DEMOCRAZIA | 17 Marzo 2015

Se i partiti non sono più ‘figli della nazione’

Al dilagante renzismo i partiti di centrodestra rispondono confusamente, logorati da invidie rapaci e spocchiosi protagonismi, incapaci di rappresentare il destino della nazione

di ROBERTO BETTINELLI

L’opposizione al renzismo, allo stato attuale, non esiste. E ciò accade perché i partiti che dovrebbero costituire un'alternativa forte e credibile hanno perso ogni ambizione ‘universalistica’ regredendo a rappresentanze settoriali e irrilevanti. I loro leader hanno smesso di pensare in grande con il risultato che le creature che hanno tra le mani non sono più i ‘figli prediletti’ della nazione. 

 

Il partito è sempre stato sinonimo di fazione. Per questo motivo non ha mai goduto di grande fiducia. Sia da parte degli scienziati politici che studiano le istituzioni sia da parte degli uomini di governo. James Madison, uno dei padri della costituzione americana e quarto presidente degli Stati Uniti, l’aveva detto chiaramente ai tempi in cui redigeva i Federalist Papers e aveva proposto come soluzione la nascita di un partito dalla vocazione maggioritaria, un contenitore ampio ed eterogeneo che fosse in grado di accogliere gli interessi di gruppi diversi. L’elemento negativo della fazione, inevitabile in politica, doveva trovare un equilibrio con quello inclusivo della sintesi. Altrimenti la vita democratica sarebbe implosa dentro un combattimento acerrimo e insanabile fra i clan. 

 

Il partito inteso come fazione è esattamente ciò che ora sta lacerando il centrodestra. Anche sul fronte della sinistra, all’interno dello stesso Partito Democratico, esiste una tendenza simile. Ma finora Bersani e D’Alema, per quanto ostili verso Renzi, non hanno deciso di promuovere alcuna scissione. Molto probabilmente non lo faranno mai anche se è questa la cosa che desiderano di più. Entrambi sanno che il Pd è giunto alla quota di consenso del 40% solo grazie al segretario Matteo Renzi che ha pianificato una strategia di sfondamento al centro. Il segreto del successo del premier è il presidio della fascia mediana dell’elettorato. L’obbiettivo è stato raggiunto attraverso una serie di iniziative che sono andate a buon fine: la rottura con la Cgil sul Jobs Act, l’elezione dell’ex democristiano Sergio Mattarella al Quirinale, il regalo degli 80 euro in busta paga.  

 

Il recentissimo divorzio fra Matteo Salvini e Flavio Tosi, fra la Lega Lombarda e la Liga Veneta, dimostra come nell’area avversaria della sinistra le spinte faziose e centrifughe siano più forti di quelle che portano verso la sintesi. I due leader leghisti, sul piano dei contenuti, non sono facilmente distinguibili. Lo sono a livello comunicativo dove Salvini ha sposato in pieno la causa dell’antipolitica sostituendosi a Grillo nel raccogliere la passione dell’elettorato più arrabbiato mentre Tosi si è assunto fin dall’inizio il compito di dare alla Lega un volto più conciliante e ragionevole. E’ normale che sia così: Salvini è un animale politico abituato a muoversi nella giungla degli annunci shock, delle sparate che mirano alla crescita esplosiva nei sondaggi, delle incursioni violente nei talk show e nei social network. Tosi, invece, è un sindaco che si confronta quotidianamente con i problemi di una grande città come Verona e tiene il profilo dell’amministratore pubblico anche se non poche volte gli sono state attribuite simpatie per l’estrema destra.

 

Se Salvini e Tosi si trovano sulla parte opposta della barricata è solo perché entrambi vogliono la stessa cosa. Vogliono essere ‘capi’. Il loro è uno scontro per la leadership all’interno della Lega. «Abbiamo la Lega ai massimi storici» ha detto Salvini. Dopo il brillante risultato nelle elezioni regionali in Emilia Romagna, ha promesso che farà il bis in Liguria e Toscana. In Veneto è sicuro di vincere. Il segretario del Carroccio ha dato il suo appoggio all’attuale governatore Luca Zaia che ha il compito di battere il Pd. Una missione che risulterebbe molto più facile se avesse al suo fianco, e non contro, Flavio Tosi. Il sindaco di Verona, dopo essere stato espulso dalla Lega, ha già radunato alcuni dissidenti che hanno detto addio al gruppo leghista alla Camera e al Senato. Ma soprattutto ha annunciato la sua candidatura contro Luca Zaia alle elezioni regionali. Il suo giudizio su Matteo Salvini non può essere equivocato: «Un dittatore». 

