LE COLPE DI RAJOY | 21 Dicembre 2015

Spagna senza governo, la crisi del popolarismo

Elezioni spagnole: Rajoy primo, ma perde la maggioranza. Cresce l’antipolitica di destra e di sinistra. In crisi il modello del popolarismo europeo che chiede alle patrie sacrifici offrendo in cambio troppo poco per convincere gli elettori

di ROBERTO BETTINELLI

La Spagna si sveglia all’indomani delle elezioni nel dubbio inquietante dell’ingovernabilità. I popolari di Mariano Rajoy restano il partito più votato, ma non lo sono abbastanza da conquistare la maggioranza assoluta delle Cortes. Rispetto alle elezioni del 2011 hanno lasciato sul campo oltre 60 seggi. Invece dei 186 parlamentari eletti che hanno consentito al partito popolare di guidare la quarta potenza europea negli ultimi quattro anni, ora ne ha soltanto 123. Seguono i socialisti di Pedro Sanchez, anch’essi fortemente ridimensionati con solo 90 seggi, la sinistra radicale di Podemos che ottiene un notevole risultato con 69 parlamentari e infine la nuova destra liberale di Ciudadanos con la brillante affermazione di Alberto Rivera. Una forza politica, quest’ultima, destinata a diventare il primo interlocutore dei popolari per la formazione del nuovo esecutivo. 

Una tappa, quella della costituzione del governo, che appare non facile da raggiungere dal momento che tra le forze della destra, Pp e Ciudadanos, regna tutto tranne che la concordia. Come del resto accade sul fronte avversario dove, fra Sanchez e il leader di Podemos Pablo Iglesias, vige una dura conflittualità anche se potrebbero essere ricondotti a miti consigli qualora fallisse l’esperimento di un governo a guida Rajoy.

Una situazione che costringe il re Felipe a intervenire con lo scopo di trovare la quadra il prima possibile. Non è da escludere in ogni caso l’ipotesi di un ritorno al voto. Un esito che mette in allarme l’Europa per l’evidente instabilità istituzionale di uno dei Paesi più importanti dell’assetto comunitario e che, peraltro, non offre alcuna garanzia di partorire un risultato contrario all'incertezza attuale. 

Ciò che è avvenuto in Spagna con la rimozione della maggioranza popolare è il sintomo di un malessere che si è manifestato anche nelle recenti elezioni regionali francesi. Qui sono stati i Republicains di Sarkozy a dover scontare una umiliante sconfitta al primo turno che, in assenza di una legge elettorale che assegna al ballottaggio il compito di disinnescare il pericolo delle sigle sorte all’insegna dell’antipolitica, si sarebbe ripetuta anche in seconda battuta. Solo grazie ai travasi di voti che si sono verificati nell’appuntamento finale delle urne, il FN di Marine Le Pen è stato battuto e il centrodestra ha risalito la china. 

Il liberalismo telegenico e filoeuropeista del leader di Ciudadamos Alberto Rivera, per quanto contagiato da un patriottismo sentimentale, ha ben poco se non nulla da spartire con la rabbia populista della Le Pen. Ma in entrambi i casi si è verificato un calo considerevole di fidelizzazione da parte della destra centrista. Una contrazione del consenso che si ripercuote ineluttabilmente sugli equilibri del parlamento europeo con una vistosa erosione del prestigio e del potere del PPE. 

Ed è proprio il partito che ha designato Juncker alla guida della Commissione di Bruxelles ad essere il primo malato d’Europa come si evince dalle scarse prestazioni elettorali delle delegazione nazionali che lo alimentano. 

La difesa suicida di una concezione austera e contabile del costituzionalismo europeo, i tassi di disoccupazione che seguitano a rimanere molto alti soprattutto nei Paesi latini penalizzando le giovani generazioni, un’idealità arrendevole e priva di mordente, l’insicurezza dimostrata davanti alla sfida dell’Islam e su partite cruciali come la necessaria integrazione della Russia di Putin nel quadro di un’alleanza militare ed economica, un ceto politico abituato a godere di rendite di posizione ormai inesistenti. Le ragioni della debolezza dei partiti che si ispirano al popolarismo europeo sono sotto gli occhi di tutti.

Il sospetto è che i popolari spagnoli, come il centrodestra francese e, nel caso italiano, Forza Italia, stiano pagando un prezzo troppo elevato per l’incapacità di sostenere il confronto con le formazioni dell’ultra destra di stampo lepenista o della nuova destra che miscela liberalismo, patriottismo e il malessere dell’antipolitica.

Gli errori sono da ascrivere alla tattica politica, alla senescenza dei dirigenti e agli scandali. Il popolarismo sta rivelando una preoccupante incapacità sul fronte della modernizzazione e dell’adeguamento delle proposte politiche. Non basta confermare lo status quo puntando sui messaggi che richiamano alla responsabilità. L’impressione, avvallata da una serie di risultati elettorali sempre più critici, è che manchi una visione dotata dell’ambizione, della forza e dell’autorevolezza indispensabili per raccogliere successo nelle patrie dove lo stato di benessere è sempre più esiguo, selettivo e iniquo.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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