QUESTIONE RAZZIALE | 09 Luglio 2016

Italiani xenofobi? Chiediamoci il perché

Il nigeriano massacrato per aver voluto difendere la moglie chiamata «scimmia». Uno dei tanti casi di razzismo in un’Italia dove un governo irresponsabile strumentalizza il tema dell’accoglienza per nascondere le proprie incapacità

di ROBERTO BETTINELLI

Il delitto di Fermo con il 36enne nigeriano ucciso da un ultras davanti alla moglie è un crimine che non ammette alibi. Il responsabile, che è già in carcere, deve essere punito in modo esemplare. In questo caso più che mai vale il principio della deterrenza. E vale il principio espresso a suo tempo da uno che gli italiani li conosceva bene: «Punirne uno per educarne centro». Il suo nome era Benito Mussolini. 

Durezza e inflessibilità sono indispensabili per prevenire altre uccisioni. Il sistema giudiziario sarà messo alla prova e vedremo se sarà all’altezza della sfida. I dubbi, considerate le ordinarie performance, ci sono tutti. Ma la gravità di ciò che è accaduto a Fermo è tale che ci impone il dovere di nutrire speranza in merito alla possibilità di ottenere giustizia.  

L’episodio, infatti, non può essere sottovalutato né derubricato facendolo rientrare nella mera casualità, definito come il frutto imprevedibile e impazzito dell’estremismo xenofobo che si sta lentamente impossessando del Paese. Non bisogna essere raffinati sociologi per capire che ostilità e pregiudizio verso gli stranieri stanno guadagnando posizioni acquisendo una giustificazione inedita e, fino a ieri, del tutto impensabile. 

L’insofferenza verso la massiccia presenza degli immigrati è ormai profonda e diffusa in tutta Italia. Davanti ad un sentimento di rigetto così radicato e pericoloso la politica non può utilizzare lo schema usurato del buonismo, ma deve porsi degli interrogativi in merito alle cause del fenomeno. E deve farlo con la consapevolezza che vanno date delle risposte. Le sole che possono determinare strategie efficaci di prevenzione.

L’aggravante del razzismo proposta dal ministro dell’Interno Alfano contro l’omicida è un segnale importante. Ma si tratta di un provvedimento che interviene a valle del problema e non a monte. Quando ormai la tragedia si è conclusa e non quando era possibile fare qualcosa perché fosse evitata. Inoltre, agli occhi dei cittadini, non può che sembrare il frutto di una reazione colpevole da parte della politica nazionale che non ha saputo gestire l’immane spinta migratoria. Una vera e propria invasione che sta sgretolando il Paese polverizzandone le riserve sociali di solidarietà, tolleranza, apertura e fiducia interpersonale. 

E’ del tutto evidente che nessuno deve affogare in mare e che tutto deve essere fatto a dovere per salvare uomini, donne e bambini che si trovano in balia dei trafficanti che fanno la spola fra la riva africana e continentale del Mediterraneo. Ma la questione non può tradursi semplicemente in un’accoglienza indiscriminata come è accaduto finora. Il fallimento del governo Renzi, che è stato letteralmente abbandonato dall’Unione Europea, vuole essere tenuto nascosto attraverso argomenti che richiamano i diritti universali e la sacralità della vita umana. Principi che nessuno nega, nemmeno il leghista Salvini, ma che non devono impedire la ricerca di soluzioni pratiche e ragionevoli per fare in modo che milioni di disperati non pensino di trovare la terra promessa in un’Italia prostrata e sfiancata dalla crisi. 

Un Paese, il nostro, che è ormai incapace di garantire un futuro ai suoi stessi giovani tanto da costringerli a dire addio alle loro famiglie per andarsene all’estero in cerca di occupazione.

Il feroce e disumano pestaggio di Fermo va inserito dentro il quadro di fatti magari meno gravi per le vittime, ma che risultano ugualmente pericolosi. Uno scenario che include l’ascesa dirompente dei movimenti politici anti immigrati in tutte le nazioni europee. Al punto da contagiare Paesi che figurano come partner civili e autorevoli dell’Unione: Austria, Ungheria, Svezia, Francia e la stessa Germania. Le rispettive istituzioni hanno chiuso le frontiere davanti all’ondata di profughi adottando una soluzione che all’Italia o alla Grecia, penisole che si affacciano nel Mediterraneo, non è concessa. 

E' questo un contesto in cui iniziano a cadere le prime certezze umanitarie come ben rivela lo studio della Fondazione Hume condotto in 24 Paesi europei, e che è stato illustrato dal sociologo Luca Ricolfi sul Sole 24 Ore, dove viene dimostrato che gli stranieri delinquono in media cinque volte in più dei nativi. Segno che l’inclusione di massa, indifferenziata e condotta a tutti i costi, non può che essere un mito, pura fantasia, e che determina danni sociali altissimi per le fasce meno protette delle popolazioni residenti. 

L’Europa non può pensare di accogliere un milione di profughi all’anno, in grandissima parte sbarcati sulle coste italiane o greche, senza portare al collasso società storicamente evolute ma ridotte alla povertà economica e morale, fragili, spaventate da una globalizzazione impietosa che colpisce più il nord che il sud del mondo. 

E’ qui, infatti, che l’epocale erosione del ceto medio, aggravata dall’indifferenza dei governi per il tema delle disuguaglianze, sta provocando il malcontento maggiore. Una frustrazione generale che produce rabbia e rancore verso chi, come i nuovi arrivati, sono accusati di sottrarre risorse preziose e sempre più scarse. 

I ricorrenti summit fra i capi di Stato e i responsabili della sicurezza dell’Unione Europea non hanno riportato il fenomeno dentro limiti ragionevoli e governabili. E la stessa legge universale che impone di salvare i naufraghi, invece di fondare politiche finalizzate ad un vera integrazione, diventa l’alibi per coprire le inefficienze di un sistema che in Italia costa miliardi di euro e che nel 2015 ha portato a termine meno di 4mila rimpatri su 34mia espulsioni mentre sono state solo 14mila le richieste di asilo respinte. Intanto nei comuni spuntano come funghi, sotto la minaccia dei prefetti, centri di accoglienza che si trasformano immediatamente in ghetti dove parcheggiare migliaia di disperati che non avranno mai una casa, un lavoro e che mai potranno inserirsi dignitosamente nelle comunità che li ospitano. 

Nè aiutano, molto spesso, la rabbia e l’insofferenza degli stessi stranieri che, messi di fronte alla dura realtà di un mondo che non ha le risorse per garantire il raggiungimento dei loro fini, rifiutano l’inclusione e sviluppano un razzismo di segno contrario. I residenti storici assistono impotenti al degrado dei quartieri e delle periferie urbane, all’occupazione sempre più frequente degli edifici e degli appartamenti di proprietà dei comuni, all’aumentare indiscriminato dei gesti di inciviltà verso le nostre famiglie, i nostri anziani, e che molto spesso si traduce in una criminalità che si moltiplica esponenzialmente grazie alla convinzione di ottenere l'impunità. 

L’episodio di Fermo non è giustificato né tollerabile ma è un errore trattarlo alla stregua di un’eccezionalità che viene negata da un quotidiano malessere che è possibile rintracciare in tutto il Paese. Senza un governo e una classe politica in grado di prevenire e un sistema giudiziario in grado di reprimere il massacro di Fermo, purtroppo, non sarà né il primo né l’ultimo. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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