ULTIMO SHOW DEL 2015 | 29 Dicembre 2015

L'Italia rallenta ma Renzi spara i razzetti

Renzi e la conferenza stampa di fine anno. Un delirio di onnipotenza che trasfigura la realtà di un Paese che arranca fra le democrazie industriali come rilevano economisti UE e Istat. Una menzogna che serve a legittimare chi non è mai stato eletto

di ROBERTO BETTINELLI

La conferenza stampa di fine anno tenuta da Renzi a Montecitorio, visto il protagonista, non poteva che trasformarsi in una roboante tappa elettorale. Perché è così che il premier vive il suo impegno politico. Come una campagna perenne in cui lo scopo primario è ottenere la fiducia, e il voto, degli elettori. 

Il che significa, ovviamente, che Renzi è predisposto alla menzogna più di quanto lo sia il politico medio che in genere vi fa ricorso massicciamente proprio quando corre per essere eletto. E’ il tempo delle promesse e degli annunci. Un repertorio di speranze che vengono sistematicamente deluse una volta ottenuto lo scopo dell’investitura.

«L’Italia va bene grazie a me», è questa la tesi del segretario del Pd che non perde occasioni di sbandierare successi veri e presunti. 

C’è l’Italia che racconta Renzi, bella, solare ed efficiente, e c’è l’Italia della realtà ossia un Paese che è scivolata al nono posto nella classifica delle economie mondiali, ha un debito pubblico astronomico, tassi di disoccupazione fra i più alti in Europa, un reddito per abitante che seguita a contrarsi a partire dagli anni ’90 e una produttività in calo che la rende una mosca bianca fra le democrazie industriali. 

E’ questo il ritratto del Paese disegnato dai tre economisti che rivestono posizioni chiave nella Commissione Europea: Dino Pinelli, István P. Székely e Janos Varga. Si tratta di supertecnici che stanno esaminando per conto delle istituzioni comunitarie la legge di stabilità varata dall’esecutivo Renzi. Una manovra in deficit che porterà al 2,4% del Pil il passivo fra entrate e uscite e che, per essere attuata, deve superare il severo esame di Bruxelles. 

Una prova non facile se si considera che i tre economisti, nelle conclusioni pubblicate sul sito www.vox.eu, hanno ribaltato nettamente l’esultante narrazione renziana.

Che Renzi ami spararle grosse ormai è cosa nota. Perché lo faccia un po’ meno. Ma la risposta è semplice. E’ obbligato a farlo. Il premier non è stato eletto. Siede sullo scranno di Palazzo Chigi solo grazie alle trame dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dopo la marcia trionfale nelle primarie del Pd. Renzi, in sintesi, ha bisogno di legittimarsi quotidianamente davanti agli elettori di una nazione che guida pur non essendo mai stato votato da nessuno. 

Una situazione aggravata dal fatto che un pezzo importante della sua maggioranza, il Nuovo Centrodestra di Alfano, non esisteva al momento del voto delle politiche. Il partito è nato successivamente a seguito di una scissione dal vecchio Pdl. Insomma, i parlamentari di Ncd sono stati eletti con il centrodestra ma ora governano stabilmente con il Pd con il risultato di aver tradito platealmente il volere degli elettori. 

Si tratta di una duplice e grave infrazione alle regole democratiche di cui Renzi è profondamente consapevole. Altrimenti non si spiegherebbe la sua ossessione di presentare dati positivi alla nazione anche quando la loro entità è così esigua da sfiorare il ridicolo. Questo è, infatti, l’effetto che suscitano fra le persone di buon senso i famosi zero virgola che, stando a lui, annuncerebbero una mitica ripresa e una nuova età dell’oro. 

Uno scenario contraddetto dallo studio pubblicato su Vox che illustra un Paese rallentato, privo dell’ossigeno degli investimenti esteri che latitano per una evidente mancanza di governance politica. Anche l'esecutivo Renzi, in sostanza, non è stato capace di curare tare ataviche come la burocrazia, le lentezze giudiziarie, lo sfiancante percorso ad ostacoli che deve intraprendere chi vuole fondare un’impresa, lo scarso numero di laureati e la loro difficoltà insormontabile a trovare un posto di lavoro, la paralisi di una ‘buona scuola’ che non dialoga con le realtà produttive e, aggiungiamo noi, un costo del lavoro e una tassazione su imprese e famiglie che non hanno eguali fra i Paesi dell’Ocse. 

E’ un giudizio duro, realistico, e che di certo non collima con le ricostruzioni della propaganda renziana che non manca di servirsi della televisione di stato come non ha osato fare nessun altro presidente del Consiglio della seconda repubblica. 

Il ‘sistema Italia’, come dichiara l’Istat che a dicembre ha rilevato un calo della fiducia di imprese e consumatori che tocca livelli drammatici in alcuni settori come il commercio e le costruzioni, è un’altra cosa rispetto alla fantasie del premier.

Un quadro che il Centro Studi di Confindustria ha ben tratteggiato sottolineando i senza lavoro hanno raggiunto gli otto milioni nonostante il Jobs Act e che metà del reddito delle famiglie è devoluto al fisco. Analisi che hanno spinto il responsabile del dicastero dell'Economia, Pier Carlo Padoan, a coniare la definizione di «stagnazione secolare».

Ma non c’è posto per ‘questa Italia’ nella narrazione di Renzi. Dire le cose come stanno senza incensarsi e ricorrere a messaggi subliminali del tipo ‘guardate come sono bravo’ costringerebbe i cittadini a farsi delle serie domande sul perché un premier mai eletto abbia in mano le chiavi di un Paese che arranca e sopravvive a fatica. Mandarlo a casa, a questo punto, sarebbe una tentazione irresistibile. E assolutamente legittima. 

 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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