DISOCCUPAZIONE | 29 Febbraio 2016

Slogan e Jobs act: le mancate risposte del governo

Il Jobs act, gli slogan di Renzi e la sfida nel mercato del lavoro: come 'affrontare' l'esercito della «Terza società», composto da disoccupati in cerca di occupazione, lavoratori in nero e persone che si sono arrese alla mancanza di un impiego

di LUCA PIACENTINI

Non c'è intervista in cui il presidente del consiglio Matteo Renzi non infili un inciso sul Jobs act. Di recente lo ha richiamato usando i dati dell'Inps, parlando di oltre 700.000 assunzioni a tempo indeterminato. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Luca Lotti lo cita con «soddisfazione» tra «le cose fatte». Ogni volta che vengono pubblicati dati Istat, il governo canta vittoria e invita a guardare i risultati ottenuti, numeri alla mano. Questo il messaggio del premier e dei renziani. Propaganda? Forse no. È presto per dirlo. 

La certezza è che le tinte sul quadro della narrazione di governo sono più fosche di quanto non si direbbe ascoltando le uscite del premier-segretario. Almeno stando ai segnali che arrivano da fonti diverse. A sottolineare gli aspetti critici della sbandierata riforma non sono gli ultimi arrivati: le voci sono quelle di Bankitalia, Corte dei conti e docenti universitari. 

Cominciamo da via Nazionale. Gli esperti della Banca d'Italia sostengono che, pur avendo un ruolo positivo, il nuovo contratto a tutele crescenti ha registrato un impatto modesto nell'aumento dei posti di lavoro. 

Secondo: nella relazione sul biennio Inps 2013-2014, la Corte dei conti ha lanciato l'allarme in relazione al Jobs act, affermando che se gli sgravi contributivi non porteranno «incrementi occupazionali effettivi», sarà inevitabile «un ulteriore incremento dei trasferimenti dal settore pubblico, la cui provvista ricadrebbe sulla fiscalità generale». Che significa? Semplificando: se il Jobs act sarà solo, o prevalentemente, trasformazione di contratti esistenti, da tempo determinato a indeterminato, il rischio è di trovarsi di fronte all'ennesimo buco da coprire nelle casse dello Stato. I magistrati contabili sono inoltre preoccupati che dopo i tre anni di sgravi per le assunzioni a tempo indeterminato, possano aumentare le cessazioni e dunque il ricorso all'indennità di disoccupazione, con il conseguente carico aggiuntivo, anche qui, sul bilancio pubblico. 

Terza voce fuori dal coro delle celebrazioni  della riforma: il sociologo e docente universitario Luca Ricolfi, che in buona sostanza non promuove né boccia il provvedimento, invita alla cautela e ad interpretare i dati Inps e Istat in modo corretto, indagandone la sostanziale coerenza. Ricolfi afferma comunque che nel 2015 tra i lavoratori dipendenti il peso dei precari è aumentato. Anche se, come ricorda spesso il professore usando un'espressione efficace, il vero problema dell'Italia non sono i precari, ma i circa 10 milioni di persone della «Terza società» ingrossata dalla crisi, composta da chi lavora in nero, disoccupati a caccia di un impiego e scoraggiati che il lavoro non lo cercano più. 

E' chiaro che la partita del governo non si gioca su facili slogan o superficiali citazioni dei numeri, ma sulla capacità di rispondere efficacemente alla sfida lanciata da questo esercito in affanno, cui finora l’esecutivo sembra avere dato risposte tutt’altro che convincenti. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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