POLITICA | 11 Aprile 2018

«Ripartiamo da un vero lavoro culturale»

Conversazione con Massimiliano Salini, europarlamentare PPE, alla vigilia dell’incontro “C’è ancora libertà in politica?”, che si terrà giovedì 12 aprile a Sesto San Giovanni. Relatore, oltre a Salini, il sindaco di Sesto Roberto Di Stefano

di ELISA GRIMI

Giovedì 12 aprile alle ore 21, presso l'Auditorium della BCC in viale Gramsci 194 a Sesto San Giovanni, si terrà l'incontro “C'è ancora libertà in politica?” con ospiti Roberto Di Stefano, sindaco di Sesto San Giovanni, e Massimiliano Salini, europarlamentare del gruppo PPE. L’incontro, a ingresso libero, si inserisce nel ciclo sul tema “La libertà di educazione” ed è promosso dal Centro Culturale Arca di Sesto San Giovanni. In questa conversazione con Massimiliano Salini, alcuni dei temi che verranno trattati durante la serata.

Onorevole Salini, qual è la sua visione della politica italiana? Guardando alle ultime elezioni, e alle insolite coalizioni formatesi, crede ci sia ancora uno spazio di autentica libertà in politica? 

Lo spazio di autentica libertà in politica non dipende dalle circostanze esterne, ma dallo spirito e dall’obiettivo con cui ciascuno, personalmente, decide di affrontare la sfida della dimensione pubblica. Naturalmente non sfugge il fatto che le ultime elezioni abbiano consegnato un contesto in cui si vedono i frutti più maturi di una situazione di confusione che sta montando da ormai diversi anni. Parlo volutamente di confusione, e non di cambiamento. Certi fenomeni, infatti, come ad esempio il grande successo del Movimento 5 Stelle al Sud, non hanno nulla di nuovo, ma rispecchiano dinamiche molto note e “vecchie”, quali la ricerca di una facile risposta assistenziale alle proprie esigenze primarie. In tutto questo, bisogna coltivare il proprio spazio di autentica libertà come un tesoro prezioso, puntando molto sul lavoro culturale e sul recupero di un senso autentico dell’impegno politico come una delle più alte espressioni dell’essere umano.

Giovedì sarà ospite in qualità di relatore all'incontro “C'è ancora libertà in politica?”. In Europa si assiste sempre di più alla tendenza inversa circa la tutela di una libertà di espressione e di pensiero. Ve ne è grande eco in Italia. Qual è la sua posizione a riguardo?

L’esistenza di un “pensiero unico” che pervade il dibattito pubblico, a livello europeo e quindi anche italiano, è sotto gli occhi di tutti. Dai diritti civili all’immigrazione, tanto per citare solo due esempi, emerge una sorta di via obbligata cui tutti sono chiamati ad adeguarsi, a prescindere da uno sguardo attento alla realtà. Uno dei cardini del lavoro culturale cui ho fatto riferimento in precedenza è proprio questo: contrastare questa propensione all’omologazione di pensiero e azione, e costruire una proposta politica libera. Ma non libera perché diversa; libera perché capace di fissare un obiettivo e perseguirlo, senza impedimenti o chiusure di tipo ideologico.

In Italia si rintraccia con fatica una proposta liberale. Richiamava bene Nicola Porro, nel suo recente volume “La disuguaglianza fa bene. Manuale di sopravvivenza per un liberista”, che lo Stato ha il compito fondamentale di mettere tutti nelle condizioni migliori per produrre la ricchezza, senza la quale la povertà non si potrà mai battere. Si è sempre meno propensi a incentivare una politica che possa dare spazio alla creatività e alla fioritura umana, e dall'altra parte invece a sostenere quegli orientamenti che nella speranza di curare gli interessi di tutti finiscono scioccamente per non fare l'interesse di nessuno. Crede che in futuro possa nascere qualcosa di nuovo?

Il mio impegno in politica è esattamente volto a favorire questo. La proposta autenticamente liberale, fondata su una visione positiva dell’individuo e della sua possibilità di espressione nella società, è la via maestra per impostare una politica corretta e capace di rispondere alle reali esigenze dei cittadini. Lo Stato non è un’entità astratta, di emanazione divina, che si auto-giustifica in sé: lo Stato esiste in virtù della propria capacità di creare condizioni favorevoli alla massima espressione di ciascuno. Certo, sappiamo bene quante resistenze ci sono in Italia ad uscire da una situazione in cui lo Stato decide tutto dall’alto, e i cittadini, ridotti quasi a sudditi, rimangono in una condizione di pura attesa.

Non so se nascerà o meno in futuro qualcosa di nuovo in grado di scardinare questo schema. Nel 1994 è nata Forza Italia esattamente con questo obiettivo. Sicuramente non è stata sempre capace di tenervi fede. La responsabilità di chi ha chiaro l’obiettivo è di continuare a porre l’attenzione su questo tema centrale e lavorare per realizzarlo.

I politici sembrano essere sempre più inconsapevoli dell'importanza della cultura. Si fa politica senza prestare attenzione nell'avanzare, assieme alle tante riforme, anche una proposta culturale. Basti guardare l'imbarazzo nel quale giace il sistema scolastico e universitario, con l'esito agognato del trionfo di baronie e il conseguente risultato di università italiane infelicemente collocate nelle classifiche mondiali. Dove recuperare uno spazio di libertà?

