PUBBLICO IMPIEGO | 25 Giugno 2015

Statali, per loro il mercato non esiste mai

Graziati dal Jobs Act di Renzi e protetti dai turbini del mercato, gli statali portano a casa la sentenza della Consulta che impone l’aumento universale degli stipendi. Ai ‘privati’ non resta che mettere mano al portafoglio

di ROBERTO BETTINELLI

Tempi duri. Ma non per tutti. Di certo non per gli statali. La Corte Costituzionale ha ordinato di sospendere il blocco degli stipendi che durava dal 2010. Una sentenza che ha fatto tremare il premier Renzi e il titolare del dicastero dell’Economia Pier Carlo Padoan. Per un istante si sono visti costretti a sborsare 35 miliardi di euro. Ma per fortuna la Consulta ha specificato: via il blocco, ma non per il passato. 

La suprema Corte ci ha ormai abituato a periodici colpi di mano che mettono in crisi le politiche pubbliche. L’ultima volta è toccato alle pensioni liberate dai vincoli della legge Fornero. Prima ancora è stato il Porcellum a finire sotto accusa. I partiti sono stati costretti ad avventurarsi nell'affannosa ricerca di una nuova legge elettorale. Un percorso impervio di per sé e che, a giudicare da come stanno andando le cose con l’Italicum, non solo non si è ancora concluso ma è tutto da vedere se mai lo sarà.

La Corte Costituzionale è entrata per l’ennesima volta a gamba tesa. I giudici hanno dato ragione al sindacato Confsal-Unsa che ha presentato il ricorso, ma hanno accolto la tesi dell’Avvocatura dello Stato che ha invocato l’articolo 81 della Costituzione secondo il quale deve essere assicurato «l’equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico». 

L’aumento degli stipendi non sarà retroattivo. Il periodo di ‘vacanza’ va dal 2010 al 2015: gli anni in cui i governi hanno fatto ricorso al blocco dei contratti per risanare la disastrosa situazione dei conti pubblici. I rinnovi costeranno 1,7 miliardi per il 2016 e 8,8 per il 2017. Nel frattempo si sono scatenate le brame di rivincita dei sindacati. «Farebbero bene a chiamare le organizzazioni di categoria per cominciare a discutere del rinnovo dei contratti nazionali» ha dichiarato il segretario della Cgil Susanna Camusso. Una vera e propria offensiva che ha l’obbiettivo di ottenere subito «risposte sui precari e sul potenziamento dei servizi pubblici oltre il riconoscimento delle prerogative contrattuali dei lavoratori». 

Il livore delle associazioni che rappresentano i lavoratori tradisce un ‘revanscismo’ che, ancora una volta, mette in evidenza l’incapacità di farsi carico del bene del Paese oltre che di quello dei propri iscritti. Il contesto economico nel quale viene a cadere la sentenza è catastrofico. Il premier ostenta il superifciale ottimismo che lo caratterizza, ma secondo Confindustria il numero di persone senza lavoro è intorno ai nove milioni. Corrado Passera, un esempio di ‘homo economicus’ di successo, parla addirittura di 10 milioni di persone senza lavoro. Il tasso di disoccupazione è fra i peggiori dell’Eurozona e si attesta al 12,4%. Ma sale intorno al 40% quando si prende in esame la popolazione giovanile. 

In Italia gli statali sono oltre 3 milioni e 300 mila e, al netto dei rituali piagnistei in cui si traducono le loro battaglie, non si può dire che se la passino malissimo. La gran parte si colloca in una fascia compresa tra i 2mila ed i 4mila e 500 euro. Una cifra che oggi i dipendenti delle aziende private e le sempre più numerose partite Iva possono solo sognare. Le imprese che hanno chiuso i battenti dal 2008 sono state 82mila. Una strage che ha prodotto la perdita di un milione di posti di lavoro. Nel pubblico, nonostante la drastica diminuzione dello stress e dell'impegno dovuti alle minori richieste di un'economia messa in ginocchio dalla recessione, i livelli occupazionali sono stati garantiti. Non si fanno più tante assunzioni come una volta, ma il licenziamento è un tabù inviolabile. I dirigenti e gli aventi diritto di ogni ordine e grado hanno continuato a incassare i premi e i bonus. Il Comune di Roma la dice lunga sulla difficoltà, o sull’impossibilità, di poter fare tabula rasa delle ricompense a pioggia. Marino è un pessimo sindaco, ma l’andazzo è nazionale. I privilegi sono inattaccabili come rivela l’impostazione renziana del Jobs Act che ha eretto una barriera insuperabile contro la possibilità di effettuare licenziamenti nel pubblico. A ciò si aggiunge il fattore non indifferente della qualità della vita che va a tutto vantaggio di chi non deve reggere l’urto del mercato. Una creatura che a causa della crisi è diventata brutale e ansiogena, al punto da togliere il sonno a imprenditori, manager, impiegati e operai spinti a misurarsi con una domanda interna agonizzante e una internazionalizzazione forzata.  

Diciamocela tutta: gli aumenti indiscriminati di cui beneficieranno gli statali saranno pure un atto di giustizia formale dal momento che sono il frutto di una sentenza della più alta magistratura repubblicana. Ma, nella sostanza, rappresentano un’enorme ingiustizia destinata a scavare un fossato ancora più largo e profondo fra chi lavora nel pubblico e chi nel privato. Fra chi è soggetto alle leggi del mercato e chi no. Fra chi rischia il tutto per tutto e chi non rischia nulla. Fra chi sa che il lavoro si può perdere in qualsiasi momento, anche senza nessuna colpa, e chi crede sia un diritto acquisito. Fra chi pensa giorno e notte al risultato e chi dà per scontato che qualcuno che paga lo stipendio, alla fine, ci sarà sempre. Fra chi è fuori e chi è dentro. Fra chi paga le tasse e chi vive delle tasse altrui. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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