REFERENDUM | 14 Gennaio 2016

Senato, si allarga il 'fronte del no'

Riforma del Senato, Renzi e Boschi deridono l’eterogeneo ‘fronte del no’ dimenticando che governano con Alfano e Verdini. La nuova costituzione favorisce solo il Pd. Chi l’ha capito fa bene a protestare. A prescindere dai colori politici

di ROBERTO BETTINELLI

Renzi e la Boschi fanno bene, dal loro punto di vista, ad esultare dopo il voto positivo della Camera sulla riforma del Senato ma fanno male, da ogni punto di vista, a reagire con scherno davanti al ‘fronte del no’ che è nato spontaneamente in parlamento e che unisce le forze del centrodestra, il Movimento 5 Stelle e la sinistra di Sel. 

«Divertente», ha commentato il ministro delle Riforme in merito alla strana alleanza che invece risulta, visto il contesto, assolutamente logica, opportuna e che tutto merita tranne che essere denigrata da chi è stato in grado di reclutare perfino Denis Verdini.   

La riforma della costituzione ha superato l’ennesima lettura a Montecitorio e ora, per essere approvata definitivamente, ha davanti a sé altre tre prove. Il terreno di scontro sarà sempre di natura istituzionale ossia le Camere. Luoghi dove il premier e la maggioranza hanno dimostrato di poter agire con un certo margine di sicurezza. Dopo di che la battaglia si sposterà nel Paese con il referendum confermativo. Saranno quindi gli elettori a pronunciarsi sul nuovo assetto dello Stato. Questo sì un difficile scoglio per la coalizione che oggi annovera Pd, Nuovo Centrodestra, Udc e i transfughi di Forza Italia. 

Rispetto alle stanze del potere il ricorso alle urne rappresenta un ambito più insidioso per Renzi che, con l’intento di tenere compattare le truppe spaventate all'idea di interrompere una legislatura che deve continuare ad assicurare prebende e privilegi, ha minacciato di porre fine all’esperienza del governo qualora l’esito fosse negativo. 

Sul fatto che il bicameralismo perfetto sia un’anomalia tutta italiana, e che vada abolito, all’interno del ‘fronte del no’ il giudizio non è unanime. Non tutti sono d’accordo. Ma in tanti sì. Di certo lo è la parte più corposa in termini di consenso: le forze di centrodestra che in passato si sono mosse per attuare i mutamenti istituzionali che garantissero più governabilità nel Paese. Nel 2006 gli italiani sono stati chiamati a votare il referendum istituzionale che vedeva da un lato il centrodestra sostenere il premierato incentrato sul rafforzamento dell’esecutivo e dall’altro le sinistre che lo osteggiavano a spada tratta. Furono queste ultime a prevalere a livello nazionale mentre i primi si aggiudicarono una vittoria esemplare, ma non sufficiente, in Lombardia e in Veneto. 

Inutile dire che se avesse vinto il centrodestra oggi non saremmo qui a parlare delle scalcagnate riforme di Renzi e della Boschi, ma soprattutto l’Italia avrebbe già potuto beneficiare di una costituzione adeguata alle sfide dei tempi. 

Coerentemente con quanto fatto in precedenza Silvio Berlusconi, quando era in auge il Patto del Nazareno, era ben predisposto verso il tentativo di sottoporre a revisione la magna carta in una prospettiva di superamento degli steccati partitici. E’ noto, però, che le cose hanno preso una piega diversa. E ciò è accaduto perché Renzi non voleva mettere mano alla costituzione con l’obbiettivo di raggiungere il risultato operativamente più efficace e democraticamente più equo, ma favorire in modo fazioso il Pd. Di più: la sua leadership nel Pd. 

Non c’è altro modo, infatti, di intendere il combinato fra il depotenziamento del Senato dove il governo corre i maggiori rischi visto l’esiguo vantaggio e la nuova legge elettorale dell’Italicum che assegna il premio di maggioranza alla lista, e quindi al partito, scardinando la logica di coalizione che ha sempre premiato le alleanze e le campagne elettorali di Silvio Berlusconi. 

Si è visto inoltre quanto poco convenisse collaborare con il premier. Quando era in essere il Patto del Nazareno, Forza Italia è scivolata al di sotto dei minimi storici mentre la Lega di Salvini accresceva il proprio consenso e gli ex berlusconiani passati nel campo avversario, vedi il ministro dell’Interno Angelino Alfano, assistevano inermi alla distruzione della loro immagine pubblica. 

Non bisogna stupirsi dell’ampiezza del ‘fronte del no’ che si sta affacciando in parlamento e che vede uniti il Movimento 5 Stelle con la Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia ma anche Sel, gruppuscoli radicali e intellettuali progressisti, perfino alcuni parlamentari del Pd. Insomma le costole della sinistra che reputano intoccabile la ‘legge delle leggi’ che ha tenuto a battesimo la repubblica. 

E’ un fronte eterogeneo, evidentemente contraddittorio nelle origini delle storie e delle famiglie politiche oltre che sotto il profilo delle rivendicazioni. Ma tutti hanno in comune l’ostilità verso il piano di Renzi. E questo, in democrazia, basta e avanza per creare un ‘movimento’ che ha individuato la ragione di una battaglia e che all’indomani del voto del referendum potrebbe rivelarsi maggioritario nel Paese.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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