PENSIERO UNICO | 24 Febbraio 2017

Rinunciare alla lotta? Il monito di Chesterton

La tendenza è quella di pensare che non si debbano difendere le proprie idee, perché, così facendo, si accentuerebbero le divisioni e le dialettiche. Alcune riflessioni di Chesterton ci mettono in guardia da questo rischio

di GIUSEPPE ZOLA

Oggi vorrei tornare su di un tema già accennato altre volte, perché mi pare che si stia accentuando una tendenza che mi pare incomprensibile e, a lungo andare, anche pericolosa. La tendenza è quella di pensare che non si debbano difendere le proprie idee, perché, così facendo, si accentuerebbero le divisioni e le dialettiche. Questa tendenza appare presente un po’ in tutto il mondo culturale ed anche in tanti cattolici.

In un breve saggio del 1936 dedicato a questo tema (i veri profeti dicono le cose anche con ottanta anni di anticipo), il grande G.K.Chesterton scriveva che alcuni pensano che «la mancanza di lotta in quanto tale impedirebbe ad altri di combattere, o di impadronirsi, senza colpo ferire, di quanto essi volessero». Riferendosi, in particolare, al tema del pacifismo, aggiungeva «che non è possibile condurre una politica di pacifismo né di qualsiasi altra cosa, se non si vorrà distinguere un’idea dall’altra, scoprire da dove ci vengono le idee, e con quali altre idee esse contrastano». Mi pare che sia proprio ciò che sta avvenendo ai nostri giorni, quando si crede che, per andare d’accordo, in pratica occorra tacere su tutto, perché la dialettica porterebbe all’odio e quindi alla guerra. Siamo messi ben male se la nostra civiltà si è venuta a trovare a questo livello. Segno di civiltà non è tacere, ma parlare liberamente tra uomini e donne e stimarsi ugualmente, al i là delle diversità di pensiero. Come accadde a Chesterton, che considerava un suo grande amico la persona con cui più aveva polemizzato per tutta la vita e cioè il positivista Bernard Shaw.

In un altro saggio, sempre del 1936, G.K.C. scriveva che «uno dei peggiori guai attuali consiste nel fatto che si lodi come gusto nuovo semplicemente quella condizione che trova tutto insipido. Lo si offre quasi fosse un senso nuovo, mentre non è nemmeno una nuova sensibilità, ma piuttosto l’orgoglio di una nuova insensibilità».

L’aspetto più grave del pensiero unico, infatti, è quello di voler appiattire tutto, rendendo tutto, così, insipido. Con una aggravante: che, attraverso questo appiattimento, si tende, in verità, a rendere tutto omogeneo e noioso, facendo fuori il fascino umano e cristiano di difendere la verità delle proprie esperienze. Questa è la strada verso un pensiero dittatoriale e persino totalitario. Infatti, costoro chiamano “omofobia” qualsiasi idea differente dalla loro in tema di famiglia e di sesso e chiamano “islamofobia” (come capitò a Benedetto XVI) ogni tentativo oggettivo di sottolineare criticamente alcuni aspetti almeno discutibili del mondo musulmano.

Posso capire che tutto ciò capiti alla cultura “laicista”, per il semplice fatto che tale pensiero oramai non ha più nulla da dire e, quindi, non ha più nulla da difendere. Il loro relativismo ed il loro nichilismo sono andati così avanti che oramai si trovano svuotati di ogni ideale, il che, tra l’altro, sta provocando il disfacimento della civiltà occidentale.

Meno comprensibile, invece, è l’atteggiamento imbelle (culturalmente parlando) di tanti cattolici, i quali hanno la responsabilità non di difendere delle proprie idee, ma di trasmettere a tutti esperienze e, quindi, anche idee che sono state loro consegnate da un Altro, uomo come noi, ma Dio da sempre e per sempre. E se è per sempre, non c’è alcun momento o periodo della storia in cui un cristiano possa rinunciare a testimoniare (fino alla morte occorrendo) e lottare per rendere presente il tesoro che ha ricevuto in dono. Stare in silenzio costituisce un grave peccato di omissione ed una grave responsabilità dei confronti di un “mondo” sempre più disperso e confuso. I cattolici devono continuare a testimoniare e lottare, se vogliono continuare ad amare i propri fratelli uomini.


GIUSEPPE ZOLA

Giuseppe Zola svolge la professione di avvocato a Milano. E' stato vicesindaco e assessore a Palazzo Marino.

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