GENERAZIONI IN GUERRA | 24 Novembre 2016

Renzi, leader vecchio non creduto dai giovani

Referendum: i giovani pronti a votare ‘no’ in massa. Renzi seguita a parlare di cambiamento ma non viene creduto perchè è un leader che incarna la vecchia politica ossessionata dal potere

di ROBERTO BETTINELLI

Sul referendum costituzionale si è detto di tutto. E giustamente. Ma alla vigilia del voto un dato si è imposto nei sondaggi. I ‘vecchi’, ossia coloro che hanno oltre 50 anni, sono intenzionati a votare come voterà Renzi. Ossia per il ‘sì’. Al contrario i giovani, fino a 34 anni, sembrano attratti dal ‘no’. Coloro che cadono nell’età di mezzo, fra i 34 e i 50, risultano i più incerti.

L’appuntamento elettorale del 4 dicembre è stato caricato dal premier di un significato epocale, presentando il ‘sì’ come il simbolo del cambiamento e attribuendo ai sostenitori del ‘no’ la responsabilità di lasciare il Paese imprigionato in un immobile passatismo. Il tema del rinnovamento, di cui il segretario del Pd è un abile utilizzatore come si evince dello slogan della rottamazione che l’ha reso celebre in tutto il Paese e che gli ha consentito la scalata del Nazareno prima e del governo poi, ha monopolizzato la campagna del ‘sì’.

Bisogna ammettere che, rispetto al campo semantico del ‘no’, battere sul chiodo del cambiamento permette di evocare concetti più suggestivi e affascinanti, di maggior presa e coinvolgimento. Un’arma di cui Renzi, la Boschi e i tanti ‘strilloni’ del Pd che stanno attraversando in lungo e in largo l’Italia sono perfettamente consapevoli. E di cui, purtroppo, stanno brutalmente abusando fregandosene dei principi di lealtà e di correttezza come testimoniano le denunce dell’Agcom per l’eccesso di apparizione televisive del presidente del Consiglio o le segnalazioni di alcuni consiglieri nel Cda della Rai.

Ma resta il fatto che nel periodo convulso e drammatico di una prova elettorale all’ultimo sangue, e dalla quale dipende la sopravvivenza del governo e di tutto l’entourage renziano, emerge il paradosso dei giovani che si sono schierati contro la narrazione del cambiamento mentre i vecchi hanno fatto la scelta opposta, sposando ciecamente la causa del ‘nuovismo’ a tutti i costi.

Francamente sarebbe stato prevedibile il contrario. Il motivo di una tale inversione non è poi così difficile da individuare e sta nel fatto che, in fondo, la proposta di Renzi non è giudicata credibile proprio da chi dovrebbe goderne i benefici in prima persona. Ossia coloro che si affacciano al mondo del lavoro e che devono ancora costruirsi una propria vita oppure sono impegnati nel farlo, alle prese con un Paese che viene descritto ottimisticamente da Renzi come una sorta di eden e che in realtà offre uno scenario ben più angusto e avaro di opportunità.

Quando parla di cambiamento Renzi viene respinto dai soggetti che più dovrebbero essere benevoli nei suoi confronti, e non solo per una vicinanza anagrafica, ma perché i giovani sono strutturalmente connessi con le dinamiche più mobili e cangianti in atto nella società. In parte perché rappresentano, attraverso l’originalità delle loro idee, il motore dell’innovazione. E in parte perché, in virtù della flessibilità e incompiutezza della loro vita, sono meno disponibili a sentirsi realizzati dentro ruoli definitivi.

Ma è proprio il fatto di vivere a così stretto contatto con il tema del ‘nuovo’ e dell’apertura rende i giovani, a differenza degli anziani o degli adulti, molto più esigenti. Sono più propensi a valutare non solo la quantità del fenomeno, accontentandosi di una semplice rottura rispetto da passato, ma si concentrano sulla qualità dei cambiamenti. A loro interessa principalmente il ‘come’ si definiscono le condizioni degli scenari inediti che vengono imposti o annunciati dalla politica.

Tanto per essere chiari: se il Jobs Act renziano avesse davvero risollevato le sorti del mercato del lavoro strappando alla disoccupazione centinaia di migliaia di giovani italiani è evidente che il presidente del Consiglio sarebbe percepito da questa platea di beneficiari come un interlocutore attendibile. E conseguentemente i ‘sì’ avrebbero oggi sopravanzato i ‘no’. Cosa che non avviene nonostante i potenti mezzi di comunicazione di massa che Renzi ha impegnato nella battaglia referendaria.

A ciò si aggiunge il fatto, assolutamente decisivo, che il premier ha scelto come terreno di manovra non la comune e prosaica esistenza delle persone, puntando a ottenere migliorie capaci di incidere concretamente sugli standard di vita, ma l’ambito astratto e valoriale del testo costituzionale. Un segmento indispensabile dal momento che è qui che si determinano le regole di gestione del potere pubblico, ma che viene ritenuto lontano e in ogni caso, qualunque sia l’esito del referendum, è destinato a rimanere ad uso e consumo dell’odiata casta.

Renzi ha scelto una strategia autoreferenziale che ha dato la precedenza alla forma rispetto alla veracità dell’esistenza, intervenendo sulla brutta copia del modello invece che sull’originale. Un escamotage che puzza di codardia e rassegnazione e che non è sfuggito all’attenzione dei giovani, sempre dubbiosi e ricettivi quando c’è da nutrire un legittimo sospetto verso le edizioni mai sopite del paternalismo.

Renzi parla ai giovani, da politico 40enne quale è, ma lo fa in modo vecchio essendo ossessionato dall’ambizione del potere. Per il segretario del Pd ogni riflessione sul cambiamento è strumentale e non sostanziale come lo è, invece, per i suoi coetanei o per coloro che hanno meno anni di lui e che, messi davanti all’evidenza di un messaggio che nega la realtà che vivono quotidianamente sulla loro pelle, si sentono istintivamente autorizzati a non credergli. E fanno bene. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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