ISLAM | 29 Settembre 2015

Sciiti e sunniti: ecco perché occorre conoscerne la storia e le differenze

All’origine di molte tensioni interne al Medio Oriente vi è una divisione generatasi subito dopo la morte del Profeta Maometto. L’islamologo Costantino Leoni ci aiuta a comprenderne la genesi

di COSTANTINO LEONI

La strage avvenuta alla Mecca pochi giorni fa non ha soltanto scioccato il mondo intero per l’esorbitante numero di vittime  (717 secondo gli ultimi aggiornamenti), ma ha riacceso le tensioni (mai sopite) tra Arabia Saudita e Iran. Sono circa un centinaio i fedeli sciiti iraniani morti soffocati dalla calca. L’incapacità del governo Saudita di gestire la folla, pur avendo speso milioni di riyal in infrastrutture che garantiscano un sicuro svolgimento del pellegrinaggio che ogni anno attira più di due milioni di fedeli, ha scatenato le ire di Teheran contro la sua nemesi sunnita additandola come vera responsabile della morte dei cittadini iraniani. Lo stesso Ayatollah Khamenei  si è scagliato contro la scellerata gestione dell’ordine pubblico attuata dalla monarchia del golfo, aprendo, se possibile, ancora di più la ferita che ormai da anni dilania gli stati simbolo delle due anime dell’Islam.

La presenza di fedeli sciiti sul suolo Saudita non deve stupirci; il h'ajj (pellegrinaggio) infatti è uno dei cinque pilastri dell’Islam sunnita,  ma anche il sesto dei dieci furu’ al-din (“aiuti della fede”) sciiti, per questo l’ultimo mese del calendario islamico è per il pellegrino un momento di vero e proprio ecumenismo in cui le differenze, spesso esagerate dalla propaganda dei rispettivi stati, spariscono. (Come se cattolici, protestanti e ortodossi partecipassero insieme e nello stesso luogo alla veglia pasquale).

Sembra impensabile, ma i cristiani che sono arrivati, non senza sforzi, a scindere politica da religione, sono molto più divisi a livello popolare  di quanto non lo siano, anche se solo per pochi giorni all’anno, i musulmani. Impressiona pensare che nella stessa calca possano essere morti i parenti di qualche Pasdaran iraniano che combatte in Siria al fianco di Assad insieme alla madre di un jihadista dell’Isis.  In molti infatti si erano augurati che il periodo del h'ajj potesse distendere i rapporti tra le due potenze che si stanno contendendo l’egemonia del Medio Oriente, ma le dichiarazioni al veleno della Suprema Guida iraniana non fanno ben sperare.

Il cancro ormai si estende in tutto il mondo islamico, con metastasi sparse dalla Siria all’Iraq, dal Pakistan allo Yemen. Le cause di questa guerra hanno radici lontanissime: subito dopo la morte di Muhammad (632 d.C.) una parte dei credenti si schierò con Ali, cugino e genero del profeta e (forse) erede designato proprio da Muhammad in punto di morte. La fazione (shi’a) di Ali pretendeva, e pretende ancora oggi che a guida dell’Islam ci sia un imam (guida politica e spirituale per gli sciiti) che discenda direttamente dalla casata del Profeta (da qui il nome di ahl al-bayt, “la gente della casa”). Gli sciiti si opposero quindi subito alla maggioranza della ‘Umma (comunità) che elesse tre califfi prima di lasciare ad Ali, nel 653, il controllo dei domini islamici. Congiure, assassinii e tradimenti non tardarono a sorgere tra le schiere musulmane. Gli sciiti, accusati di dare troppa importanza agli imam, furono messi in minoranza e perseguitati; l’esempio più famoso è quello del massacro di Karbala del 680 a.C. in cui l’imam Husayn, figlio di Ali, e il suo seguito furono scannati dal califfo Ommayade. Il tema della sofferenza e del martirio (nell’accezione cristiana del termine) è uno dei punti che più differenzia la tradizione sunnita da quella sciita: basti pensare alla festa di Ashura in cui migliaia di fedeli sciiti si auto flagellano per ricordare proprio il massacro di Serbala. La storia dello sciismo oscilla tra tremende sconfitte e sfolgoranti vittorie come quella che intorno al 1500 vide imporsi l’Ahl al-bayt sul suolo Iranico grazie alla dinastia persiana dei Safavidi. Grazie a questi principi, un po’ mistici e un po’guerrieri, l’Iran è divenuto lo stato paladino della fede sciita anche se la sua culla e i suoi luoghi santi rimangono l’Iraq con Karbala e Najaf.

Dalle nostre parti si sente spesso dire che le motivazioni che spingono  sciiti e sunniti a combattersi non sono di ordine religioso. Forse per paura di accrescere l’islamofobia, la nostra intellighenzia censura chiunque faccia notare che la religione c’entra eccome nella guerra che si sta combattendo oggi in Medio Oriente. Abbiamo visto come nell’islam sciita (ma anche nel sunnismo) politica e religione tendano a fondersi o addirittura a non distinguersi.  Il problema dell’Occidente è che si ostina a tentare di decifrare le realtà islamiche con una forma mentis laico-illuminista pretendendo che anche l’altro ragioni come noi. Paradossalmente, demonizzando il concetto di “diverso”, caricandolo di un’accezione puramente negativa , abbiamo perso la capacità di giudizio e la virtù dell’immedesimazione. Incanaliamo “l’altro” in strutture che non sono le sue e da cui immancabilmente egli si libera in maniera a noi inspiegabile e spesso violenta. L’obbiettivo dunque non può essere quello di giudicare l’altro secondo dei parametri che non sono i suoi o addirittura evitare in maniera tanto vile quanto relativistica di confrontarsi col “diverso”, ma è quello di far riscoprire all’altro sé stesso e la bellezza per cui è fatto. Bellezza di cui ormai il mondo musulmano (ma anche il nostro) si è privato da troppo tempo: assuefatto da brutture, stragi e decapitazioni i musulmani stanno precipitando in un buco nero da cui difficilmente riusciranno ad uscire se non con la riscoperta di bontà e verità generati solo dalla piena consapevolezza di sé. 


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

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