SANREMO ARCOBALENO | 10 Febbraio 2016

Se l'unione omosessuale diventa nazional-popolare

Le fascette arcobaleno sul palco di Sanremo decretano l'abbassamento della lotta sulle unioni omosessuali al livello del nazional-popolare. Uno stereotipo privo di contenuti. Meglio tenersi Gaber, e la sua profetica «Quando è moda è moda»

di ROSSANO SALINI

Se fossi – ma non lo sono affatto – un sostenitore dell'equiparazione tra unioni omosessuali e matrimoni, sarei veramente incazzato come una iena contro i quattro cantanti da strapazzo che hanno deciso di decorare con nastri arcobaleno i loro microfoni sul palco di Sanremo. Per fortuna, ripeto, non lo sono e pertanto lascio ad altri l'incazzatura.

Che però mi sa tanto che non arriverà. Perché forse sono pure contenti, coloro che sperano in un'approvazione integrale del pessimo disegno di legge Cirinnà, di aver avuto nella serata di martedì 9 febbraio una ribalta mediatica così importante.

A mio modesto avviso, quella ribalta mediatica è quanto di peggio ci sia nel vasto e sempre più variegato panorama degli spettacoli odierni. Non ho intenzione di mettermi qui ad argomentare perché Sanremo mi faccia schifo: sono affari miei, è un'opinione bella e buona, e me la tengo così com'è. Forse è anche infondata. Anzi, lo sarà di certo, visto che non ho memoria di aver guardato una puntata di Sanremo da quando ho raggiunto l'età della ragione.

Ma quel che è certo, a prescindere dalla mia dose di conoscenza del Festival della canzone italiana, è che siamo nel più modesto e triviale ambito del nazional-popolare. Non naturalmente nel senso gramsciano del termine, ma in quel senso televisivo, superficiale e stereotipato, che oramai tutti abbiamo attribuito all'aggettivo.

Cantanti come Noemi e Arisa (e già sui nomi potremmo fare interessanti speculazioni), col loro gesto dimostrativo assai poco coraggioso e in nulla provocatorio, non hanno fatto altro che esprimere una moda, un cliché che non ha nulla di culturale ma che serve semplicemente per auto-accreditarsi in un determinato ambiente. Esattamente lo stesso impulso che alla medie ci portava a comprare un paio di Timberland o una felpa della Best Company per essere meglio accettati dai compagni e soprattutto dalle compagne di classe.

«Quando è moda è moda», cantava in una geniale e troppo poco conosciuta canzone un polemicissimo Giorgio Gaber. E non per nulla diceva, contro gli stereotipi di un già diffuso nel 1978 conformismo dell'anticonformismo: «e anche nell'amore non riesco a conquistare la vostra leggerezza; non riesco neanche a improvvisare, o a fare un po' l'omosessuale, tanto per cambiare». È un Gaber nascosto, che in molti non vogliono ricordare, ma che sarebbe bene rispolverare per capire molte dinamiche delle finte battaglie di liberazione dei giorni nostri, diventate pura adesione a uno schema vincente e modaiolo. Io di certo mi tengo Gaber, e butto nel cestino tutte le Noemi e le Arise di questo mondo. Così come un Enrico Ruggeri invecchiato male, e una Irene Fornaciari di cui francamente ignoro tutto. Elton John non lo cito nemmeno. Basta una bellissima battuta scovata questa mattina su Facebook: «Elton John dice che non avrebbe mai pensato di diventare papà. Poi è diventato ricco sfondato».

Oggi, in questo contesto sempre più radicalmente conformista, quel Gaber sarebbe probabilmente tacciato di omofobia. E invece non diceva altro che una sacrosanta verità, resa ancor più evidente dal malconcio spettacolo di ieri sera: che un pensiero divenuto moda è roba morta, pericolosa, da cui tutti coloro che hanno un cervello e un'autonoma capacità di giudizio dovrebbero guardarsi.

Se altrove ho spiegato nel dettaglio perché ritengo che il riconoscimento delle coppie omosessuali non abbia nulla a che fare con i sacrosanti e inviolabili diritti degli omosessuali, qui mi basta sottolineare questo aspetto. L'aspetto della moda, dello stereotipo. Della spettacolarizzazione di un pensiero che nasconde, nell'immagine televisiva, l'assenza di un dibattito, di un'argomentazione seria e onesta.

Io, di fronte alle immagini dello spettacolo di ieri sera oggi riproposte da ogni sito web, provo le stesse sensazioni descritte da Gaber nella citata canzone, a proposito del modo originale e delle parole acculturate e disgustose che i modaioli del suo tempo usavano per coprire l'assenza di contenuti: «per uno normale, per uno di onesti sentimenti, quando ve le sente in bocca avrebbe una gran voglia che vi saltassero i denti».


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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