GRANDI EVENTI | 24 Luglio 2015

«Rilanciare la cultura? Meno vincoli e più privato»

Francesco Donati, direttore artistico del Concorso Lirico Internazionale di Portofino che riunisce i 100 migliori talenti del mondo: «Cultura e business? Binomio possibile. Ma bisogna agire su leva fiscale e taglio della burocrazia»

di REDAZIONE

«C’è un solo modo per consentire all’Italia di esercitare il primato internazionale nel campo dell’arte e della cultura. Bisogna dare più spazio ai privati. Lo Stato non può fare tutto. Non ha né le risorse economiche né le competenze professionali». Francesco Donati, 32 anni, è il direttore artistico del Concorso Lirico Internazionale di Portofino e presidente dell’associazione Giovanni Bottesini. Alle spalle una Laurea in Giurisprudenza e un master in management dello spettacolo presso l’Università Bocconi in collaborazione con l’Accademia della Scala e il Piccolo Teatro di Milano. Ma il vero salto di qualità è arrivato con l’esperienza maturata sul campo presso l’Opéra National de Paris.

Francesco Donati vive e lavora a Crema (Cr), è sposato con una cantante lirica, Veronique Mercier, e ha un figlio di 2 anni, Edoardo. E’ proprio dalla sua città che ha mosso i primi passi fondando nel 2009 l’Associazione Bottesini per «promuovere la riscoperta e la valorizzazione dei musicisti cremaschi». Presidente lombardo del Gruppo Giovani dell’Associazione Dimore Storiche Italiane, nell’aprile del 2015 ha organizzato a Crema il concerto dei contrabbassisti del Teatro alla Scala. E’ il responsabile della cultura del Circolo dell’Unione di Milano.

Lei è un manager culturale. In che cosa consiste il suo lavoro?
«Ho fondato l’Associazione Bottesini per realizzare eventi musicali di portata nazionale e internazionale. Organizzare una manifestazione richiede fantasia, disciplina, relazioni importanti, umiltà, fiducia degli sponsor e un grandissimo rispetto per il pubblico».

Come e quando è nata la passione per l’opera lirica?
«Mia moglie è una cantante lirica. E’ lei che mi ha iniziato. Poco alla volta il mondo dell’opera mi ha conquistato. E’ una delle creazioni più straordinarie del genio italiano. Il 48% delle opere eseguite nel mondo sono in lingua italiana».

Ma da qui a decidere di trasformare la passione per la lirica in un lavoro vero e proprio ce ne vuole…
«L’organizzazione di un evento è indispensabile per far conoscere a apprezzare le opere d’arte di qualunque genere esse siano. La direzione artistica esprime un gusto specifico, uno stile, oltre che una forte passione. Fare in modo che altre persone vivano esperienze estetiche indimenticabili, devo dire che questo mi gratifica molto. Per mia fortuna è anche il mio lavoro».

Lei ha lavorato all’Opera di Parigi. Quale è la differenza rispetto all’Italia in merito alle modalità di gestione e di fruizione degli eventi culturali?
«La lirica ha bisogno di un terzo pagatore. In Francia e in Italia è rappresentato dallo Stato. La differenza è che il governo di Parigi stanzia più fondi e adotta una strategia finalizzata alla concentrazione. Poche istituzioni, ma estremamente competitive. L’Opera di Parigi e il museo del Louvre sono i due fiori all’occhiello di una macchina culturale efficiente. Negli Stati uniti spicca il ruolo dei privati che beneficiano di ingenti agevolazione fiscali. E’ la soluzione che stimola maggiormente la responsabilizzazione nella gestione delle risorse». 

E l’Italia?
«Vanta punte di eccellenza assoluta come La Scala di Milano, ma i fondi stanziati sono inferiori e si pagano gli effetti di un gap comunicativo inspiegabile. La Francia crede davvero che la cultura possa diventare una chance di affermazione della coscienza nazionale oltre che un business di successo. L’Opera di Parigi ha 1.600 dipendenti. Il piano della comunicazione è ambizioso. Non ci sono remore nel superare steccati che in Italia sembrano invalicabili. Ho partecipato personalmente a un progetto di sensibilizzazione che aveva come target i giovani delle banlieux parigine».

L’Italia ospita il maggior numero di siti inclusi nella lista del Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Come è possibile valorizzarle ai fini della ripresa economica?
«Sono in molti a dire che questo è il vero petrolio dell’Italia, ma resta il fato che non vene sfruttato. La cultura è un investimento che non consente un rientro in tempi rapidi. E’ simile a un’infrastruttura. Ma le potenzialità sono enormi se consideriamo che le attività culturali pesano per 300 miliardi di euro sul Pil nazionale». 

