ELEZIONI | 19 Gennaio 2018

Sondaggi choc: PD in crollo verticale

Il PD in crollo verticale nei sondaggi. All’orizzonte un duello a due, tra centrodestra - primo schieramento - e grillini. Mentre i dem farebbero bene ad interrogarsi sulla clamorosa perdita di consenso, apparentemente inarrestabile

di LUCA PIACENTINI

Il PD è in crollo verticale. Costante e apparentemente inarrestabile, senza che si intraveda all’orizzonte un paracadute politico o programmatico in grado di impedire un impatto rovinoso alle elezioni del 4 marzo. Farebbe bene a preoccuparsi il leader nazionale Matteo Renzi, e ad interrogarsi sulle ragioni per cui nelle intenzioni di voto degli elettori, dal 21 luglio 2017 al 13 gennaio 2018, in soli sei mesi, i dem hanno perso quasi quattro punti percentuali. 

Secondo il sondaggio realizzato dall’istituto Ipsos per il Corriere della Sera, infatti, il Partito Democratico è passato dal 26,9% ad un deludente 23,1%. Sotto la soglia che nel 2013 aveva portato la formazione guidata da Pierluigi Bersani a condurre le danze per la guida di Palazzo Chigi. Quel che sembra emergere dalla corsa elettorale appena iniziata - con tutte le cautele del caso, vista la grande incognita degli indecisi - è dunque un sostanziale duello a due, da un lato il centrodestra di Silvio Berlusconi, che non smette di sorprendere per energia, dinamismo e capacità di recupero, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, e dall’altro il fronte dei grillini, particolarmente forti nel meridione d’Italia. L’impressione è che il segretario nazionale PD debba correre rapidamente ai ripari, individuando una strategia che gli consentirebbe di recuperare terreno, o perlomeno di non precipitare sotto la soglia psicologica del 20% nei prossimi 40 giorni. In ogni caso, guardando ai sondaggi sembra che gli italiani non abbiano gradito le politiche degli ultimi governi a trazione centrosinistra, al dil à delle considerazioni rassicuranti del premier uscente Paolo Gentiloni e dell’ostentata tranquillità esibita da Renzi nei salotti tv. 

Non sono servite ad accrescere i consensi (e non hanno migliorato la situazione del paese) le sbandierate riforme legate al mondo del lavoro - il famoso Jobs act, i cui numeri sconfortanti testimoniano solo un incremento dell’occupazione precaria - e quelle dell’economia, ambito nel quale, come giustamente sottolineato con preoccupazione da molti analisti (vedi il rapporto Cgia Mestre) alla luce degli ultimi dati disponibili, la ripresa italiana resta il fanalino di coda dell’Unione Europea.

In un’analisi molto lucida apparsa sul Corriere della Sera alcuni giorni fa Federico Fubini ha sottolineato che l’Italia presenta criticità di fondo che la mantengono in una condizione ambivalente, ad avere cioè, da un lato, il tasso di crescita più alto dal 2009 - l’1,5% - dall’altro una crescita trainata dalla generale ripresa europea. Senza contare che il tasso di occupazione, il rapporto tra lavoratori e persone che potrebbero lavorare, è il più basso dopo la Grecia, staccato dalla Spagna. 

Insomma: lo scossone con vere riforme, che avrebbero potuto imprimere una svolta alla ripartenza dopo la grande crisi finanziaria, non c’è stato. E a quanto pare, gli italiani se ne sono accorti.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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