IL DRAMMA DEI GIOVANI | 13 Ottobre 2014

Senza lavoro e senza pensione

Sulle colonne del Sole 24 ore il dramma dei giovani: zero soldi in tasca e il lavoro che non c'è. Con il miraggio della pensione

di LUCA PIACENTINI

'Schiavi senza pensione'. E’ un’espressione forte, volutamente eccessiva. Ma che rende l’idea. Chiamateli giovani, chiamateli under 35. Al di là delle parole, nei fatti sono coloro che vivono sapendo che probabilmente non smetteranno più di lavorare. E in pensione, forse, non ci andranno mai. Una forma strisciante di discriminazione sociale. Quasi una nuova schiavitù. 

Tra loro c’è la gran parte degli under 35, la cui situazione è stata delineata nei suoi tratti drammatici dall'indagine pubblicata lunedì 13 ottobre da Il Sole 24 ore.

Secondo il quotidiano economico-finanziario, rispetto alle generazioni precedenti i giovani sono sempre più svantaggiati nel lavoro e nelle pensioni. E quindi nel reddito: quello medio annuo supera di poco i 6mila euro.

Sono i lavoratori atipici, i collaboratori, coloro che rabbrividiscono di fronte ai report dell'Inps, quando sulla base dei contributi versati e delle statistiche si trovano di fronte all'ammontare possibile della pensione. C’è chi prenderà il 50% dello stipendio. Se va bene.

Sì, perché c’è anche chi guadagna uno stipendio da fame e non versa neppure 6 mesi di contributi. Senza parlare dei professionisti. Ai giornalisti del Sole, il presidente della Cassa dei ragionieri Luca Pagliuca lo dice chiaro e tondo: “Se e quando andremo in pensione, lo faremo con un assegno di 800 euro”. Non siamo lontani dalla soglia di povertà. 

Ma una cosa è chiara. Se il pensionato di oggi vive nell'incubo di non arrivare a fine mese, il pensionato di domani ha una certezza: con la pensione, a fine mese non ci arriverà mai. E dovrà mettere in conto di vivere con qualche espediente oppure di lavorare ancora. In questo caso, fino a quando?  E come? A quali condizioni? 

In Italia la riforma delle pensioni fu varata nel 1995 dal governo ‘tecnico' guidato da Lamberto Dini. Una svolta che segnò il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo e, fissando precise barriere temporali, un 'prima' e un 'dopo', istituzionalizzando quel divario generazionale destinato ad aumentare fino a diventare negli anni una vera e propria frattura. I dati riportati dal Sole non lasciano dubbi: il tasso di occupazione tra i giovanissimi è crollato di oltre il 50% rispetto agli anni Settanta, mentre la disoccupazione è quadruplicata. Sul fronte delle pensioni, la distanza che separa 'giovani e vecchi’ è altrettanto abissale. Perché?

Sandro Gronchi, professore ordinario di Economia politica all’Università la Sapienza di Roma intervistato dal giornale di Confindustria spiega che con il sistema retributivo le cose non cambierebbero. Anzi. La ragione, argomenta il docente, sta nel fatto che alla base ci sono fattori di medio-lungo termine, quali “mercato del lavoro asfittico e bassa natalità”. 

Comunque la si voglia vedere, aggiungiamo, la strada per tentare una soluzione è sempre la stessa: tornare a crescere, creare occupazione e sviluppo, aiutare le aziende ad assumere, salvaguardare la famiglia che mette al mondo i figli. 

In settimana è prevista la discussione sul Jobs act, che contiene elementi in grado di fermare l'avvitamento in corso. L’emergenza è chiara. Affrontarla in modo convicente, ora, spetta alla politica.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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