POLITICA | 05 Marzo 2015

Salvini, Tosi, Maroni: chi vincerà nella Lega?

Lega: governo o antipolitica? Salvini incendia la base, Tosi è per la scissione, Maroni è il volto responsabile. Il Carroccio vola nei sondaggi, ma è sempre più debole e diviso

di ROBERTO BETTINELLI

Le elezioni regionali in Veneto hanno scoperchiato una conflittualità e un malessere che nella Lega durava da molto tempo. Il Carroccio è in preda alle faide e alle divisioni interne. Salvini, Tosi e Maroni rappresentano le anime di un partito che sono fatalmente destinate ad entrare in conflitto. Di certo nel Carroccio non c’è più un solo capo, Umberto Bossi, capace di unire tutte le frange ideologiche e territoriali in un solo movimento del Nord. Ma ci sono più capi, agguerriti e in lotta fra loro. Una situazione che complica parecchio la vita a una formazione che è giunta a toccare quota 15% e che è già riuscita a superare Forza Italia. 

La leadership di Matteo Salvini, per quanto incoraggiata dai sondaggi, è tutt’altro che salda. Il sindaco di Verona Flavio Tosi, segretario della Liga Veneta, non ha avuto paura a contestarla pubblicamente rispondendo all’ultimatum di lasciare la Fondazione ‘Ricostruiamo l’Italia’ con la formazione di un gruppo autonomo nel consiglio della Regione Veneto. Uno scontro aperto che è solo l’antipasto di quello che avverrà quando ci sarà da mettere nero su bianco l’elenco dei candidati che dovranno correre al fianco di Zaia. 

Salvini incarna la Lega di protesta che spara a zero contro tutto e tutti, salvo moderare i toni quando non bisogna recidere del tutto il debole filo con l’elettore medio. Il che vuol dire, nell’ottica del segretario del Carroccio, che si vive all’attacco. Lanciarsi in esperimenti comunicativi che tralasciano i cavalli di battaglia dell’immigrazione e della sicurezza per esplorare tematiche più concrete come la flat tax o l’Europa, è possibile. Ma solo nella prospettiva di una strategia che prevede alcuni passaggi fissi: osare, sondare il terreno per verificare i risultati sul fronte del consenso, cambiare registro alla prima occasione se l’esito non è quello sperato. Salvini si è spinto ad allargare il suo raggio di azione fino a esplorare territori vergini come il meridione. Una mossa rischiosa perché può snaturare una proposta politica nata per esprimere la rabbia del Nord contro lo Stato romano-centrico e la burocrazia ‘sudista’. Ma nonostante i tentativi di estendere la portata dei suoi messaggi per accaparrarsi nuove fette di elettorato, Salvini resta un ‘lepeniano’ convinto: alza i toni, chiama a raccolta il popolo leghista per la battaglia finale contro il governo Renzi, accetta il sostegno di Casa Pound, bersaglia in continuazione il ministro dell’Interno Angelino Alfano, accusato di essere il principale responsabile degli sbarchi dei clandestini in Sicilia e colpevole di stare in un esecutivo al fianco del Pd. 

Il rivale di Salvini è Flavio Tosi, sindaco di Verona. Dalla sua parte ha il merito di aver amministrato una grande città. Un punto di forza, ma anche una debolezza nello scontro con Salvini, un politico puro che non è mai stato vincolato all’obbligo di verificare la realizzabilità di idee e programmi. Un atteggiamento che si è accentuato da quando nel centrodestra si è venuto a creare il vuoto a causa degli impedimenti giudiziari di Silvio Berlusconi. Un’assenza che ha spinto Salvini a lanciare un’offerta pubblica di acquisto su tutto il centrodestra, tanto da proporsi come il rivale unico e assoluto di Matteo Renzi. Una strategia frontale che identifica nel prestigio e nella potenza dell’avversario la propria ragione d’essere e che vuole mettere gli elettori con le spalle al muro, obbligandoli a scegliere fra ‘i due Matteo’. 

