DISINFORMAZIONE | 15 Settembre 2016

Stipendi Rai, non c’è proprio nulla di cui vantarsi

Tagliati stipendi Rai: mai più oltre i 240mila euro. I politici esultano e ne parlano come fosse una paga da fame. Intanto la tv di Stato, ‘rilotizzata’ da Renzi in vista del referendum, continua a fare peggio dei competitor nazionali e internazionali

di ROBERTO BETTINELLI

Che la classe politica sia ben lontana dalla realtà lo dimostra l’esultanza generale per il sì del Senato al tetto di 240mila euro lordi per chi lavora in Rai: dirigenti, giornalisti e consulenti. Una misura che è stata rivendicata un po’ da tutte le forze politiche, ansiose di poter annunciare finalmente un risparmio tangibile in quella che è sempre stata la più dedita agli sprechi e la più lottizzata delle aziende di Stato. 

Una vocazione, la sudditanza rispetto alle segreterie dei partiti, che il premier Renzi non ha voluto smentire dando via libera all’ultima informata di nomine e cambiando i vertici amministrativi e operativi con lo scopo peciso di superare la difficile prova del referendum costituzione. Un piano che ha smaccatamente premiato il Pd, destinato a fondare la sua sopravvivenza proprio sulla base dell’esito referendario. Che Renzi non se ne vada più spontaneamente in caso di sconfitta, è ormai indubbio. Ma che la debacle o al più una vittoria di stretta misura rappresentino un pericolo sottovalutabile da parte del presidente del consiglio, è un’ipotesi che potrebbe essere tranquillamente travolta dagli eventi. La politica, si sa, offre continue sorprese. 

A fronte di una presenza totalizzante dei partiti che ha sempre minato l’efficienza e la credibilità della televisione pubblica, e in riferimento alla quale la rottamazione renziana non ha introdotto alcuna discontinuità, resta l’interrogativo sulla bontà del tetto di 240mila euro. Una cifra che è trattata dai commentatori che occupano i seggi a Montecitorio e Palazzo Madama alla stregua di un compenso normale e del tutto equo, se non addirittura cosa da straccioni, dimenticando che in qualsiasi azienda privata rappresenterebbe un risultato eccezionale. Escluse banche e finanza dove si registra un allarmante scollamento fra i compensi e i benefit del management rispetto alle performance reali e ai servizi offerti alla clientela, nel resto del mercato prevalgono altri importi. E gli stipendi rispondono a logiche di merito che nulla hanno a che fare con la condotta che tanto piace ai partiti e che rimanda alla fedeltà più che alla capacità. 

Non che la Rai non abbia al suo interno professionisti di valore. Ma il confronto con i competitor privati sul versante dello share non giustifica affatto la glorificazione dei 240mila euro. Un parametro che anzi andrebbe riviso con forza. E al ribasso. Mentre a Sky il costo del lavoro pesa per il 7% dei ricavi e a Mediaset il 13%, in Rai grava per il 36%. A ciò si deve aggiungere una giungla di redazioni sparse sul territorio nazionale che non si capisce bene a che cosa servano oltre ad una molteplicità di piattaforme e canali che assorbono risorse enormi senza fornire un valore aggiunto per i cittadini. La Rai risulta assolutamente inadeguata anche nel paragone impietoso con la BBC che, a fronte di una fatturato che è esattamente il doppio della televisione pubblica italiana e di una reputazione inossidabile per la terzietà dell’informazione, stabilisce remunerazioni inferiori per i dipendenti e ha un numero decisamente ridotto di dirigenti. La reazione davanti alla crisi della pubblicità ha spinto la BBC a diminuire il personale mentre in Rai non è avvenuto nulla di simile. Anzi, è accaduto esattamente il contrario. 

Attualmente le figure che guadagnano cifre superiori ai 200mila euro lordi sono 94 mentre sono 41 quelle che oltrepassano la soglia dei 240mila. L’ultimo bilancio ha fatto segnare 2,49 miliardi di ricavi con una perdita di 30 milioni di euro. Comunque un miglioramento rispetto al risultato di esercizio del 2014 quando il rosso aveva toccato 175,8 milioni di euro. Ma resta il fatto che siamo in presenza di un’azienda pubblica che, pur non facendo nulla o quasi nulla di culturale, incamera il gettito di due fonti: canone e pubblicità. Un binomio che dovrebbe farla primeggiare sul fronte dei servizi per il bene comune e metterla definitivamente al riparo dalle cattive performance economiche. 

In uno scenario di questo tipo la decisione del governo Renzi di inserire in bolletta il canone di 100 euro e che interessa anche i cittadini che non possiedono un televisore, appare assurda e iniqua. Piuttosto bisognerebbe domandarsi per quale motivo sono così tanti gli italiani che preferiscono eludere il pagamento del canone. La risposta è già contenuta nella domanda. Il servizio non è considerato all'altezza dell'esborso. Ed è soprattutto per questo motivo che la celebrazione del tetto dei 240mila euro, in un mercato del lavoro che seguita a contrarsi per le persone comuni e non baciate dalla fortuna di poter fare appello ad una raccomandazione politica, viene recepita come una medaglia che nessun politico può appuntarsi al petto senza generare una condivisibile reazione di rabbia e ostilità. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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