CRISI MEDIORIENTALE | 07 Dicembre 2017

Scacchiere mediorientale, il pedone è sempre palestinese

Gerusalemme capitale d’Israele: la decisione di Trump svela le carte in gioco sul tavolo del Medio Oriente. Il punto fisso è che i palestinesi restano sempre alla mercé delle nazioni coinvolte

di COSTANTINO LEONI

“Donald Trump ha spalancato le porte dell’Inferno”. La risposta di Hamas alla decisione del presidente Americano di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme non si è fatta attendere. Durante il suo discorso nella città di Gaza, il leader del movimento islamista, Ismail Haniyeh, ha dichiarato che quello di Trump è stato “un deliberato attacco al gioiello più prezioso della corona di Palestina”.

Hamas ha fatto sapere che da oggi (giovedì 7 dicembre) e per tutta la giornata di Venerdì i suoi uomini daranno il via ad una nuova Intifada. Le truppe Israeliane sono in stato di allerta e hanno già rinforzato il loro organico lungo i confini della West Bank preparandosi a manifestazioni molto violente ed eventuali attentati. A Ramallah, Tulkarem, Beit-el, Nablus e Betlemme in queste ore si registrano già i primi scontri tra manifestanti ed esercito. Al momento sembra che le proteste siano spontanee ma il timore di Netanyahu è che nei prossimi giorni verranno riorganizzate in modo da attaccare in maniera più decisa e violenta. Non è ancora chiaro se la strategia dei militanti palestinesi subirà un cambiamento o si limiterà ad attacchi simili a quelli che si sono visti negli ultimi anni durante “l’intifada dei coltelli”: con attacchi improvvisi all’arma bianca o camion lanciati sulla folla. Di certo la rabbia sta montando tra il popolo palestinese che cerca sostegno nel mondo musulmano. Dichiarazioni in questo senso ce ne sono state molte, difficile però credere che alle parole seguiranno i fatti. I sauditi hanno fatto sapere che non approvano la decisione di Donald Trump di riconoscere la totalità di Gerusalemme come capitale di Israele.

La verità però è che a casa Saud la questione Palestinese interessa poco o nulla; in particolare dopo l’ascesa tanto improvvisa quanto sospetta del principe Bin-Salman che ha inaugurato un nuovo corso nelle relazioni tra USA, sauditi e Israele, grazie all’amicizia che lo lega al genero e consigliere di Trump Jared Kushner. I Sauditi hanno ormai da tempo sancito un’alleanza de-facto con Israele in funzione anti iraniana, limitandosi a sparute sentenze anti israeliane e a finanziare tramite organizzazioni caritatevoli la costruzione di nuove moschee in tutti i Territori Palestinesi. Si tratta di un vero e proprio rischio per loro e per la compagine degli stati sunniti del golfo: i discorsi dei principi e dei sovrani si concentrano fin troppo sulla real-politik tralasciando il sentimento di odio dei loro cittadini nei confronti di Israele che rischia di esplodere da un momento all’altro. Le piazze, le madrase e i minareti degli Emirati, del Quwait e dell’Arabia non accetteranno mai l’affronto di vedere la terza città santa dell’Islam in mano al “nemico sionista”. È ormai evidente che il divario tra l’elite sunnite e i popoli che dovrebbero rappresentare si sta facendo sempre più ampio e preoccupante. Gli stati Sunniti, con qualche eccezione, hanno ormai sovrapposto la logica del profitto a quella dell’ideale (per quanto criticabile esso possa essere).  La sconvolgente decisione di Trump ha se non altro avuto il merito di svelare tutte le carte in gioco sul tavolo del Medio Oriente. Che gli Stati Uniti fossero da decenni favorevoli a dichiarare Gerusalemme capitale di Israele non è una novità; il vero obbiettivo dell’establishment americano, oltre che rafforzare ulteriormente l’alleanza con Netanyahu, è capire fino a dove gli alleati sunniti sono disposti a spingersi pur di vedere annientata la mezzaluna sciita. Se alle frasi di circostanza che condannano la decisione americana non seguiranno azioni violente, Trump avrà ottenuto quello esattamente quello che desidera: piegare la testa dei sauditi e dei loro vicini per condurli in uno scontro aperto contro l’Iran e Hezbollah.

Proprio il partito di Dio da tempo è pronto alla guerra con Israele, ai confini meridionali del Libano si concentrano gli uomini di Nasrallah, reduci dalle grandi battaglie in terra di Siria in cui hanno dimostrato una capacità tecnica e logistica che spaventato non poco Israele. Il leader di Hezbollah giovedì pomeriggio parlerà in diretta alla Tv libanese. C’è da aspettarsi una dichiarazione di fuoco simile a quella di Hamas e a quella dell’ayatollah Ali Khamenei. Pochi istanti dopo le dichiarazioni di Trump il leader iraniano ha incitato i musulmani a reagire a questa provocazione: “La Palestina sarà liberata. La comunità palestinese e quella musulmana vinceranno. Gli annunci da parte dei nemici dell'Islam di dichiarare Al Quds (Gerusalemme) capitale del regime sionista derivano dalla loro debolezza e il mondo islamico si opporrà a questo disegno”.

È chiara la speranza di Khamenei di vedere la totalità del mondo islamico sollevarsi contro Israele; difficilmente però la controparte sunnita risponderà al suo appello. Gli unici che fino a poco fa hanno dimostrato di avere a cuore il destino dei palestinesi sono stati i qatarioti, oggi arginati (e il motivo si fa sempre più chiaro) dalla comunità musulmana e accusati di essere sponsor del terrorismo internazionale. Oggi il Qatar è isolato dall’embargo e ridotto ad una Tortuga del Golfo Persico dove imam radicali e fratellanza musulmana trovano riparo per sfuggire ai tribunali dei loro paesi d’origine.

Inutile negare il fatto che i veri sconfitti in tutto questo caos sono ancora una volta i palestinesi, utilizzati da tutte le nazioni coinvolte sullo scacchiere mediorientale come un semplice pedone da sacrificare per arrivare a dare scacco matto all’avversario. Il popolo palestinese, accecato dalla rabbia si lascerà così trascinare in scontri che lo vedranno ancora una volta sconfitto lasciando sul campo giovani vite il cui sangue renderà ancora più lontano il miraggio della pace.


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.