RIFORMARE L'ITALIA | 11 Dicembre 2014

«Rivoluzione liberale? Ci vuole coraggio»

Secondo Oscar Giannino, giornalista economico di Radio 24 e da tempo battagliero difensore delle idee liberali in Italia, la possibilità di cambiare il nostro paese c'è. Ma per il momento siamo ancora fermi

di ROSSANO SALINI

Un po' speranza, un po' miraggio, un po' progetto politico concreto, la rivoluzione liberale in Italia sembra sfuggire alle quotidiane dinamiche del dibattito mediatico, e riemergere a tratti come l'immagine della creatura indefinita nel lago di Loch Ness. C'è chi ne parla con paura, come un pericolo da allontanare. E c'è invece chi aspetta fortemente che si possa attuare nel nostro paese, per creare condizioni di vita più libera con, in sostanza, più concorrenza, meno burocrazia e meno tasse. 

Ma l'Italia è lontana da tutto questo. L'Indice annuale delle liberalizzazioni redatto dall'Istituto Bruno Leoni ci ha dato ancora una volta l'immagine di un paese in fondo alla classifica in termini di concorrenza e libero mercato. «E quel che è peggio», spiega all'Informatore Oscar Giannino, giornalista economico di Radio 24 e Senior Fellow dell'Istituto Bruno Leoni, «è che a fronte di un problema enorme per il nostro paese – più grande anche del problema della finanza pubblica – vale a dire la perdita ventennale di produttività, la politica nostrana di entrambe le parti non sembra ritenere che l'Italia abbia bisogno di apertura al mercato in quei tanti, troppi settori che restano chiusi a una vera dinamica di concorrenza. Il che, per inciso, significherebbe alzare l'efficienza degli attori coinvolti, nonché trasferire a consumatori e imprese margini maggiori. Purtroppo non è questa la valutazione che la politica italiana considera prioritaria».

Anche il governo attuale si muove nella stessa direzione?

Sì, anche il governo attuale. Guardiamo gli annunci fatti sulle quotazioni di Poste e Ferrovie. Due enormi conglomerati pubblici entrambi con un enorme problema di conflitto di interesse, di sussidi incrociati, legati al mantenimento di quelle attività in cui hanno monopolio universale (corrispondenza e trasporto pubblico locale) insieme ad attività aperte alla concorrenza sul mercato (per Poste l'attività bancaria e di assicurazioni, dove fanno la maggior parte degli utili, e per Ferrovie l'Alta velocità). Eppure la decisione non è di separarli ma di continuare a tenerli integrati, per drenare il più possibile risorse, fregandosene bellamente dell'efficienza che verrebbe complessivamente se li separassero all'atto della quotazione e aprissero alla concorrenza vera. 

Dall'Indice delle liberalizzazioni non emerge proprio nessun elemento positivo sulle condizioni della libertà economica in Italia?

Abbiamo un settore nel quale abbiamo totalizzato un buon margine di beneficio grazie al livello della concorrenza, ed è quello della telefonia mobile. 

Ma non basta...

Direi proprio di no, perché poi ne abbiamo moltissimi altri in cui siamo decisamente indietro. Pensiamo alla televisione: siamo in prossimità a quanto pare di un intervento sul canone televisivo. Ammesso che il governo riesca a fare quello che ha annunciato, e che secondo me ha enormi problemi di legittimità, cioè trasferire il canone in bolletta elettrica abbassandone l'importo, comunque non viene minimamente messa in discussione la definizione di che cosa sia davvero servizio pubblico. Ricordo che in Spagna hanno iniziato molti anni fa, negli anni Novanta, ad abolire il canone, e dal 2010 la televisione pubblica spagnola non manda più in onda spot. Questo sì che è ridefinire il concetto di servizio pubblico, invece di quell'ircocervo strano, misto di tv commerciale e pubblica, che abbiamo in Italia. Anche in questo settore come si vede noi restiamo indietro. 

Insomma, gli esempi di come l'Italia sia poco aperta al mercato non mancano.

Certo. Pensiamo a un altro settore come la banda larga. Noi siamo da anni bloccati su questo argomento perché consideriamo il debito di Telecom – un gruppo privato – come una specie di priorità per il paese di fronte alla quale fermarci, e non riusciamo a favorire gli investimenti da parte di attori che hanno segmenti diversi della banda larga e che andrebbero incoraggiati. Questo darebbe all'Italia un enorme balzo di produttività, visto che abbiamo ancora due terzi del paese dove per le piccole imprese la banda disponibile non consente di operare in modo tale da modificare sensibilmente l'attività e l'offerta. Gli esempi purtroppo sono molti.

Parlando di riforme strutturali necessarie, ricorre spesso l'esempio della Spagna, come lei ha fatto a proposito del settore televisivo. Perché dovremmo seguire l'esempio spagnolo?

Basterebbe guardare quello che loro hanno fatto in pochi mesi e con due governi diversi sul mercato del lavoro. Hanno preso decisioni molto radicali, che hanno dato frutti in termini di occupazione.

Eppure sul mercato del lavoro il governo dice di aver finalmente cambiato le cose...

Non è così. Sul Jobs Act, al di là di quel che di concreto ne verrà in termini di occupabilità nel breve e medio periodo (e io non mi aspetto molto...), noi abbiamo riproposto l'annosa contesa ideologica sull'articolo 18. Che in sé e per sé non è, come sappiamo tutti, la molla per innalzare nel breve e medio periodo l'occupabilità. Non lo è affatto. 

