MEDIO ORIENTE | 05 Novembre 2015

Siria: una piccola speranza per uscire dalla guerra

Si è da poco conclusa la Conferenza di Vienna che ha riunito i rappresentanti dei 17 Stati coinvolti nel conflitto e durante la quale è stata stilata una lista di ‘9 punti’ di intesa per la ricostruzione del Paese

di COSTANTINO LEONI

Qualcosa si muove sullo scacchiere siriano. Da pochi giorni si è conclusa la Conferenza di Vienna e, a quanto pare, un accordo è stato trovato. «Tutti i conflitti», ha dichiarato l’incaricato ONU per la Siria Staffan De Mistura, «prima o poi devono avere una conclusione: e adesso, dopo cinque anni di massacri, è il momento di iniziare a costruire la fine di questa guerra».

Seduti allo stesso tavolo c’erano i rappresentanti di 17 Paesi coinvolti più o meno direttamente nel sanguinoso conflitto che ha già causato più di 250.000 morti e oltre quattro milioni di sfollati. Per la prima volta i due grandi contendenti dell’area, Iran e Arabia Saudita, si sono ritrovati a dialogare tra loro insieme ai rispettivi alleati grazie alla mediazione dell’ONU e dell’Unione Europea (rappresentata da Federica Mogherini).

Questa volta gli Stati Uniti, forse, hanno fatto la mossa giusta anche se, è bene che lo si dica, senza l’intervento militare russo probabilmente oggi saremmo ancora qui a fare la conta dei morti senza intravedere neanche col binocolo una via d’uscita.

Che piaccia o meno Putin è in questo momento il migliore statista in circolazione; è chiaro che la Russia non potrà mai essere indicata come paladina della libertà e della democrazia, ma ha avuto il coraggio di rischiare e adoperarsi in prima persona dove altri non hanno osato metterci la faccia se non per conto di terzi.

Obama in Siria ha fallito su ogni fronte e, ogni volta che ha tentato di rimediare, ha solo peggiorato la situazione anche a causa del continuo ostruzionismo da parte dei suoi grandi alleati sunniti (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Turchia). Putin ha approfittato di questa situazione di stallo intervenendo con la forza nel sostenere Assad e i suoi alleati iraniani.

Se Obama ha deciso di giocare a scacchi ha certamente scelto gli avversari peggiori: gli Iraniani (che questo gioco l’hanno inventato) e i Russi (che degli scacchi sono indiscussi campioni).

I primi, grazie alle indiscusse capacità diplomatiche del presidente Rohani e del suo staff, sono lentamente riusciti a emergere come interlocutori credibili e a smarcarsi dalla pressione politica e mediatica dell’Occidente in cui li aveva cacciati Ahmadinejad con i suoi proclami apocalittici. Il mondo si è dovuto ricredere. Rohani ha vinto la sfida, ha portato fuori il paese dall’embargo economico grazie agli accordi sul nucleare e ha avuto il coraggio e la sfacciataggine di entrare in prima persona nell’inferno siriano. I persiani non hanno avuto paura di mettere i “boots on the ground”. Molti storceranno il naso, ma la politica estera è fatta di compromessi e contraddizioni. Non esiste l’alleato perfetto e senza ombra di dubbio l’Iran - pur continuando a negare molti dei diritti umani ai suoi cittadini - non è peggio dei Sauditi la cui monarchia si rifà esattamente agli stessi principi salafiti a cui si ispira il califfo Al-Baghdadi. Il grande merito di Obama e dell’Occidente sta proprio nell’aver incluso l’Iran nel discorso internazionale. Una grande mossa, anche se il prezzo da pagare è il sacrificio di Israele che a Vienna è stato il grande assente e che ora passa in secondo piano nelle classifiche delle alleanze Occidentali.

L’asse Mosca-Teheran si è esposta in prima persona rifiutando di cedere alla tentazione, come hanno fatto invece gli USA, di far combattere altri al posto loro. Oltre ai Russi, già presenti in Siria con reparti speciali, e alle migliaia di militari sciiti iraniani, ad accorrere in aiuto di Assad sono giunti gli Hezbollah libanesi, anch’essi sciiti, e, da qualche settimana, un piccolo contingente di consiglieri militari cubani esperti in guerriglia.

 Dal canto loro gli americani e gli alleati sunniti continuano a finanziare con soldi e armi i cosiddetti “ribelli moderati” anti-Assad che nessuno ha ancora capito chi siano. Probabilmente nemmeno agli americani è chiaro chi sia fondamentalista e chi no visto che non hanno ancora fornito ai russi la lista di quelle formazioni “moderate” che si dovrebbe evitare di colpire.

Ma, come accennato, qualcosa si è mosso.

Le stanze dell’Hotel Imperial hanno partorito una lista di nove punti e propositi da far germogliare e su cui tutti si sono trovati d’accordo. Ancora non vi è nulla di definito ma, francamente, si è andati oltre ogni aspettativa. Una piccola luce di speranza per riuscire ad uscire dal buio dell’inferno siriano.

Cerchiamo di analizzare questi nove principi soffermandoci su quelli più critici e controversi.

