LO SPETTRO DELLA BREXIT | 17 Giugno 2016

Salini: «Londra resti. Ma l’Europa deve cambiare»

Il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Intervista all’eurodeputato di Forza Italia-PPE Salini: «UE al bivio. Comunque andrà il voto, dopo il 23 giugno l'Europa non sarà più la stessa»

di REDAZIONE

Mancano pochi giorni al voto sull’uscita del Regno Unito dall’UE e la campagna referendaria è stata interrotta bruscamente da un episodio gravissimo. Una deputata laburista anti Brexit è morta dopo un’aggressione. L'assalitore avrebbe gridatoa al grido: «Britain first». Il Un fatto di sangue è avvenuto proprio quando lo scontro tra i sostenitori delle due visioni contrapposte, l'in e l'out, aveva raggiunto il culmine. 

Il 23 giugno i cittadini britannici saranno chiamati a pronunciarsi. I sondaggi oscillano, alcuni danno in crescita il fronte del «sì» altri in ripresa quello del «no», mentre si moltiplicano le analisi degli esperti e le ipotesi sulle contromisure politico economiche più efficaci per fronteggiare il peggiore degli scenari. 

Quali sono i rischi per l’edificio europeo? Sul lungo periodo la cosiddetta Brexit è una minaccia reale oppure no? Lo abbiamo chiesto all’eurodeputato di Forza Italia-PPE Massimiliano Salini, membro delle commissioni Industria e Trasporti del Parlamento europeo.

Onorevole Salini, manca una settimana al referendum che potrebbe avviare la Gran Bretagna verso l'uscita dall'Unione Europea. Qual è la sua posizione: dentro o fuori?
Nonostante l'autonomia che il Regno Unito ha sempre rivendicato, credo che Londra debba restare nell'Ue. 

Perché?
I legami economici, sociali e culturali che ci legano sono troppo importanti. Londra è stata nostra alleata in diverse occasioni, la sua presenza storica nel Mediterraneo e nel Medio Oriente le consente di comprendere forse meglio di altri il difficile rapporto con questa zona ‘calda’ del pianeta. Senza contare che, in Europa, per anni la Gran Bretagna si è rivelata un contrappeso efficace alla Germania. Che si dimostra ancora una volta incapace di guardare oltre i propri interessi, uscendo da una visione autocentrata dell'UE.

A cosa si riferisce?
Potrei citare molti esempi. L'ultimo in ordine di tempo è il messaggio lanciato dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble: dire che in caso di Brexit Londra sarebbe fuori dal mercato unico è il modo migliore per alimentare le contrapposizioni istituzionali e lo scetticismo tra i britannici. 

Ma questa visione euroscettica che sembra emergere da molti sondaggi nel Regno Unito è giustificata?
Per l'Europa è certamente un campanello di allarme. Se uno stato importante come la Gran Bretagna abbandonasse l'Unione europea, Bruxelles diventerebbe un facile capro espiatorio per tutte le difficoltà che in questa difficile fase storica i cittadini stanno vivendo. D'altra parte, però, una vittoria del «sì» potrebbe dare una nuova spinta al progetto europeo. Comunque andrà a finire, dopo il 23 giugno l'Europa non sarà più la stessa.

Cosa potrebbe accadere in caso di vittoria del sì?
Sul piano economico è difficile fare previsioni. Ci sono studi a sostegno del 'leave' e del 'remain'. Quel che è certo è che l'uscita di Londra nel breve periodo causerebbe grande incertezza sui mercati. Dal punto di vista politico, poi, sarebbe un segnale negativo per la costruzione europea e rischierebbe di avere un pericoloso effetto di trascinamento su altri paesi tentati dall'uscita. Credo che Londra avrebbe più convenienza a restare. E non solo per gli spazi di autonomia che è comunque riuscita a ritagliarsi nei decenni attraverso i negoziati con Bruxelles. Ci sono anche ragioni attuali e, dal punto di vista britannico, molto stringenti: oggi è la piazza finanziaria più importante del continente, un'uscita dall'Unione Europea farebbe perdere centralità alla City. 

Cosa possono fare gli stati membri per sostenere l'Europa? Da dove ripartire?
L'Europa sarà forte solo se guarderà anzitutto all'impresa e alla famiglia. Sono questi i pilastri reali che ancora la sostengono. E da qui occorre progettare il futuro, con misure che valorizzino l’impresa e la manifattura, dicano basta all'austerity e ai vincoli di bilancio ad ogni costo, che danneggiano la crescita e aumentano la pressione fiscale. Proprio in questi mesi Bruxelles ha una grande opportunità per riproporre in modo energico questa visione: dire no al conferimento dello status di economia di mercato alla Cina, che avrebbe conseguenze catastrofiche sull'intero continente. A rischio ci sono almeno tre milioni di posti di lavoro. E’ chiaro, però, che i temi economici non possono prescindere da una solida visione culturale, che per noi nasce dalle radici cristiane dell’Europa, dalla centralità della famiglia e della vita, si sviluppa nei secoli attraverso il genio, il coraggio e la ricchezza umana che ci hanno reso punto di riferimento nel mondo in tutti gli ambiti, dall’arte alla scienza, dalla politica all’economia. 

Tra gli argomenti più usati dai sostenitori della Brexit, c'è la necessità di regolare i flussi migratori, limitando gli arrivi. Di fatto l'Europa ha litigato per mesi sulle quote e non sembra aver dato prova di grande efficacia nel gestire la crisi. Cosa dovrebbero fare Bruxelles e il governo italiano? 
Sono contrario all'accoglienza irresponsabile, senza soluzioni sostenibili. Dobbiamo difendere le nostre frontiere dal terrorismo e dai criminali che trafficano esseri umani, senza però voltare le spalle ai rifugiati. Ma occorre essere chiari: i dati ci dicono che coloro che hanno diritto all'asilo politico sono una minima parte dei richiedenti. È un segnale preciso: serve un cambio radicale di prospettiva nell'affrontare questa emergenza. Di sicuro non è procedendo in ordine sparso, come hanno fatto finora gli stati membri, che si trovano soluzioni di lungo periodo. Il peso della gestione dei flussi non può essere lasciato sulle spalle dell'Italia e dei paesi sud europei, che di fatto rappresentano i confini geografici dell'Unione. Il governo? La proposta del cosiddetto ‘Migration compact’ non mi sembra in grado di cambiare le cose.


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