IL NATALE ABOLITO | 30 Novembre 2015

La paura di chi ci condanna all'estinzione

Rozzano: preside cancella presepe, canti di Natale e croficisso per non offendere gli alunni musulmani. Teme di «provocare» dopo i fatti di Parigi. I prof sono con lui. Un caso esemplare di nullità pedagogica e culturale della scuola pubblica italiana

di ROBERTO BETTINELLI

Dopo Parigi è naturale avere paura. Ma se questo è inevitabile lo è anche l’imperativo di non rassegnarsi alla paura. Ciò che purtroppo non è accaduto a Rozzano dove il preside dell’istituto comprensivo Garofani, una scuola frequentata da quasi mille bambini e ragazzi, ha impedito la celebrazione della festa del Natale. Niente canti religiosi che ricordano la nascita di Gesù bambino e niente presepe in una struttura scolastica che ha la fama di essere ‘multiculturale’. Al posto di questi simboli della religione cattolica, che secondo il preside equivalgono a un’autentica «provocazione» dopo gli attentati avvenuti nella capitale francese, ci sarà una più equa, opportuna e politicamente corretta ‘Festa d’inverno’. 

Una soluzione di compromesso, decisamente kitsch se non addirittura pagana nell’ispirazione e nella terminologia. Ma soprattutto inutile nel raggiungimento dello scopo prefissato: il ristabilimento della quiete dopo il clamore suscitato dai fatti parigini. La prova sta nel fatto che, dopo questa decisione, l’istituto milanese è stato trasformato in una combattutissima trincea nazionale fra chi vorrebbe cancellare ogni riferimento religioso cristiano per non offendere i mussulmani e chi, invece, ritiene che il vero dialogo possa essere instaurato soltanto sulla base della chiarezza della propria origine e del rispetto reciproco. 

Una soluzione che, ancora una volta, ha messo a nudo la proverbiale nullità pedagogica e l’insipienza culturale della scuola pubblica italiana. 

A fronte di una legittima levata di scudi di alcuni genitori, già negativamente colpiti davanti alla decisone del consiglio dell’istituto di togliere i crocifissi dalle aule, sorprende infatti la manifestazione dei docenti che si sono schierati per la maggior parte al fianco del preside Marco Parma. Hanno inscenato una vera e propria protesta con tanto di striscione sul quale campeggiava la scritta ‘Noi stiamo con Parma’. 

Prima di tutto bisogna partire dal presupposto che la nascita di Gesù è di per sé una provocazione. Ma a  prescindere dai fatti di Parigi. E lo è per tutti, cristiani compresi. L’atto del dio che si fa uomo non può che essere scandaloso. E’ il ridimensionamento dell’autosufficienza umana. Il messaggio è semplice: l’uomo non è dio. Nè può sostituirlo o usarlo a suo piacimento. Semmai è il contrario. E’ dio che entra nella storia e la governa. Una lezione che mal si concilia con l’ipertrofico concetto di sé che l’uomo ha sviluppato nell’era contemporanea e che rappresenta l’opposto del gesto di chi si erge a giudice supremo e uccide i propri simili nel nome di una qualsiasi religione. 

Non capire questa premessa, asserendo che i canti religiosi e il presepe rappresentano una «provocazione», significa non aver capito nulla di uno dei pilastri della civiltà cristiana. Ossia la civiltà che oggi è sotto attacco e che, proprio perché minacciata, deve reagire difendendo il proprio diritto ad esistere. Un diritto che è negato in tanti Paesi arabi ma che non deve esserlo in provincia di Milano dove ha sede la più grande arcidiocesi del mondo occidentale. 

E qui veniamo ad un altro punto cruciale. Il preside ha dichiarato le percentuali degli studenti che frequentano l’istituto: su dieci otto sono italiani e due islamici. Si tratterebbe quindi di una scuola ‘multiculturale’. Nulla di più falso. Lo dicono i numeri con una evidenza quasi brutale. Otto a due è una maggioranza schiacciante. Anche l’istituto Garofani, quindi, non è ‘multiculturale’. Ma è la testimonianza che le nostre scuole, anche le più esposte all’immigrazione islamica, confermano l’esistenza di una ‘cultura prevalente’. Nessuna pretesa di esclusività, ma la doverosa ammissione di una ‘dominanza’ che ha un'oggettiva e incontestabile base numerica. 

Non riconoscerlo significa adulterare la realtà. L’Italia, per la sua storia e per il ‘peso’ che la religione cattolica continua ad avere nella società, non può essere annoverata fra i Paesi multiculturali come il Libano, l’India, l’Olanda o la Svizzera. L’Italia è quello che è. Ossia una nazione che deve moltissimo al cattolicesimo e che, nonostante una secolarizzazione dilagante, può dirsi in prevalenza cristiana.

Un profilo indiscutibile che include anche la storia politica del nostro Paese. Se non ci fossero stati i tanto disprezzati ‘democristiani’, ai tempi della guerra fredda, saremmo finiti sotto l’ala protettiva del Pci e del comunismo con la conseguenza che molto probabilmente avremmo dovuto sperimentare una dittatura ben più feroce e soffocante di quella del ventennio mussoliniano. 

Il preside della scuola di Rozzano, in un’intervista, ha dichiarato di essersi sposato in chiesa e di credere «nell’indissolubilità del matrimonio». Forse non c’è bisogno di ricordagli che anche questo è un pilastro che sta a fondamento della civiltà che oggi, per colpa sua e di chi ha paura di custodirne i simboli e i valori, la condanna a morte.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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