Tosi ha maturato un approccio più ‘soft’ e anche quando ha deciso di darsi all’attacco sul piano politico, per esempio spingendo i suoi a contestare Salvini per la deriva che sta portando il Carroccio troppo a destra, ha scelto il profilo di chi condanna l’estremismo. Un approccio cauto che è il frutto di una decisione consapevole. Tosi stesso, infatti, è stato più volte accusato di nurire simpatie per l'estrema destra. Ma a prescindere dal fatto che ciò sia vero o no, il primo cittadino veronese non ha eletto questo come l'elemento strategico del suo messaggio politico che invece va in tutt'altra direzione. 

Una prudenza che contrasta invece con l'atteggiamento di Salvini che ama tenersi le mani libere, fiuta il vento, intercetta gli umori dell’opinione pubblica e sferra colpi micidiali. La sua comunicazione è ipertrofica ed è tutta a favore della rabbia, dell’emozione e del risentimento. Fa male, ma spaventa. Ed è questo il suo limite più grande. Competere quotidianamente con Renzi, il suo grande ispiratore e antagonista, lo costringe ad andare alla carica su tutto. La scelta delle alleanze è consequenziale. Tosi, che è a capo della Lega Veneta, ha deciso di non rinunciare all’Ncd e ha già manifestato l’intenzione di arruolare i centristi di Corrado Passera; Salvini, invece, continua a ribadire che non ne vuole sapere di Alfano e del suo partito accogliendo a fatica Forza Italia. 

Chi invece governa senza troppi scossoni con il Nuovo Centrodestra è Roberto Maroni, a capo della Lombardia. Ottimo ministro dell’Interno che ha ottenuto risultati importanti nella lotta contro il crimine organizzato, Maroni è un leader che ha sposato una linea contraria a quella di Salvini, assumendo tratti più moderati ed equilibrati. La sua Lega non è certo quella dell’attuale segretario. Mentre Salvini ha dalla sua parte la ‘pancia’ del partito formata dalla base e dai dirigenti più infervorati, e non ha problemi a intrattenere rapporti con l’estrema destra rompendo gli argini ‘resistenziali’ che un ex iscritto del Pci come Umberto Bossi aveva stabilito come certi e inviolabili, Maroni attrae nella sua orbita la schiera di amministratori che il Carroccio vanta sui territori. Sindaci, assessori, consiglieri comunali, alcuni molto validi e tutt’altro che estremisti, che negli anni si sono abituati a governare insieme alle altre forze del centrodestra. 

Maroni, Tosi e Salvini rappresentano le anime della Lega Nord: un partito che invece di essere rafforzato e unito dalla corsa solitaria del suo segretario, è caduto nella spirale dei veleni e delle vendette. Nata come un movimento di lotta, la Lega ha perso nel tempo la purezza ideologica per il fatto di essersi misurata con le responsabilità di governo a livello nazionale e locale. Un’esperienza che ha radicato il movimento dei ‘lumbard’ nei territori dell’Italia settentrionale vincolandoli all’amministrazione di Comuni, Province e Regioni. Salvini, accecato dalla missione di battere Renzi sulla scena nazionale, rischia di dimenticare questo dato essenziale e sta esasperando al massimo un messaggio di protesta che lo avvantaggia personalmente, ma rende più fragile il partito. Il Carroccio è spaccato all’interno e isolato all’esterno. Persino Berlusconi, dopo la manifestazione nazionale a Roma contro il governo Renzi, ha preso le distanze da Salvini dicendo che è un «estremista e velleitario». 

Solo dopo le regionali in Veneto si vedrà chi, fra Salvini e Tosi, è destinato a prevalere una volta per tutte. Quanto a Maroni, dovrà decidere se rassegnarsi a rappresentare il volto buono della Lega Nord destinato ad essere marginalizzato dalla violenza dell’antipolitica, oppure se si batterà perché sia la sua Lega a durare nel tempo. Una Lega che preferisce l’azione concreta di chi governa alle furiose illusioni di chi nasce e muore sulle barricate. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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