza profughi a monte ma «facendo da soli»? 

Nelle ultime uscite pubbliche, il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni ha sollecitato il premier a chiedere un’operazione dei caschi blu dell’Onu per identificare i migranti in Africa, e ha sottolineato di avere fermato gli sbarchi nel 2011 con accordi bilaterali e rimpatri, come richiamato anche nel documento firmato insieme ai governatori Giovanni Toti e Roberto Zaia. Un memorandum che però a Palazzo Chigi non ha avuto grande eco, almeno stando a quanto dichiarato dallo stesso Maroni: «Come governatori abbiamo mandato al governo le nostre proposte e nessuno ci ha chiamato, siamo stati ignorati e questo non è giusto». 

C’è una distanza stellare tra quel che sembra promettere il premier e le reali possibilità di percorrere una strada solitaria nella gestione dell’immigrazione. Da un lato gli annunci enfatici, dall’altro la pochezza dei mezzi. Non basta: dalla scarsa attenzione riservata alle Regioni che hanno delineato una proposta organica sul tema, dal governo sembra mancare la capacità di dare vita ad una collaborazione fruttuosa anche sul fronte interno. Ma se si vuole «fare da soli» rispetto all’Unione Europea, non si hanno risorse economiche sufficienti e nel contempo non si promuove neppure lo scambio di proposte e soluzioni con le istituzioni locali, che cosa rimane? 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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