ENERGIA | 30 Settembre 2014

Sceicchi addio

Arriva il petrolio “Made in Usa”. Gli Stati Uniti superano gli arabi e diventano il primo produttore mondiale. Mentre l’Europa sta a guardare

di LUCA PIACENTINI

Nella corsa solitaria verso l’indipendenza energetica gli Stati Uniti stanno per bruciare un altro record. Entro poche settimane potrebbero diventare il primo produttore di petrolio al mondo. Sì, è così: estrarranno più dell’Arabia Saudita. 

Lo scrive il Financial Times, che riporta dati dell’IEA, l’International Energy Agency. Ad agosto la produzione americana di petrolio e combustibili liquidi derivati era al livello degli arabi, a quota 11,5 milioni di barili al giorno. Gli Usa potrebbero raggiungere il primato già in ottobre. Un traguardo legato alla rivoluzione introdotta nel settore dallo sfruttamento intensivo dei giacimenti di shale oil e shale gas. 

Si tratta di combustibili ricavati dalle rocce chilometri sotto terra utilizzando il fracking - la fratturazione - e le tecniche di estrazione orizzontale. In parole povere, si pompa acqua nel sottosuolo a pressioni altissime e si frantuma il minerale portando in superficie l’oro nero. E’ così che gli americani compiranno il sorpasso storico. 

E l’Europa cosa fa? Sta a guardare. O meglio: discute, studia, ipotizza. E scrive, pubblica documenti, dichiarazioni di intenti. Al massimo chiede ai cittadini di ridurre i consumi energetici, diversifica le fonti, scommette sul mercato unico delle reti. 

E’ un po’ poco. Gli antieuropeisti inguaribili direbbero che a Bruxelles non fanno nulla. Noi non siamo così drastici. Ma comunque la si pensi sull’Unione europea, il problema dell’approvvigionamento energetico resta lì. Grosso come una casa. E a rimetterci sono sempre i soliti noti: famiglie e imprese.

L’ultimo report dell’Autorità per l’energia prevede l’ennesima impennata dei costi per i piccoli consumatori: + 5,4 per il gas, + 1,7% per l’energia elettrica. L’aumento è dovuto alla crisi russo-ucraina e fa sembrare un palliativo i risparmi (84 euro a famiglia nel 2014) ricavato agganciando i prezzi italiani “a quelli di mercato europei”.

Per ridurre bolletta e dipendenza energetica, in Italia si potrebbe anzitutto far girare le trivelle bloccate nel Sud da leggi e burocrazia. Secondo il governo, aumentando l’estrazione di petrolio si generano lavoro, investimenti e risparmi. La Strategia energetica nazionale prevede al 2020 di “incrementare l’attuale produzione di circa 24 milioni di barili l’anno” creando “circa 25.000 posti di lavoro” consentendo “un risparmio sulla fattura energetica di circa 5 miliardi di euro l’anno per la riduzione di importazioni di combustibili fossili”.

Tutto questo senza contare le nuove tecniche estrattive. In Europa i giacimenti di shale gas non mancano. Intervistato dal settimanale Tempi, il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi sottolinea che “fatta 1 la quantità di risorse disponibili in Europa - spiega Recchi - si può dire che negli Stati Uniti è pari a 1,5 e in Cina a 2,5 volte quella del Vecchio continente” , “ciò che manca - argomenta Recchi - è il consenso politico per sfruttare quelle risorse”. 

Il numero uno dell’Eni sollecita un cambio di passo e invoca un ente capace di rappresentare tutti i paesi europei.

Nel dossier sulle politiche energetiche europee si evidenzia che “una delle caratteristiche dell’Europa consiste nella sua dipendenza energetica dall’estero”. Si ammette l’incidenza devastante sull’economia (“ci costa 350 miliardi di euro l’anno” e “la bolletta non fa che aumentare”) ma la conclusione suona generica e un po’ velleitaria: “Non abbiamo scelta l’Europa deve essere efficiente, solidale e ambiziosa se vuole diversificare le sue fonti energetiche e rotte di approvvigionamento”.

I cittadini non possono più aspettare. Se qualcosa si può fare, occorre muoversi. Subito.

Il ritardo accumulato dal Vecchio Continente è enorme e ingiustificabile. Ora tocca alla politica. L’Europa prenda esempio dagli Stati Uniti: se non vuole seguirne il famoso “sogno”, impari almeno dal “petrolio” “americano”.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.