L'INTIFADA DEI COLTELLI | 16 Ottobre 2015

Se la sinistra ‘volta le spalle’ a Israele

Terrorismo. Mentre Gerusalemme vive l'incubo dell’Intifada dei coltelli, il silenzio degli intellettuali (di sinistra) su Israele è imbarazzante. Perché i paladini laici della democrazia non solidarizzano con l'unico stato libero del Medioriente?

di LUCA PIACENTINI

Il liberalismo spaventa gran parte della cultura politica italiana, cresciuta all'ombra rassicurante dello stato, e molti intellettuali di casa nostra, nutriti dal brodo culturale della sinistra progressista che vive nella nostalgia del socialismo. Quanti paladini della libertà impegnati nel promuovere la laicizzazione totale dei costumi, che chiamano ‘emancipazione’ per nascondere la sostanza, attraverso le unioni civili, l’individualismo anticlericale che vorrebbe escludere la chiesa cattolica dall'interlocuzione pubblica, l'integrazione multiculturale a ogni costo, che dimentica le radici cristiane e strizza l'occhio alle comunità musulmane, si spendono nel contempo nella difesa della società liberale? È quella realmente democratica, dove ci sono libertà di opinione, elezioni libere e garantite, minoranze non represse ed economia di mercato. Dove si trova uno stato con simili caratteristiche in Medioriente? In un posto solo: Israele. L'unica democrazia dell’area. 

Oggi Gerusalemme è sotto attacco. La gente intervistata per la strada dalle televisioni racconta che si vive nel terrore: i giovani non vanno a scuola, le persone girano armate di bastoni, coltellini e spray urticante, qualunque cosa pur di difendersi dai fanatici integralisti che assaltano coltelli in pugno soldati, donne e passanti inermi. Ma in Occidente, in Italia in particolare, non ci sembra di avere assistito ad espressioni di cordoglio, comunicazioni pubbliche di solidarietà, manifesti di sostegno alla democrazia israeliana. Un fatto incredibile, se si pensa che quel che sta accadendo a Gerusalemme non si vedeva da molti anni. 

La città è preda del terrore. L’Intifada dei coltelli dilaga: dopo la proclamazione della ‘giornata della rabbia’ da parte di Hamas, il bilancio è di dodici israeliani assassinati da terroristi armati di lame, mannaie e pistole, tre ebrei uccisi solo nell’ultima settimana. I terroristi sono risultati finora arabi israeliani di Gerusalemme est, in gran parte abitata da palestinesi. Il governo di Benjamin Netanyahu ha riportato le guardie sui bus, blindato la ‘Città santa’ e sbarrato con i check point l’ingresso ai quartieri arabi. Mentre sui social network palestinesi rimbalza le ‘narrazione’ surreale di giovani arabi attirati in trappola da Israele e Abu Mazen, presidente dell’Anp, più che impegnarsi a trovare una soluzione, sembra pronto ad alzare la tensione mostrandosi in televisione, come riportano le cronache, con in braccio un tredicenne palestinese coperto di sangue senza dire però che le forze dell’ordine hanno sparato al ragazzino perché aveva appena accoltellato un coetaneo.

In una recente intervista a Repubblica, Elie Wiesel, grande vecchio della cultura israeliana scampato all’Olocausto, di fronte alle critiche di Human Rights Watch perché Israele in questa fase starebbe esautorando la libertà di movimento, prende le distanze dalla Ong ricordando che ha spesso avuto un atteggiamento «parziale» e «tendenzioso» verso Tel Aviv. Il professore chiude rammentando che anche l’Europa ha posizioni sbilanciate a favore di Abu Mazen. Aggiungiamo che nelle ultime ore l’Onu per bocca del segretario Ban Ki Moon non ha trovato di meglio che stigmatizzare la reazione sproporzionata di Israele agli attacchi.  

Fatta eccezione per alcune voci isolate, per gli editoriali sulle testate di centrodestra, e salvo l’eccellente Fiamma Nirenstein, gli esponenti della cultura e gli intellettuali italiani restano zitti. Nessuno che abbia non dico spezzato una lancia a favore di Israele, ma almeno espresso solidarietà all’unico stato libero dell’area più calda ed esplosiva del pianeta, un’oasi del diritto dove gli sforzi di una vera integrazione sono concreti e danno risultati. Il silenzio degli intellettuali, che a casa nostra, inutile nasconderlo, sono soprattutto di sinistra, è a dir poco imbarazzante. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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