SCONTRO ISTITUZIONALE | 06 Novembre 2015

Scintille Governo-Lombardia: è l’Italia a due velocità

Maroni: Renzi dice ‘sì’ ai costi standard salvo escluderli dalla legge di stabilità. Ma la Lombardia ha un rating superiore allo Stato. E lo scontro col premier segna la distanza tra governo della spesa pubblica e amministrazione regionale efficiente

di LUCA PIACENTINI

Presidenza del consiglio, segreteria del partito e Conferenza delle Regioni. Un uomo fidato alla guida degli enti regionali, per Matteo Renzi sarebbe un filotto politico clamoroso. Che gli consentirebbe di superare indenne l’attuale fase di conflitto istituzionale. E spianare ulteriormente la strada per governare fino al 2018 con meno grattacapi. Ma il presidente della Lombardia Roberto Maroni si è messo di traverso. E al termine dell’ultimo faccia a faccia Stato-Regioni ha giustamente proposto che il ruolo guida della Conferenza dopo le dimissioni di Sergio Chiamparino - il quale ha annunciato di lasciare in seguito alla scoperta dei 6 miliardi di buco nella Sanità piemontese da parte della Corte dei Conti - andasse a un governatore di centrodestra: lo stesso Maroni, Luca Zaia del Veneto o Giovanni Toti della Liguria. 

Il premier nicchia. Sa benissimo che una volta a capo della Conferenza delle Regioni, il governatore leghista gli darebbe filo da torcere. Come potrebbe essere altrimenti? Difficile dare torto a chi guida la Lombardia. E’ la Regione più ricca d’Italia, con i conti in ordine e i risparmi più alti. I soldi versati a Roma sotto forma di tasse dovrebbero tornare ai lombardi come infrastrutture e servizi. Invece il denaro finisce nel calderone statale. E addio equità, che non significa appiattire. Ma trattare in modo diverso situazioni diverse. 

Nelle ultime settimane Forza Italia e Carroccio si sono mobilitati per sostenere l’autonomia della Lombardia. Il referendum si terrà nel 2016 ma azzurri e leghisti hanno deciso di scende in campo per tempo nel promuovere la consultazione popolare presso consigli comunali e territori. Su federalismo e autonomia si può discutere. Ma non sul principio alla base dell’iniziativa dei due partiti di centrodestra: punire chi spreca spreca e premiare i virtuosi. Tra i mezzi, l’abbandono del criterio della spesa storica e l’introduzione dei costi standard, a proposito dei quali lo stesso Renzi si è detto ’maroniano’. Salvo però escluderli dalla legge di stabilità, negando la richiesta fatta dal leader leghista. Che ha denunciato la «presa in giro» da parte del premier e la logica ingiusta dei tagli lineari: puniscono tutti, amministratori buoni e cattivi. 

In questo caso lo scontro tra centro e periferia mette in luce il divario tra spreco ed efficienza. Tra uno stato che non riesce a sgonfiare un debito pubblico cresciuto in modo costante e un ente regionale che invece da decenni fa dell’efficacia nel rendimento amministrativo il proprio tratto distintivo. 

Diciamo la verità: Roma avrebbe tutto da imparare dalla Lombardia. Almeno stando ai numeri. Secondo Moody’s, fatto eccezionale nel panorama istituzionale, a Milano ha sede la Regione col rating superiore dello Stato italiano stesso, BAA1 rispetto a BAA2. Il che significa una cosa: la Lombardia è giudicata più affidabile. Merito di una gestione finanziaria oculata e di un sistema sanitario efficiente, del debito ridotto e di un’economia privata particolarmente dinamica. Eupolis, l’ente regionale di ricerca, stima che il gap tra ciò che la Lombardia versa nelle casse dello Stato e quanto riceve indietro come servizi è pari a 47,8 miliardi di euro. Una somma astronomica, che secondo un ente terzo come la Cgia di Mestre sarebbe perfino superiore, e sfiorerebbe i 54 miliardi. 

Ci si potrebbe chiedere come vanno le cose nel resto del paese? Le velocità sono almeno due. «Ci sono ingenti differenze tra le regioni italiane - scrive Eupolis - con residui fiscali positivi al nord, soprattutto nelle regioni a statuto ordinario, Lombardia in testa, e negativi al sud». In particolare i «residui fiscali negativi più ingenti» si concentrano «in Sicilia (-17,1 miliardi), Campania (-13,3 miliardi), Calabria (-10,3 miliardi) e Puglia (-9,7 miliardi)». Tra i governatori del meridione, non mancano però segnali della volontà di invertire la rotta. 

Nel confronto con il presidente del Consiglio, lo stesso Maroni ha sottolineato che i governatori di Campania e Puglia sono pronti alla sfida dei ‘costi standard’. Ma Renzi non ha voluto sentirci. Secondo l’interpretazione che il leader leghista ha dato in un’intervista rilasciata al Corriere, gli è mancato il coraggio. Cosa farà ora il premier di fronte alla candidatura di Maroni? L’ex sindaco ha di fronte a sé due strade: sponsorizzare un uomo di fiducia (secondo i rumors, sarebbe in pole Davide Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna) o accettare la sfida e lasciare spazio al centrodestra. Ha ragione Maroni nel dire che in questo modo Renzi si dimostrerebbe davvero «democratico»: agli occhi dell’opinione pubblica sarebbe più libero di confrontarsi da premier e meno da segretario di partito.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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