CHE COSA CAMBIA | 17 Settembre 2015

Riforme, ci guadagnano solo Renzi e il Pd

Perché mantenere in essere un Senato inutile e costoso? E perché l’Italicum con la soglia ridicola del 3% consente a cani e porci di entrare in parlamento? Ecco come Renzi ha riscritto la Costituzione a esclusivo vantaggio suo e del Pd

di ROBERTO BETTINELLI

La tragicommedia della riforma costituzionale si consuma tra i ‘vamos’ di Renzi, l’appello tremante del presidente del Senato Grasso a non «relegare le istituzioni in un museo» e il doveroso ma sterile rifiuto delle opposizioni. In tutto questo bisogna chiedersi che cosa ci guadagnano i cittadini. 

Che il bicameralismo perfetto sia una sciocchezza non ci sono dubbi. La presenza di due Camere con le stesse competenze non fa che aumentare il rischio della paralisi delle istituzioni. Cosa che è ripetutamente avvenuta in Italia. Un paese dove il parlamento ha sempre ospitato un numero eccessivo di partiti. Piccoli, grandi e piccini. Tutti attraversati da rivalità e divisioni, privi di compattezza e di seri riferimenti ideali, dediti alla tattica e al trasformismo, arroccati nella tutela dei privilegi e delle clientele, ingabbiati nell'autoreferenzialità e poco o per nulla inclini alla costruzione di coalizioni solide. 

Nel contesto di una instabilità permanente una riforma del Senato che vuole imporre una chiara gerarchia fra le due Camere, subordinandone una rispetto all’altra, appare un’iniziativa di pregio. Ma resta il fatto che il nuovo Senato ideato da Renzi, per quanto non elettivo, seguiterà a vivere. I rappresentanti saranno i consiglieri regionali oltre a un manipolo di nominati che saranno indicati dal presidente della Repubblica. Palazzo Madama, nella versione post riforma, non potrà votare la fiducia al governo né le leggi ordinarie. Ma potrà, all’occorrenza, respingere le norme varate dalla Camera che, in virtù della sua superiorità, sarà legittimata a fregarsene. 

Un quadro di questo tipo obbliga a chiedersi perché, a fronte di una convinzione ben radicata nell’opinione pubblica a favore del ridimensionamento degli spazi in cui la politica esercita insopportabili diritti di rendita, si seguita a tenere in vita una cariatide istituzionale. Tanto più che il nuovo Senato dovrà rinunciare al potere più rilevante delle assemblee elettive. Ossia il potere di legiferare. 

Non si può nemmeno dire che si tratta di una riforma ‘neutra’. Attualmente le forze di opposizione sono presenti in massa nella Camera alta che, non a caso, rimane il tallone di Achille dello scacchiere renziano. Al Senato la maggioranza ha numeri risicati. Sbattendo fuori i rappresentanti eletti dai partiti e sostituendoli con i consiglieri eletti, reclutati dalle regioni in larghissima parte guidate dal Pd, Renzi avrà a disposizione un’assemblea meno forte in merito alle competenze ma più forte in merito alla composizione. Sarà, cioè, un’aula a completa disposizione del suo partito. Un aspetto cruciale in vista della dura trattativa con la minoranza dem che potrebbe all’ultimo minuto riportare in carico a Palazzo Madama funzioni ben più importanti di quelle che sono state concesse finora. 

La verità è che il Senato andrebbe abolito del tutto. Andrebbero eliminate tutte le spese per il personale, auto blu, segreterie, , costi di manutenzione, interventi di riqualificazione. Un valore che supera il mezzo miliardo di euro. L’Italia potrebbe farcela benissimo con una sola Camera. Forse Renzi, come scrive il Corriere della Sera, ci ha anche pensato. Di certo un colpo di spugna sarebbe senz’altro più coerente con il messaggio della rottamazione che ha condotto alla gloria il segretario del Pd. Ma se questo è davvero il pensiero di Renzi c’è da chiedersi perché non sia andato fino in fondo. Le motivazioni possono essere due. O si tratta di una delle tante smargiassate alle quali l’inquilino di Palazzo Chigi ci ha ormai abituato. Oppure si tratta di realismo politico: se il Pd è andato in pezzi davanti ad un ridimensionamento del Senato figuriamoci che cosa sarebbe successo nel caso di una cancellazione tout court. 

E’ da sottolineare che il mantenimento in essere dell’assemblea di Palazzo Madama appare una vera presa in giro se si considera che Renzi, nel momento in cui spalanca le porte ai consiglieri regionali, vuole privare le regioni di competenze strategiche come energia, infrastrutture e trasporti. Anche di questo, infatti, si parla nella sua riforma. Il governo centrale sarà dotato del potere di legiferare in ambiti che finora sono stati assegnati in esclusiva alle regioni. Un aspetto che solleva sinceri sospetti sull’impatto di una legge che sembra fatta apposta per tarpare le ali alle due regioni settentrionali a guida leghista, Lombardia e Veneto, da sempre impegnate in un contenzioso senza fine con il potere centrale. 

Ma la riforma del Senato non può essere valutata nel modo corretto se contestualmente non si prende in esame l’Italicum che in origine prevedeva un premio di maggioranza alla lista capace di ottenere il 40% dei voti. Un meccanismo che, se studiato con attenzione, nasconde qualche sorpresa. I partiti potranno dare vita a ‘listoni’ senza dover rinunciare alla loro autonomia e al conseguente potere di ricatto mettendo in crisi governi e alleanze. Non ci sarebbero quindi grandi differenze rispetto allo scenario attuale. Certo, l’alternativa proposta dalle opposizioni di assegnare il premio alla coalizione lascerebbe tutti con le mani più libere. Ma anche qui, se Renzi cedesse, il potenziale innovativo della legge sarebbe fortemente ridotto. In merito al premio per il vincitore non deve essere sopravvalutato: il Pd è un partito di ampie dimensioni ma al suo interno sopravvivono correnti simili a micro partiti in lotta fra di loro. Lo stesso valeva per il defunto Pdl. Un contenitore che è andato letteralmente in frantumi a causa dell’ambizione smisurata dei ‘colonnelli’ in rivolta contro Silvio Berlusconi. 

L’Italicum non può essere esente da accuse di faziosità. Il doppio turno con il ballottaggio fra le due forze più votate sembra essere fatto apposta per avvantaggiare il Partito Democratico. La soluzione del testa a testa finale premia chi ha la possibilità di presentarsi come seconda scelta. Un profilo che risponde esattamente a quello del Pd di Renzi, un partito ‘pigliatutto’, ben posizionato a sinistra ma anche al centro. 

Il vero punto di rottura sarebbe quello di alzare la soglia di sbarramento che consente l’ingresso in parlamento ai partiti e che finora è stata fissata al 3%. Troppo bassa. La proverbiale instabilità della politica italiana driva dal sovraffollamento parlamentare. Renzi dovrebbe alzare la soglia almeno al 5%, come in Germania, obbligando leader e sigle ad unirsi. Ne risulterebbe un parlamento più ordinato, più efficiente e più rappresentativo. Affidare il destino della nazione ai veti e ai capricci di piccole clientele organizzate è il modo migliore per non tutelare nessuno: minoranze e maggioranze. 

Alla luce dei fatti le riforme renziane sembrano giovare soprattutto a Renzi e al Pd. Il monocameralismo e la contrazione del numero di partiti sono assenti. E se non ci sono è proprio perché non sono gradite né al premier né al suo partito. Ma è di questo che avrebbe davvero bisogno la politica italiana. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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