EUROPA E GERMANIA | 30 Settembre 2015

Scandalo VW, in discussione leadership di Berlino

Scandalo emissioni, l’ad Mueller ritira dal mercato 11 milioni di auto. Ma il caso VW ha scosso alla radice la fiducia verso Berlino. Un buon motivo perché l’Italia non soffra più di complessi d’inferiorità e l’UE la smetta con i favoritismi

di ROBERTO BETTINELLI

Undici milioni le auto con i motori truccati. Undici milioni le auto che il gruppo Volkswagen ritirerà dal mercato. Questo ha deciso il nuovo amministratore delegato Matthias Mueller. Non c’è che dire. I tedeschi, incassato un colpo quasi mortale, rispondono con una determinazione insospettabile. Un’azione in grande stile che non serve però a risollevare le sorti borsistiche della casa automobilistica. Ma è certamente un tentativo apprezzabile di salvaguardare la credibilità che la nazione leader dell’Europa si è conquistata nel mondo. 

Una credibilità che oggi è fortemente compromessa. La fama di cui gode la Germania è tutto fuorché usurpata. E’ giusto riconoscere i meriti a una classe dirigente che dalla caduta del muro di Berlino ad oggi è riuscita a riunificare il Paese e a costruire il mito di una produzione industriale imbattibile che è diventata simbolo di sicurezza e qualità. Ma lo scandalo del software manipolato per ridurre le emissioni delle vetture diesel riduce di molto il consenso che ha alimentato l’immagine della potenza tedesca.

Noi italiani siamo abituati ad essere sotto accusa. La nostra indisciplina è famosa almeno quanto la nostra creatività. Ai tedeschi non era mai successo. Smaltiti i compressibili complessi di colpa per aver appoggiato il nazismo e scatenato la seconda guerra mondiale, hanno svolto un ruolo cruciale nel determinare il crollo dell’impero comunista sovietico. In più, a differenza nostra che nonostante i proclami del governo Renzi continuiamo a subire le politiche ostili di Bruxelles, hanno saputo imporre il loro volere alle fragili istituzioni comunitarie. Un rapporto, quello fra UE e Berlino, che oggi però deve essere rivisto. 

Davanti al dato elementare che sta alla base dello scandalo, ossia alla possibilità di sdoppiare i controlli in laboratorio e su strada, viene proprio da chiedersi dove fosse l’Europa quando si decidevano i criteri dei test. Se le verifiche sono materia di competenza dei singoli Paesi, infatti, il quadro generale delle politiche ambientali spetta all’Unione Europea. Il caso Volkswagen, oltre a procurare un danno enorme per la casa madre, rimette in discussione proprio la relazione di sudditanza che l’Europa ha subito finora. E' da rivedere il problema innescato dall’ascesa senza controllo di Berlino che ha messo il suo sigillo irrevocabile sul processo d’integrazione dei 28 Paesi che hanno deciso di aderire all’ibrido politico di Bruxelles. 

La sensazione di una Germania forte e spavalda, a tratti arrogante, in confronto a un'Europa timida e insicura è ormai profondamete radicata nella pubblica opinione. Tanto per chiarirci è dal ’92 che l’Italia è costretta a tirarsi il collo per rispettare i parametri economici e finanziari dettati dalla Merkel e dai suoi predecessori. Vincoli che, dopo aver esercitato un primo e innegabile beneficio, ora potrebbero essere allentati con maggiore convinzione. Anzi, per la verità, nulla è stato fatto in questa direzione. Un risultato che darebbe un bel sollievo a un Paese cronicamente in recessione, obbligato a gioire quando i dati trimestrali dell’Istat fanno registrare ridicoli zero virgola di crescita. 

La Merkel ha sempre dato maggior credito all’immagine che descrive l’Italia come un soggetto poco affidabile, sempre pronto a evadere le regole, dedito a comportamenti truffaldini. I precedenti, d’altronde, sono tutti a svantaggio di una nazione che è entrata nell’eurozona per il rotto della cuffia portandosi dietro il debito pubblico più grande del mondo. 

Ma la storia fortunatamente riserva sempre grandi sorprese. E ora tocca alla Germania essere presa in castagna, umiliata da una truffa ordita proprio da quel comparto dell’auto che è sempre stato il fiore all’occhiello della sua industria e che è in grado di schierare marchi prestigiosi come Volkswagen, Audi, Porsche. 

Di certo non stiamo assistendo al tracollo della potenza tedesca. Ma ciò che è accaduto è una lezione per tutti. Per gli italiani che devono smetterla di avere complessi di inferiorità e devono chiedere ai loro governi di ottenere qualcosa di più da un’Europa che finora ha servito con troppo zelo gli interessi di altri. Per la Germania che non può più vantarsi di essere la nazione predestinata a guidare il vecchio continente e non più esercitare l’arma della soggezione sui Paesi partner sbandierando serietà e rigore morale. E anche per l’Unione Europea che da troppo tempo mostra uno sfacciato favoritismo verso chi, come si è ben visto, ha bisogno di essere tenuto sotto controllo esattamente come come tutti gli altri inquilini del condominio comunitario. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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