Non esiste buona politica senza una solida base culturale. Non è che bisogna portare avanti, insieme alle riforme, anche un proposta culturale: è che il lavoro culturale deve essere alla base stessa dell’azione politica. Oggi - com’è a tutti evidente - questo non c’è. Se non si ha un’idea di Stato, come si può riformare l’assetto istituzionale? Se non si ha un’idea di educazione, su quali basi si può decidere come impostare il sistema scolastico? Faccio un esempio tratto dalla Costituzione: all’articolo 2 si dice che la Repubblica “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. In quel verbo “riconoscere” è compreso un fortissimo richiamo al lavoro culturale cui sto facendo riferimento, cui segue poi l’azione politica che si attua nel “garantire” i diritti. Senza un’impostazione di questo genere, la politica si riduce a improvvisazione o reazione.

Non sono di recente mancati intellettuali che hanno provato ad evidenziare - seppure senza grandi risultati - la ragione per cui si ravvisa una grossa fatica tra i cattolici nell'individuare un'unità culturale. Esclusi i partiti confessionali, che forse applicano un metodo troppo restrittivo rispetto all'ampio orizzonte politico che supera il solo problema della famiglia, il panorama non è ricco. Che cosa pensa a riguardo?

Penso che la presenza dei cattolici in politica debba essere chiara e ben visibile. Non ho nostalgia del partito “cattolico”. Anzi, ritengo - come riteneva Sturzo - che non ci sarebbe dovuto essere un partito con una definizione confessionale. Al tempo stesso, non posso però negare che sia motivo di confusione il fatto che i cattolici in politica non solo possano essere posizionati in schieramenti diversi, ma possano addirittura difendere tutto e il contrario di tutto, a volte anche in netto contrasto con le posizioni antropologiche caratterizzanti il pensiero cristiano. Probabilmente l’assenza di un serio lavoro culturale, di cui abbiamo parlato sopra, manca anche tra i cattolici. Bisogna ripartire da lì.

Negli ultimi anni il problema dell'immigrazione è stato oggetto di grandi dibattiti. Molti Paesi dell'Unione Europea hanno ravvisato delle difficoltà nel gestire l'ondata migratoria. Si è parlato a lungo di muri e di ponti. Si è anche parlato dei rischi che la continua accoglienza di immigrati comporta. In Italia non si può certamente dire che l'inserimento nella società di queste persone in difficoltà avvenga nel migliore dei modi e molto spesso vige un'enorme trascuratezza portando al generarsi di fenomeni sociali di violenza e di ribellione. Lei che ha uno sguardo più ampio come legge il problema e dove individua una possibile risoluzione?

Tutto il tema dell’immigrazione è stato negli ultimi anni affrontato alternativamente o con leggerezza, o con dogmatismo ideologico. Si è fatta tanta teoria sul concetto di accoglienza, e non ci si è presi la briga di affrontare il fenomeno in termini concreti, cioè politici e sociali. L’effetto è stato disastroso. Da un lato si è favorito il fenomeno delle partenze e degli sbarchi, con il tremendo carico di morti per mare e della vera e propria “tratta degli schiavi” da parte di organizzazioni criminali; dall’altro non ci si è preoccupati di capire come gestire la problematica sociale relativa all’aumento esponenziale di immigrati sul suolo nazionale. Questa non è accoglienza: questa è confusione e superficialità. Uno Stato, o un’unione di Stati, non può permettersi di ridurre una problematica così complessa a un ambito di semplici affermazioni di principio. Ora ci si sta rendendo conto a poco a poco della drammaticità del fenomeno, e c’è quindi la speranza che nei prossimi anni la questione immigrazione possa essere trattata con maggior equilibrio.

Infine guardando alle giovani generazioni non può che emergere un appello alla responsabilità del nostro Paese. La politica viene spesso sentita come un problema lontano e in mano a poteri forti. Il giornalista Mentana, ad una conferenza anni fa, ricordava dinnanzi all'enorme problema della disoccupazione giovanile, che se fossimo stati ai suoi tempi i giovani dinnanzi a qualcosa di ingiusto sarebbero scesi in piazza. Oggi si dichiara già battaglia persa in partenza incarnando con non poco orgoglio il modello greco dell’idiotes, rinunciando a domandare, a discutere a interloquire. Crede che l'ideale dei politai troverà il suo riscatto?

Francamente non ho nostalgia dei tempi di cui parla Mentana, carichi di ideologia e di un modo assai ambiguo di concepirsi “politai”. Scendere in piazza contro la disoccupazione giovanile che senso ha? La svogliatezza di oggi è per certi versi figlia di un periodo in cui, invece di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, si è posto come base della partecipazione alla vita politica il fatto di scendere in piazza o di occupare scuole. Torniamo invece a un serio lavoro culturale. È così che ciascuno può maturare la propria coscienza di “polites”. Incontri come quello di giovedì, ad esempio, sono esattamente la modalità migliore per procedere su un percorso di questo genere.


ELISA GRIMI

Elisa Grimi è Direttore Esecutivo della Società Europea di Filosofia Morale, Direttore responsabile del giornale internazionale di filosofia, Philosophical News, e Project Manager della piattaforma di interconnessione philojotter.com (il cui lancio è atteso nella sua versione definitiva nel maggio 2018). Il 10 maggio 2014 è stata insignita del primo premio della Fondazione Paolo Michele Erede con un lavoro su "Politica e Network". Ha lavorato e svolto attività di ricerca in diversi atenei nel mondo inclusa Italia, Svizzera, Austria, Germania, Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Ha pubblicazioni in italiano, spagnolo, francese e inglese, tra cui con Rémi Brague "Contro il cristianismo e l’umanismo. Il perdono dell’Occidente" (Cantagalli 2016).

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