E quale sarebbe invece la molla?

Innanzitutto trovare una soluzione il più possibile rapida ed efficace per uno strumento di sostegno al reddito universale. Ponendo fine al sistema Cassa integrazione, ordinaria, straordinaria e in deroga, che in realtà fa vivere nell'illusione sia imprese che lavoratori. E l'altra questione è avere un'agenzia del lavoro alla tedesca che si limiti a gestire semplicemente un sistema di accreditamento di soggetti, molto più privati che pubblici, ai quali chi ha perso lavoro sia libero di rivolgersi scegliendo lui quale e gestendo il voucher di accreditamento pubblico. Nel Jobs Act, invece, sembra semplicemente che si chiami Agenzia del lavoro la somma degli uffici pubblici provinciali, che danno lavoro solo a chi ci lavora dentro. In Spagna hanno assunto una posizione molto più radicale, non improntata al perenne ideologismo italiano di favorire i contratti scegliendoli dall'alto, come se la politica potesse sapere meglio delle imprese quali sono i contratti che servono, e continuando a promettere un disboscamento dei contratti a tempo. Senza per altro rendersi conto che sono gli stessi dipendenti dei call center a scendere in piazza a difesa dei contratti a progetto, perché sanno per primi che altrimenti quel tipo di impresa, che lavora con margini bassissimi, se obbligata a scegliere tra tempo indeterminato o niente semplicemente delocalizza in altri paesi.

Proviamo a prevenire un'obiezione. Chi auspica un cambiamento liberale in Italia si sente rivolgere solitamente questa accusa: ma come, proprio il cosiddetto neoliberismo ha portato alla crisi, e voi volete insistere su questa impostazione?

Due cose: primo, se guardiamo a casa nostra il neoliberismo – a meno che io mi sia addormentato per qualche decennio – mi pare proprio che non ci sia mai stato. Il nostro paese, ricordiamolo a tutti, ha un livello di spesa pubblica talmente elevato da farci capire che il neoliberismo da noi non c'è mai stato, né per dritto né per rovescio. Ma questo chi muove l'accusa lo sa, e attribuisce le colpe – e passiamo al secondo punto – alla deregulation finanziaria degli Stati Uniti. Be', ricordiamo allora  che questa deregulation fu approvata sotto il presidente Clinton. Ecco quali sono i dati del problema da chiarire. Poi il riflesso condizionato, il mainstream, la riflessologia pubblica alimentata dai media è quella di un pendolo che si muove di nuovo verso lo Stato, come si vede dal fatto che siamo prossimi alla nazionalizzazione dell'Ilva, per fare un altro esempio. Io credo che sarebbe bene non dimenticare che nei quindici anni precedenti alla privatizzazione dell'acciaio, lo Stato italiano con Finsider – secondo cifre del professor Piero Barucci, non mie – bruciò venticinquemila miliardi di lire. E se l'impianto di Taranto ha enormi problemi di impatto ambientale, ricordiamo che fu lo Stato a realizzarlo così, non i privati. Eppure torniamo a dire che lo Stato è l'unica soluzione. Ne pagheremo il conto.

La politica liberale è tradizionalmente pensata come una politica di destra. Poi c'è chi invece da tempo dice che liberalizzare è di sinistra. Le chiedo: secondo lei rivoluzione liberale la si fa da destra o da sinistra? O non c'entra niente con queste categorie?

Per come sono in concreto queste categorie nell'Italia della seconda repubblica, non c'entra né con la destra né con la sinistra. La sinistra l'unica cosa che ha fatto è stato tentare di accreditarsi con delle mani di vernice, e penso alle liberalizzazioni di Bersani, che comunque sono state una cosa positiva. La destra italiana, quando ha vinto le elezioni, di tutto questo si è bellamente dimenticata. Non ha avuto un programma liberale né sulla finanza pubblica, cioè meno spesa e meno tasse, né sull'apertura al mercato di segmenti dell'economia reale. Quindi per la situazione italiana, ripeto, la posizione liberale non c'entra né con la destra né con la sinistra. Però la mia opinione è che chi ce l'ha ben in testa, e abbia un respiro e voglia di fare, deve impegnarsi per costruire piattaforme politiche con idee molto diverse da quelle attuali ma che tentino di tradurre in concreto le idee di cui stiamo parlando.

In conclusione: abbiamo spazio per crederci ancora in questa benedetta rivoluzione liberale?

Assolutamente sì. Il problema non è quello di crederci, perché c'è parecchia gente che ha le idee chiare. Il problema è quello di trovare gente con fegato e coraggio per esporsi. L'evoluzione del sistema politico italiano ci rende qualcosa di anomalo in Europa, e ahimè non abbiamo una solida tradizione delle tre grandi famiglie politiche europee, cioè la popolare, la socialista e la liberale. Noi abbiamo invece coalizioni eterogenee che si richiamano all'una o all'altra famiglia e poi ne contestano le scelte di fondo in Europa. E questo è un altro problema serio, perché credere all'Europa significa cercare di essere anche un po' coerenti. Non significa accettare tutte le regole di adesso, ma cercare di crearne di nuove in maniera costruttiva, stando lontani mille miglia dagli atteggiamenti attuali sia a destra sia sinistra, dove si guarda all'Europa come agli Unni, veri e propri colpevoli dei guai nostri. 


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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