SPRECHI | 07 Gennaio 2015

Società partecipate: urge tagliare

Oltre 7.700 municipalizzate, che stipendiano più di 300.000 dipendenti. Il governo Renzi intervenga su questo comparto

di MICHELE D'APOLITO

“Aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più”. Questo il refrain troppe volte adottato nel nostro Paese in tema di società partecipate dallo Stato e dagli enti locali: un sottobosco costosissimo per la collettività, rappresentato da organismi spesso slegati dalla realtà economica che dovrebbero presidiare, spesso in perdita sistematica e con più consiglieri di amministrazione che personale alle dipendenze.

Alcuni numeri possono servire per inquadrare meglio il fenomeno: le ultime rilevazioni di Confindustria parlano di oltre 7.700 municipalizzate, che stipendiano oltre 300.000 dipendenti, cresciute di oltre 400 entità negli ultimi tre anni, quelli delle “lacrime e sangue”. Per molti, ma non per tutti.

A ben vedere, la presenza pubblica nella gestione diretta dei fenomeni economici ha antiche radici, legate alle grandi crisi del passato (anni ’30 e anni ’70, tanto per citare i periodi più noti), risolte poi con un commissariamento permanente di importanti porzioni dell’economia reale. Il fatto è che, dopo decenni di gestioni arruffone e immobiliste, quando non truffaldine, il processo di progressiva privatizzazione sembra essere ancora fermo al palo, vittima di resistenze fortissime. Il valido Cottarelli ne sa qualcosa e può testimoniare quanto sia difficile portare le forbici in questo terreno della politica economica.

Anche per il 2015, dal taglio delle partecipate sono attesi non più di 600 milioni. Niente di cui rallegrarsi.

Eppure, dalla metà degli anni ’90, aveva iniziato a farsi largo nel nostro Paese l’idea di un arretramento della presenza pubblica nella gestione diretta dei servizi, sia per questioni di opportunismo politico di breve respiro (leggasi laute plusvalenze a beneficio dei bilanci delle amministrazioni in carica), sia per questioni più sostanziali, ovvero la volontà di imprimere un corso manageriale alla gestione di settori complessi che necessitano di importanti investimenti, la generazione di uno stimolo alla concorrenza tra più attori, il miglioramento della qualità dell’offerta; e, magari, portare anche un segno positivo nei conto economici, contraddistinti generalmente dal profondo rosso di inefficienze e sprechi, che oggi bruciano 13 miliardi di euro l’anno.

Se quella onda di rinnovamento appena abbozzata fosse stata davvero compiuta, sebbene in ritardo rispetto ai paesi europei più evoluti, forse oggi non staremmo a discutere dei troppi casi di mala gestio delle risorse pubbliche, o non saremmo spettatori delle estenuanti trattative sulla scelta dei nomi che comporranno i vari c.d.a., con selezioni che troppo spesso ricadono su soggetti che un’azienda l’hanno vista solo in gita scolastica, con lo zaino sulle spalle… Ebbene sì, perché, per riprendere il refrain della premessa, il celebre ritornello di Garinei e Giovannini potrebbe essere meglio integrato con un “non importa se totalmente incompetente al ruolo”.

Dunque oggi, all’alba del 2015, risulta ancor più antistorico di vent’anni fa un rifiuto di tale necessario processo di privatizzazione, visto che gli enti locali non hanno quasi più fondi per l’ordinaria amministrazione (il verde pubblico o la manutenzione delle strade, per dirne un paio), figurarsi per la progettazione di investimenti a molti zeri su infrastrutture nevralgiche per il territorio.

Al netto di questioni ideologiche, secondo cui il privato è il male che fa solo profitti mentre il pubblico cautela le fasce deboli e salvaguarda il servizio, basta osservare quello che succede alla nostra rete idrica nazionale, che perde il 32% dell’acqua che trasporta a causa di infrastrutture ridotte a colabrodo. Fino a quando si potrà spingere questa situazione? A beneficio di chi va questo medioevo, fatto di questioni eternamente irrisolte? Si potrebbe proseguire su quanto succede nel settore dei trasporti, dei rifiuti ed altro ancora, ma credo che i fatti di cronaca siano tali e tanti da rappresentare adeguatamente lo stato dell’arte. Un caso per tutti può servire da paradigma nazionale: le partecipate del Comune di Roma sopportano un costo per i loro organi di vertice e dirigenziali di circa 28 milioni di euro all’anno, macinando perdite stratosferiche.

E allora, ipotizzare uno Stato che indirizza e regolamenta gli interventi del privato, affidando il servizio per un periodo tale da consentire il ritorno dell’investimento, è un concetto così naif?

Evidentemente fa più comodo, ancora oggi, un’economia in cui uno più uno non fa sempre due, e dove un amministratore di una società non deve avere altra esperienza aziendale che un lungo excursus in qualche segreteria politica.

Se Renzi e il suo Governo vogliono produrre fatti concreti, sia per le casse dello Stato sia per cambiare davvero verso, intervengano su questo comparto. E lo facciano presto.


MICHELE D'APOLITO

Dottore Commercialista, Revisore Legale, consulente tecnico per il Tribunale di Cremona. Collabora con Il Sole 24 Ore – Norme e Tributi. È consulente di impresa in materia societaria, tributaria e fiscale, nonché relatore in convegni specialistici in ambito di procedure concorsuali e della ristrutturazione di impresa.

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