IL CASO | 27 Novembre 2015

Sputtanamenti e prese di distanza: una piccola storia ignobile

Il Fatto Quotidiano lancia un brutale attacco a Monsignor Luigi Negri. Le reazioni: quella dell'arcivescovo, che prima rassicura i fedeli e poi si tutela; e quella di CL, che prende distanze non richieste. Era necessario?

di ROSSANO SALINI

Si potrebbe fare un pezzo giornalistico un po' tirato a casaccio. Si potrebbero usare delle parole captate tra i rumori di uno sferragliante treno in corsa. Si potrebbe titolare un po' forte, e dire che un vescovo ha augurato la morte a un papa. Così. Per vedere di nascosto l'effetto che fa.

Forse alla fine è stato solo questo che ha mosso il bollettino delle procure, alias Il Fatto Quotidiano, a sparare in prima pagina un pezzo su Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara, che avrebbe – niente meno – augurato la morte a Sua Santità. È stato un divertimento, per combattere la noia di un giornale che altrimenti sarebbe stato costretto a titolare su vicende che francamente non interessano a nessuno. C'era solo un aereo russo abbattuto ai confini della Turchia, quel giorno, e il rischio di una terza guerra mondiale. No, roba da specialisti. Meglio un vescovo pazzo.

Bisogna metterla sul ridere. Perché a essere seri non c'è nulla, assolutamente nulla che possa giustificare un pezzo giornalistico di così infimo valore come quello che mister Travaglio ha deciso di sparare in prima pagina su monsignor Negri e le sue presunte affermazioni a riguardo di Papa Francesco. La foga da origliatori che ormai è la cifra distintiva del giornalismo alla Travaglio e compagnia non ha più freni. Cercare notizie, selezionarle, capirle e approfondirle è ormai roba d'altri tempi. L'obiettivo del glorioso giornalismo d'assalto dei nostri giorni è trovare il modo di sputtanare qualcuno.

È presumibile però che lo sputtanamento questa volta non vada a buon fine. Monsignor Luigi Negri non dà l'idea di essere una femminetta spaventata da questo attacco. In un primo momento ha reagito da pastore, assicurando i suoi fedeli e rinnovando (come sempre ha fatto nelle pubbliche dichiarazioni, che sono le uniche che contano) la sua totale obbedienza al Santo Padre. Quella era la priorità. In un secondo momento, poi, con calma ha sparato le sue cartucce: «La preoccupazione di rivolgere primariamente alla mia chiesa un messaggio di chiarimento non può prescindere da una seconda, doverosa e necessaria azione nei confronti di chi ha così gravemente leso la mia dignità umana ed ecclesiastica e anche quella della chiesa». Secca la smentita, e duro il giudizio contro il giornale: l'arcivescovo parla di atteggiamento «profondamente scorretto», di frase «mai pronunciata», di «arbitraria interpretazione» delle sue parole.

Al di là di ogni considerazione, e anche al di là delle opinioni che ognuno può avere sulla persona e sul pensiero di Monsignor Luigi Negri, è del tutto evidente che non si può che stare dalla sua parte in un caso del genere. Nulla autorizzava il giornale a pubblicare quell'articolo. Certo, non è vietato a un giornalista basarsi su frasi sentite, ci mancherebbe. Ma costruire l'articolo attribuendo con certezza a una persona frasi di questa gravità, senza la verifica col diretto interessato, è fuori da ogni regola. Imbarazzante poi la giustificazione contenuta nel pezzo: avrebbero contattato l'arcivescovo alle 21 e 30 della sera (la presunta intercettazione data a un mese prima) per sentire la sua versione, ma purtroppo era impegnato. Ridicoli. Per non parlare poi delle farciture su Papa Bergoglio e sul suo dover «allontanare i mercanti dal tempio», affermazioni nemmeno degne di un commento.

C'è però un altro dato che stupisce in questa vicenda, ed è la lettera che l'ufficio stampa di Comunione e Liberazione ha ritenuto di dover mandare al giornale, prendendo le distanze dalle parole dell'arcivescovo (che però a quanto pare non sono mai state pronunciate). Anzi, sarebbe meglio dire: prendendo le distanze dalla persona dell'arcivescovo. Un gesto immotivato. L'ufficio stampa di un'organizzazione interviene se quella organizzazione viene chiamata in causa. Ciò che non era accaduto nell'articolo. Certo, si parlava di Monsignor Negri come di persona cresciuta nel movimento di CL, come tutti ben sanno. Il che però non motiva affatto l'intervento. Come dire: se domani un giornale parlasse di me come di un farabutto, e ripercorrendo la mia storia dicesse che sono tifoso del Torino, farebbe sorridere se il Torino Calcio emanasse un comunicato per tutelarsi.

La lettera dell'ufficio stampa di Comunione e Liberazione non ha dunque alcuna giustificazione in termini comunicativi. E allora ci si chiede: era proprio necessario prendere le distanze da un arcivescovo, per di più in un momento in cui riceveva un attacco con tutta evidenza scorretto e inaccettabile? Farsi da parte quando un compagno di strada viene preso di mira dal nemico per non sporcarsi col suo sangue è un gesto che francamente non fa onore, a prescindere totalmente dal giudizio che si può avere su quel tal compagno o dal livello di prossimità umana e di pensiero con lui. Gli estensori di quella lettera e Monsignor Luigi Negri sono compagni di strada a tutti gli effetti, in quanto tutti appartenenti alla comunità cristiana, alla Chiesa. Non che fosse necessario intervenire pubblicamente per difendere Negri, questo no. Ma intervenire in quel modo è stata una scorrettezza. Non lo richiedeva l'articolo di giornale; non lo consigliava la comunione ecclesiale, che sempre deve venir prima di ogni altra considerazione. Titoli come «Cl scarica Mons. Luigi Negri» non sono, in termini di accreditamento di immagine, un gran guadagno per il movimento di Comunione e Liberazione. Se quello era l'intento della lettera, l'errore allora è doppio: nelle intenzioni (sbagliate) e nell'effetto ottenuto (inutile se non dannoso). Se addirittura invece le motivazioni affondano in personali rancori o altre questioni di tal genere, allora sospendiamo pietosamente il giudizio.

Ai cristiani e agli uomini di Chiesa non viene chiesto di essere dei bravi ragazzi. Non è scritto da nessuna parte. È chiesto di mostrare, con la propria unità, la presenza di Dio tra noi. Quella lettera (che è una pubblica dichiarazione, non una parola privata captata e storpiata) è invece un testo che crea divisione. E questo è un male.

Insomma: una brutta vicenda, fatta da una parte di brutto giornalismo e dall'altra di brutta comunicazione. In mezzo, l'arcivescovo di Ferrara e abate di Pomposa, l'unico a uscire a testa alta da questa triste storia.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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