INDUSTRIA | 10 Novembre 2017

Le imprese fanno meglio dello Stato

Mentre l’Italia resta la pecora nera dei conti pubblici europei, l’industria manifatturiera la pone saldamente nel G7 delle grandi potenze mondiali: ecco perché sono i privati, e non la classe politica, la vera forza del Paese

di LUCA PIACENTINI

Se lo Stato si merita la maglia nera dei conti pubblici, l’industria privata indossa la maglia rosa. Nonostante i tentativi della politica di metterle i bastoni tra le ruote, ignorandone gli appelli alla riduzione delle tasse, allo sfoltimento della giungla burocratica e alla riforma della giustizia civile, tutto per colpa di ideologia, incapacità e indifferenza, la produzione industriale italiana è e resta un punto di cui andare fieri sulla scena mondiale.

Ci colloca infatti in un trend positivo, in scia alle prime sei potenze globali, nell’Olimpo del G7 industriale. In Europa l’Italia si conferma seconda solo alla Germania. Nonostante la crisi, la classifica del 2016 redatta dal centro studi Confindustria pone infatti l’Italia al settimo posto tra i grandi paesi della manifattura. Anche se il sistema finanziario non sembra sopportarla in modo adeguato: «il recupero sta avvenendo nonostante una crescita ancora troppo debole dei prestiti alle imprese», scrive il centro studi, e il costo del lavoro è cresciuto in 11 anni di «un corposo 15,2%».

Una riflessione si impone. In tempi di vacche magre e di occhi puntati su di noi solo per bacchettarci a causa dell’incostanza nella riduzione di debito e deficit, se il belpaese torna sulle prime pagine di tutti i giornali con titoli positivi - pur nello scenario generale ancora difficile - il merito non è chi ci governa ma di chi traina l’economia, fa il mercato, garantisce la ricerca e l’innovazione, genera vera occupazione. 

Per dirla in un modo ovvio - che ad alcuni apparirà capzioso, se non un’eccessiva semplificazione - non è il Jobs Act a dare lavoro e creare la ripresa, sono gli imprenditori e le loro aziende. Che la politica deve lasciar lavorare. 

Potrebbe sembrare lapalissiano ma in questa Italia ammorbata dai talk-show e dove l’informazione è quotidianamente vittima di un dibattito partitico capriccioso e stanco, che col suo frastuono tende ad oscurare le buone notizie e le verità di fondo, non è scontato ribadire che è la società l’energia genuina di un paese non la classe politica. La speranza è che le forze migliori della prima si riversino nel modo più efficace possibile nella seconda, tenendo ben ferme prerogative e doveri diversi. 

Sono ancora i privati, e non lo Stato, a tenere alto l’onore dell’Italia. E’ per questo che vanno difese battaglie come quella iniziata anni fa dall’allora commissario europeo all’Industria Antonio Tajani fissando l’obiettivo del 20% del Pil dalla manifattura europea entro il 2020 - quando oggi siamo intorno al 15%, in calo preoccupante - e rilanciata dall’Eurocamera con la recente risoluzione del luglio scorso a Strasburgo, di cui l’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini è stato il primo firmatario. E sia chiaro: non è in gioco il destino di una parte politica o del sistema economico italiano, qui si parla anzitutto delle radici culturali nelle quali affonda il nostro paese, solide basi che gli danno forza e linfa vitale. E’ questo il punto chiave. E’ da qui che si riparte. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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