IL FALLIMENTO DEL ‘RENZISMO’ | 05 Luglio 2016

Se il premier fosse coerente, lascerebbe la parola agli elettori

Direzione PD. Invece di ammettere la debacle alle amministrative, Renzi fa la voce grossa e sfida la minoranza al congresso. Evoca la democrazia interna ma si guarda bene dal dimettersi, lasciando che siano gli italiani a decidere chi deve governare

di LUCA PIACENTINI

Da quando Matteo Renzi è diventato segretario del Partito Democratico e poi presidente del Consiglio, la direzione nazionale del PD si è trasformata in un evento mediatico. Basterebbe questo a dimostrare la superiorità schiacciante dell'ex sindaco di Firenze rispetto agli oppositori interni, che assemblea dopo assemblea vengono tenuti a bada a suon di metafore (stavolta il ‘Conte Ugolino’, ‘fare gol’ contro ‘fare i passaggi’), ricostruzioni (le parole di Giorgio Napolitano alla rielezione) e sfide (convocare un congresso e mandarlo a casa, se ne sono capaci). 

Che ad evento in corso tutti il giornali on line titolino la home page sul PD, gli osservatori lo commentino sui social e i Tg lo prevedano in apertura, tutto sommato è inevitabile: Renzi è il capo del governo e guida il principale partito italiano. Quel che accade lì, potrebbe avere ripercussioni immediate sul governo. 

A lungo andare, però, questa esposizione mediatica potrebbe logorarlo in modo irreparabile. Perché più si va avanti e più si tratta di dare fiato alle parole senza l'adeguato supporto dei fatti. 

Se è vero infatti che Renzi vincerebbe a mani basse il confronto con gli oppositori dem, difficilmente potrebbe presentarsi alle urne con la certezza di  guidare la formazione politica più votata nel paese. I numeri dicono che il premier non può dormire sonni tranquilli: sia quelli dei sondaggi, sia quelli dell’economia. 

Tutti rilevamenti demoscopici mostrano ormai un testa a testa tra PD e Movimento Cinque Stelle. Cosa accadrebbe oggi se Renzi andasse la ballottaggio contro un Di Maio? Nessuno lo sa. Ma non si può certo negare che il Movimento Cinque Stelle avrebbe concrete possibilità di vittoria. Meglio non pensare a cosa accadrebbe con i pentastellati a Palazzo Chigi. Lo scenario sarebbe in buona parte difficile da delineare e ci porterebbe comunque troppo lontano. 

Fermiamoci all'evidente contraddizione emersa in uno dei tre elementi - metafora, ricostruzione/narrazione e guanto di sfida - che ricorrono nel confronto con gli oppositori interni: la sfida del congresso. Convocatelo, è il senso delle parole di Renzi, votiamo e vediamo cosa scelgono i militanti. Bene, è un chiaro richiamo alla logica della democrazia: è la base a scegliere i vertici. Giusto. 

Perché allora non dovrebbe valere anche per il governo del paese? Perché l’ex inquilino di Palazzo Vecchio ha sempre in bocca la democrazia quando cita il referendum ma si dimentica di parlarne riferendosi alle elezioni politiche? Dice: « Chi ha paura faccia un altro mestiere, chi ha paura di confrontarsi con i cittadini vada a fare altro». 

Ma è forse più facile per lui affrontare gli elettori su un unico quesito specifico presentandolo come un prendere o lasciare, spaccando il paese dividendolo in favorevoli e contrari alle riforme (guardandosi bene però dal lasciare intendere che ci potrebbero essere riforme migliori) piuttosto che, ora come ora, affrontare una compagna elettorale a tutto tondo, per decidere chi governerà l’Italia.

E qui veniamo ai dati macroeconomici. Se gli italiani fossero chiamati oggi a votare per il Parlamento, Renzi non potrebbe dire di aver cambiato il paese. Potrebbe tentare, ma i numeri gli darebbero torto, visto che il quadro dell’azione dell’esecutivo è segnato da promesse mancate e cambiamenti di cui non c’è traccia. 

Come al solito, quando parla di svolta il premier ha buon gioco nello scegliere di confrontarsi soprattutto con il governo Monti, che tra leggi di stabilità e provvedimenti lacrime e sangue non ha certo brillato nella propensione allo sviluppo. 

Sulle amministrative ha cercato di parare il colpo parlando di interpretazione nazionale che richiede fantasia e di dato difficile tra leggere, ma il fallimento è stato evidente, soprattutto per un elemento che non cita: l’assenza di una classe dirigente nel PD ’renziana’ e davvero competitiva, in grado di sfidare gli avversari (anche Giuseppe Sala, dato inizialmente per favorito, ha temuto fino all’ultimo la rimonta di Stefano Parisi e ha vinto per il rotto della cuffia grazie anche ai voti della sinistra). 

Renzi ja bacchettato la minoranza sulle banche (riforme mancate dalla sinistra alla fine degli anni Novanta) ma ha glissato sull’Italicum, sul quale poi il ministro Dario Franceschini non ha chiuso la porta.  

A parte le dinamiche interne al PD, la sostanza è che «l’era Renzi» non ha cambiato di una virgola le malattie cronache del paese. E anche all’estero mantengono sguardi sospetti e non mancano i titoli allarmanti, come quello del britannico Independent, che sull’Italia evoca l’ombra del «collasso». 

Al di là di giudizi discutibili sul popolo italiano e delle approssimazioni numeriche (vedi la disoccupazione), il quotidiano britannico fa una carrellata efficace dei mali che affliggono l’economia e non solo: capacità produttiva industriale affossata (-15%), consumi che arrancano, enormi sofferenze del sistema bancario («crediti inesigibili o incerti tra i 150 e i 200 miliardi»), riduzione del Pil di dieci punti dal 2007, debito altissimo, tempi biblici della giustizia civile (8 anni per una sentenza definitiva contro i 3 anni della Germania), disoccupazione alta (soprattutto giovanile), un poco onorevole 69° posto nella classifica mondiale della corruzione pubblica percepita (ai livelli di Romania, Grecia e Bulgaria), tasse al 46% del Pil e burocrazia e settore pubblico dalle dimensioni definite «leggendarie». L’elenco potrebbe continuare. Ma non serve. 

Calo nei sondaggi, economia in affanno, partito spaccato e crescita impetuosa dei grillini. Invece di ammettere il bilancio negativo, Renzi rivendica meriti inesistenti, tiene duro e va avanti. 

Punterà davvero tutto sul referendum? Quello che prima sembrava un cavallo di battaglia, a causa del calo di popolarità del premier e dell’ampio fronte del no che si va coagulando e potrebbe includere in modo definitivo anche la minoranza dem, rischia di trasformarsi nel cavallo di Troia grazie al quale il tarlo della sconfitta può divorare dall’interno la leadership di Matteo Renzi.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.