 

Mentre Tosi riconosce a Silvio Berlusconi, rafforzato dalla sentenza di assoluzione della Corte di Cassazione nel processo Ruby, la capacità di far ancora da traino. Per Salvini, il Cavaliere, non ha più nulla da dire. «Bisogna guardare avanti» ha detto in prima battuta. Ma solo per recuperare 24 ore dopo quando ha auspicato un’alleanza con Forza Italia. Incongruenze a parte, il messaggio non poteva essere più chiaro: l’ambizioso segretario del Carroccio si candida ad essere il nuovo leader del centrodestra e il Veneto si è trasformato in un banco di prova decisivo. 

 

Se la Lega è spaccata tra veneti e lombardi, anche il fronte dei moderati che da sempre è avverso alla sinistra prodiana e postcomunista è fortemente diviso. Da una parte gli azzurri di Forza Italia e dall’altra gli scissionisti del Nuovo Centrodestra. Una spaccatura ‘innaturale’ dove è impossibile riscontrare una divergenza sul fronte dei valori. Lo scontro è piuttosto ‘personale’ e interessa le classi dirigenti. Gli elettori di Ncd si domandano per quale motivo non dovrebbero più votare il Cavaliere nel quale hanno creduto a lungo. Per quelli di Forza Italia, invece, lo strappo degli ex colonnelli Alfano e Lupi risulta incomprensibile. Cresciuti all’ombra del Cavaliere, i due fondatori di Ncd sono guardati con sospetto o addirittura scusato di ‘parricidio’. Resta il fatto che nessuno si stupirebbe se ci fosse a breve un ricongiungimento. Un percorso giustificato dalla nuova legge elettorale, l’Italicum, che prevede il ballottaggio fra le due principali forze politiche del Paese qualora nessuna superi la soglia del 40% dei consensi.

 

Il centrosinistra tiene. A fatica, ma tiene. Il Pd, non a caso, è stato ribattezzato da Renzi il partito della nazione. Il centrodestra, invece, è in pezzi. La Lega cresce nei sondaggi, forte delle performance mediatiche di Matteo Salvini. Ma è isolata ed è vista dagli ex alleati come l’ostacolo che impedisce sul nascere la rinascita della coalizione. Tosi si è sfilato indebolendo la possibilità della riconferma di Zaia. Ncd non decolla e tenta di uscire dalla crisi del ‘mini-partito’ lanciando il progetto centrista di Area Popolare. Fratelli d’Italia, che ha raccolto le briciole dell’eredità di An, ha giocato la carta del movimentismo e segue lo stesso filone ‘lepenista’ del Carroccio. Corrado Passera ha dato vita a un esperimento interessante, ma che non riesce a tagliarsi la visibilità necessaria per una grande affermazione elettorale.  

 

Il centrosinistra traballa ma riesce a non franare grazie alla solidità della leadership di Matteo Renzi che ha saputo posizionarsi con grande efficacia nel continuum del mercato elettorale. Con lui il Pd si è impadronito del centro. Molto più che ai tempi dell’Ulivo e di Romano Prodi. Grazie a questa mossa, nell’ambito di una logica che resta nonostante tutto bipolarista, Renzi ha in mano il polo governativo. I partiti che si riconoscono nel polo antagonista, invece, non sembrano essere in grado di lanciare un progetto unitario e competitivo. Troppi leader e iniziative che si bloccano a vicenda. Il centrodestra, per come l’abbiamo conosciuto negli anni dei successi berlusconiani, è irriconoscibile. Sulle ceneri di quella stagione sono sorti partiti che assomigliano a fazioni in lotta, impegnati a farsi la guerra l’uno con l’altro, accecati dalla volontà di primeggiare. 

 

Chi ci rimette sono gli italiani. La fragile democrazia della seconda repubblica non può più contare sulla ‘legge ferrea’ dell’alternanza. Al dilagante e uniforme renzismo i partiti del centrodestra rispondono confusamente, in ordine sparso, divorati da appetiti privati e lotte intestine, chiusi in una miope autoreferenzialità che condanna alla sconfitta, incapaci di rappresentare il destino della nazione.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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