1) Sono fondamentali l’unità della Siria, la sua indipendenza, la sua integrità territoriale e il suo carattere secolare. Il mantenimento del carattere secolare dello stato Siriano è importantissimo perché nega espressamente a qualunque formazione politica di stampo teocratico (come la Fratellanza Musulmana) di insediarsi al posto di Assad. L’unità territoriale è un altro punto importante per gli eventuali scenari che si verranno a creare, perché chiude la possibilità ai curdi del nord di realizzare il loro sogno di uno stato libero e sovrano.

2) Le istituzioni dello Stato resteranno intatte. Anche questo punto si lega al precedente ma specificando che il giudizio negativo sulla Siria di Assad è soprattutto verso il suo presidente più che nei confronti delle istituzioni statali. Nel caso si dovesse arrivare ad una pace e a delle elezioni, la costituzione non dovrà essere cambiata totalmente (vedi ‘Punto 7’). Quello Siriano, infatti, è un normale governo presidenziale di stampo Baathista come ce ne sono stati tanti in Medio Oriente, semmai si dovrà modificarla evitando così che rimanga un uomo solo al comando e instauri una dittatura, ma questo è un processo democratico che dovrà svolgersi in tempi lunghi e non prevedibili.

3) I diritti di tutti i siriani devono essere protetti senza distinzioni religiose o di appartenenza etnica. Su questo punto avrà presumibilmente insistito l’Iran. Uno dei motivi per cui Assad non è disposto a lasciare il potere è proprio la paura di una vendetta spietata ai danni della minoranza sciita (a cui il presidente appartiene) da parte della maggioranza sunnita. Se esisteva un pregio nella Siria prima della guerra, questo era senza ombra di dubbio il multiculturalismo e la tutela delle minoranze etniche e religiose, è un bene che a Vienna si sia deciso di tenerlo in considerazione.

4) È imperativo accelerare gli sforzi diplomatici per mettere fine alla guerra. Tutto giusto, ma bisognerà capire come questo verrà messo in pratica.

5) Si garantirà l’accesso umanitario a tutto il territorio e si aumenteranno gli sforzi per i rifugiati. Anche qui il concetto è sacrosanto, ma chi garantirà la protezione degli aiuti umanitari? Senza dubbio la popolazione siriana ha bisogno di cibo acqua e medicinali, ma chi li porterà? Saranno scortati da contingenti di caschi blu? Se così fosse anche l’Italia potrebbe avere parte attiva? Ma soprattutto: quali saranno le regole di ingaggio di questi eventuali contingenti? L’accoglienza ai rifugiati è una questione che riguarda soprattutto l’Unione Europea, il Libano (anch’esso presente a Vienna) presumibilmente avrà fatto la voce grossa su questo punto poiché, insieme alla Giordania, è lo Stato che ha accolto più profughi in assoluto: un milione e mezzo di siriani per una popolazione di quattro milioni di abitanti. È innegabile che i profughi siano un problema economico per gli stati europei, ma a fronte della gravità della situazione l’Europa può e deve fare di più, per lo meno per quanto riguarda i Siriani.

6) Bisogna sconfiggere l’Isis e altri gruppi terroristici. Sull’Isis sono (quasi) tutti d’accordo, ma con “altri gruppi terroristici” non si capisce bene a chi ci si riferisca. Certamente ci sono nazioni, come l’Arabia Saudita o la Turchia che continuano, e presumibilmente continueranno, ad appoggiare formazioni jihadiste come al-Nusra (legata ad al-Qaida). Gli USA in questo senso avranno un ruolo fondamentale: convincere i loro alleati sunniti più intransigenti a combattere i fondamentalisti o quantomeno a evitare che vengano loro forniti ulteriori aiuti.

7) Si chiede all’ONU di convocare rappresentanti del governo e dell’opposizione per avviare un processo politico che porti alla formazione di un governo credibile, inclusivo, non settario, che elabori una nuova Costituzione e convochi libere elezioni, supervisionate dall’ONU. Su questo l’ONU si sta già muovendo e in questi giorni De Mistura è a Damasco per incontrare i rappresentanti del regime e alcuni membri dell’opposizione.

8) Questo processo politico deve essere diretto dai siriani e i siriani decideranno il futuro del loro Paese. Il fatto che a Vienna non ci fossero siriani la dice lunga su quanto in realtà la Siria sia in balia della volontà altrui. Certamente è necessario questo ‘Punto 8’ per far sì che si concretizzi il ‘Punto 7’. Ovviamente anche i Siriani della diaspora saranno chiamati a votare, rendendo il tutto ancora più complicato.

9) I Paesi partecipanti e l’ONU individueranno le modalità di un cessate il fuoco parallelo al processo politico. L’indefinitezza e la fumosità di questo ultimo punto indicano che le delegazioni presenti a Vienna dovranno faticare ancora molto per giungere ad una soluzione in questo senso. È chiaro che tutti vogliono arrivare ad una conclusione del conflitto, ma sono in molti in Siria a non voler deporre le armi. Senza dubbio a Vienna si è fissata una meta, un punto d’arrivo, resta da capire come tutto ciò verrà raggiunto.


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

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