IL POPOLO E LA CASTA | 22 Gennaio 2016

Renzi vince in aula ma perde nel Paese

Renzi trionfa in parlamento, ma non nel Paese reale. Gli italiani non accettano il trasformismo eletto a sistema di potere da un premier mai eletto che nega la dialettica fra maggioranza e oppposizione

di ROBERTO BETTINELLI

Non hanno dovuto aspettare molto i parlamentari di Ala, il gruppo guidato da Denis Verdini. Chiuso con successo l’iter della riforma istituzionale grazie al loro contributo, che si è rivelato cruciale in Senato, sono passati all’incasso. Renzi, prodigo come sempre quando c’è da cementare le basi della maggioranza e del governo, ha elargito tre presidenze nelle commissioni di Palazzo Madama. E non si tratta di poltrone irrilevanti, ma di carichi da novanta dal momento che parliamo di settori come Bilancio, Finanze e Difesa. A questi vanno aggiunti altri due segretari nominati nella commissione Esteri e, ancora, alla Difesa. Insomma, da come sono andate le cose a questo giro i transfughi di Forza Italia hanno fatto il pieno. E siamo solo all’inizio perché la strada per arrivare alla fide della legislatura, il 2018, è ancora lunga e impervia. Renzi non lesinerà certo sugli alleati.  

Denis Verdini, dato per certo il declino del partito di origine e spinto dalla necessità di allontanare il momento delle elezioni che per lui si annuncia a dir poco nefasto, non solo è passato al nemico ma ne è diventato il principale reclutatore. E’ lui che da mesi continua a sobillare deputati e senatori forzisti promettendo di tutto e più con l’obbiettivo di attirarli nell’orbita del governo. Dal canto suo, Renzi, ha messo a disposizione gli strumenti necessari perché l’operazione vada in porto suscitando le ire della minoranza dem che si sta domandando quale tipo di maggioranza e, di partito, abbia in mente il premier.

Una riposta che, analizzando il comportamento del segretario del Pd da quando si è insediato a Palazzo Chigi, risulta alquanto facile: allargare la maggioranza imbarcando chiunque possa dare un voto in più e trasformare il Pd in un un contenitore che ha come missione la quantità dei consensi e non la qualità o la coerenza dei programmi. 

Un piano che sta riuscendo unicamente grazie al trasformismo che spopola nelle due Camere e grazie ad una svolta ‘autoritaria’ che ha costretto il partito a rinunciare al modello assembleare per adottare quello lideristico. 

Il quadro è complesso e pieno di rischi come dimostrano i sondaggi che vedono il Pd in continua flessione. Il 30% attuale, a fronte delle mance elettorali che il governo continua ad elargire con generosità individuando di volta in volta nuovi target obbiettivo, è poca cosa se lo si confronta con il 30% del tridente Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia, il 26% del Movimento 5 Stelle e con il 5% di Sel-Sinistra Italiana al quale va aggiunto un altro 2,5% portato in dote da Landini. 

Numeri alla mano, il piano di Renzi trionfa nei luigi del potere istituzionale ma sta fallendo nel Paese. E’ la prova che la sua leadership non ha minimamente ricucito lo scollamento fra elettori ed eletti. Se così fosse le opposizioni non avrebbero le cifre che hanno né le avrebbe la sinistra notoriamente ostile al segretario del Pd. Una forza, questa, che può contare anche sulla minoranza dem che a Roma subisce solo sconfitte ma che nei territori detiene ancora il controllo del partito. 

Gli italiani stanno dimostrando poca o scarsa affezione, se non addirittura repulsione, per un premier che non è stato eletto da nessuno e che ha messo mano alla costituzione riducendo il parlamento ad un mercato delle vacche, screditando le istituzioni, e privando la democrazia degli anticorpi di una sana contrapposizione fra maggioranza e opposizione.

Unica risorsa, questa, per individuare con certezza le responsabilità dei governi agli occhi del popolo. Quanto al Pd, bisogna vedere che cosa resterà nel 2018 del partito che nel giugno di quattro anni prima, come ama ricordare il premier, «è stato il più votato in Europa». Se Renzi non trova il modo di arrestare l’emorragia di tessere e consensi in corso rimarrà ben poco. Di certo non abbastanza per assicurargli altri cinque anni alla guida del Paese.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.