LE ULTIME PAROLE FAMOSE? | 12 Dicembre 2016

«Se perdo il referendum, smetto di fare politica»

Quando Renzi diceva: «Se perdo il referendum, non è soltanto che vado a casa, ma smetto di fare politica». Se fosse coerente, dovrebbe lasciare anche il Partito Democratico e ritirarsi a vita privata

di LUCA PIACENTINI

Il rispetto della volontà popolare implica gesti di sostanza. E cosa significa la vittoria del «no» al referendum costituzionale? Quale messaggio hanno lanciato gli elettori? Analizzando a posteriori la campagna referendaria, il dato politico più o meno condiviso da tutti è che il giudizio ha riguardato indirettamente anche l’operato del governo e la figura pubblica di Matteo Renzi. Non a caso oggi, tra gli errori contestati all’ex premier, c’è proprio l’eccessiva personalizzazione dell’appuntamento del 4 dicembre. Lo stesso ex presidente del Consiglio, forse intuendo l'imminente batosta a ridosso del voto, si è affrettato a cambiare registro spostando l'accento dal metodo al merito. Dunque non sembra sbagliato interpretare il giudizio uscito dalle urne anche come una bocciatura di Matteo Renzi. 

Quest’ultimo, giustamente e doverosamente, ha rassegnato le dimissioni al capo dello Stato. Si è trattato del rispetto di una promessa? Sembra di sì. Ma volte l'apparenza inganna, soprattutto quando sia ha a che fare con le cose della politica. 

Certo, salire al Colle è un gesto netto, inequivocabile, e molti sarebbero tentati di ritenerlo tanto più credibile in quanto accompagnato da espressioni del tipo: «Volevo cancellare le troppe poltrone della politica italiana. Non ce l’ho fatta. Allora la poltrona che salta è la mia». Un inciso: notare l’abilità comunicativa nell’ammorbidire l'impatto del fallimento sull’immagine pubblica accostando, in sintonia col sentire comune, i campi semantici delle parole «poltrona» e «rinunciare». In ogni caso ha tagliato la propria «poltrona», è il senso del messaggio, è uscito di scena facendo comunque qualcosa di commestibile per la ‘pancia’ del paese.

Nonostante le apparenze, però, purtroppo non possiamo dire che nell’Italia in cui ‘non lascia mai nessuno’, Renzi rappresenti davvero l'eccezione. 

Non è così per almeno tre motivi. Primo: il presidente del consiglio incaricato, Paolo Gentiloni, se non è un avatar dell'ex premier poco ci manca. E’ nota la sintonia con l'ex sindaco di Firenze, oltre che con il suo staff. L'ex capo della Farnesina è considerato un fedelissimo del premier uscente, ed è verosimile che segua la strada tracciata dal predecessore. L'ideale sarebbe stato un segnale di effettiva discontinuità rispetto al passato. Si dirà: impossibile, Renzi è ancora il segretario del Partito Democratico, la principale forza parlamentare. 

Già, e qui veniamo al secondo punto, forse quello dirimente. Lo facciamo citando una dichiarazione che torna circolare in queste ore sul web e rilasciata quasi un anno fa da Matteo Renzi a Repubblica Tv. Il filmato è ancora disponibile, e lascia pochi dubbi. Testuali parole: «Se perdo il referendum, non è soltanto che vado a casa, ma metto di fare politica». Cioè mi ritiro a vita privata, faccio un lavoro come tutti gli altri. È successo questo? 

Non proprio. Lasciando, Matteo Renzi avrebbe dovuto chiedere anzitutto di togliere tutte le proprie figure di fiducia dall'esecutivo, il che sarebbe stato un segnale coerente e davvero rispettoso del giudizio degli italiani. E’ poco verosimile che Gentiloni rivoluzioni l’attuale politica economica o getti un colpo di spugna sui provvedimenti a cui teneva tanto l’ex premier e che sono sempre stati contestati dalle opposizioni (dagli 80 euro al Jobs act fino ai 500 euro ai diciottenni). Improbabile che da ex ministro sconfessi la linea di un governo cui apparteneva fino a pochi giorni prima. 

Se Renzi fosse davvero coerente avrebbe già lasciato anche la guida del Partito Democratico e non si sarebbe affrettato a scrivere su Facebook: «Non ci stancheremo di riprovare e ripartire». Perché dovrebbe riprovarci? Non è questa la promessa.

Ha cambiato idea? Legittimo. Si dice spesso che solo gli sciocchi non cambiano opinione. Ma allora dovrebbe dirlo: volevo lasciare la politica, invece torno presto in campo. Storia già vista. Nella tanto vituperata Prima Repubblica. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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