Il concorso lirico di Portofino è una sua idea. Come è nata e quali sono le finalità?
«Il concorso è un anello fondamentale del mercato della lirica. Portofino vuole essere un appuntamento di importanza internazionale. Ho pensato di coinvolgere il direttori dei principali teatri nella giuria: Dominique Meyer dello Staatsoper di Vienna, Peter de Caluwe del Teatro La Monnaie di Bruxelles, Patricia Cuesta del Teatro dell’Opera di Oviedo, Jochen Schönleber del Belcanto Opera Festival di Bad Wildbad, Tobias Richter del Grand Théâtre di Ginevra e Fortunato Ortombina del Teatro La Fenice di Venezia. E’ una giuria unica, composta da professionisti che sono al vertice di alcune delle principali istituzioni culturali dell’Europa e del mondo».

Perché Portofino?
«E’ un luogo splendido e celebre in tutto il mondo. Il Comune ha risposto prontamente. L’altro partner è la Banca Carige che ha creduto subito nell’iniziativa. Il 27 luglio iniziano le eliminatorie mentre il 31 luglio ci sarà il  concerto con i vincitori. Abbiamo oltre 100 iscritti. Vengono da tutto il mondo. Alcuni sono esordienti mentre altri sono professionisti con una carriera già avviata. Ogni cantante deve indicare sei arie. C’è grande libertà nel repertorio: dal classico al contemporaneo. Abbiamo previsto premi in denaro e limiti di età: 33 anni per i tenori e i soprani, 36 per i bassi baritoni, i contralti e le altre vocalità. Saranno accompagnati dall’Orchestra Filarmonica del Piemonte diretta dal Maestro Aldo Salvagno. Ci aspettiamo una buona risposta del pubblico».

Secondo le statistiche la cultura muove il 15% del Pil italiano. Eppure è considerata la ‘Cenerentola’ dei bilanci pubblici. Perché?
«L’opera non potrebbe sopravvivere senza aiuti da parte dello Stato. Il Teatro La Scala è sovvenzionato per il 50%, ma è un’istituzione di fama mondiale che contribuisce alla reputazione del Made in Italy almeno quanto le nostre case di moda. Il punto è proprio questo. La ricchezza del patrimonio artistico del nostro Paese è tale che può mettere in crisi qualunque governo». 

L’Italia ospita oltre 3mila musei e 34mila luoghi di spettacolo. Non sarebbe meglio spingere verso la concentrazione come accade in Francia e negli Stati Uniti?
«Il rischio delle sovraccarico è reale. Ma non bisogna cadere nella tentazione di voler dare qualcosa a tutti. Una debolezza della politica che spesso nasconde logiche clientelari. Preferisco il sistema francese dove si concentrano le risorse su un numero ristretto di istituzioni che hanno gli strumenti per esercitare un richiamo internazionale. Il Louvre ha un fatturato superiore a quello di tutti i musei italiani». 

Quale deve essere secondo lei il ruolo dei privati? E’ pensabile una ‘esternalizzazione’ dei beni artistici?
«L’Italia non ha mai veramente investito nella cultura. Il ministro della Cultura è una figura di secondo piano che gestisce budget ridicoli. Bisogna scommettere sui privati che devono sentirsi liberi di investire nella cultura».

Ma come è possibile invogliare una grande azienda a investire nella cultura?
«Meno fisco e meno burocrazia. So di aziende che volevano investire milioni di euro e che hanno desistito davanti a difficoltà burocratiche insormontabili. Il caso di Pompei è clamoroso. E’ uno dei luoghi più visitati al mondo. Qui sarebbe possibile ipotizzare una gestione diretta dei privati sotto la supervisione della sovrintendenza. Sono convinto che si potrebbero ricavare i margini per investire nei restauri e nelle opere di ripristino che ora sono ferme al palo. Sui teatri lirici è più difficile». 

Un manager culturale opera in continuazione scelte di natura organizzativa, economica e artistica. Quali sono le sue priorità?
«Non mi cimento mai in un progetto se non ci sono le risorse adeguate. E' il solo modo che mi consente di tutelare la qualità artistica che a mio avviso resta la componente più importante. Un fattore cruciale e inderogabile».

Il prossimo progetto?
«Voglio fare qualcosa per la mia città. Ho intenzione di rilanciare il Premio Bottesini, uno degli appuntamenti più celebri al mondo per i contrabbassisti. L’ultima edizione risale all’inizio dello scorso decennio. Credo che tutto potrebbe essere pronto per la primavera del 2017. E’ un progetto che richiede molto tempo dal momento che i partecipanti hanno bisogno almeno di un anno di studio. E’ una bella sfida. Per me, indubbiamente, ma anche per la mia Crema». 

 


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L'Informatore - Quotidiano liberale

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