SCIENZA | 15 Aprile 2015

Superbatteri: no agli allarmismi, sì alla ricerca

Un report del Governo Britannico sui microrganismi patogeni resistenti agli antibiotici mette in guardia la comunità scientifica. Ecco l’opinione del virologo e ricercatore Fabrizio Pregliasco

di RICCARDO CHIARI

“I superbatteri uccideranno più del cancro nel 2050”, “I superbatteri come la Grande Peste del 1665”, “I superbatteri devastanti. Vecchie infezioni tornano ad uccidere”. Finora un’unica epidemia, con la sua frenetica febbre sensazionalista, si sta diffondendo: quella dei titoli deliranti.

Nei giorni successivi alla pubblicazione di un rapporto del Governo Britannico che ha diffuso le stime (pessimistiche, occorre dirlo subito) delle possibili future vittime da infezioni batteriche, si è assistito, nel mondo dei media, a un rincorrersi di voci allarmanti e articoli carichi di catastrofismo in cui abbondano scenari apocalittici. Verrebbe da dire che anche la fede cieca nella scienza, almeno quella “divulgativa” e sempliciotta à la Odifreddi, possiede una propria letteratura escatologica che nulla ha da invidiare, almeno in termini di tragicità, a quella delle fedi religiose.

Certamente il rapporto è una pubblicazione seria, che espone altrettanto seriamente rischi e possibili conseguenze circa i cosiddetti “superbatteri”, quelle forme di vita microbiche e patologiche per l’uomo che hanno sviluppato una particolare resistenza agli antibiotici.

Ma da qui alle Trombe del Giudizio c’è di mezzo, almeno per ora, il mare.

A darci una versione dei fatti attraverso toni ben più pacati di quelli usati dalla media dei giornali italiani è il dottor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano e sovrintendente sanitario dell’IRCCS Galeazzi di Milano.

Dottor Pregliasco, è davvero il caso di preoccuparsi?

«Dipende dall’accezione con la quale si vuole intende questo verbo. Se quanto si teme è un’imminente epidemia mortifera che porterà all’estinzione della razza umana direi che non è il caso di allarmarsi. Se invece rimaniamo sul piano clinico e della ricerca, occorre dire che il rapporto presentato dal Governo Britannico desta sì qualche preoccupazione. Ma si tratta di preoccupazioni di ordine pratico, ovvero che spingono ad un miglior utilizzo generale degli antibiotici».

È quindi un problema già da tempo noto alla comunità scientifica?

«Assolutamente. Si può dire che questo documento non fa altro che confermare la giustezza di alcune previsioni di rischio legate all’uso eccessivo di antibiotici. Il rapporto non fa altro che offrire uno scenario prospettico, e piuttosto pessimistico, di quanto potrebbe accadere nei prossimi anni qualora non si intervenisse in maniera incisiva per rimediare alla situazione».

Quali sono le cause che hanno portato alla comparsa di questi “superbatteri”?

«Chiariamo subito che si chiamano “superbatteri” non perché particolarmente pericolosi, ma perché resistenti in maggior misura ai farmaci che di norma impieghiamo per curare le infezioni. Non si tratta di batteri più “cattivi” degli altri, ma meno aggredibili. Come oramai è noto, o si spera che lo sia, l’impiego di antibiotici si effettua per combattere i batteri che causano infezioni. Capita però che alcuni dei batteri che subiscono la terapia sviluppino una resistenza a questi farmaci. Ciò avviene soprattutto in presenza di un’errata applicazione della posologia, ossia dei modi e della frequenza con cui il medico curante prescrive che vengano assunti. Spesso i pazienti interrompono la terapia prematuramente, in altri casi impiegano scriteriatamente gli antibiotici usati da parenti e amici per curarsi da soli un’influenza o qualche altra malattia».

Quindi la colpa è soprattutto dei pazienti?

«Dei pazienti disobbedienti o di chi improvvisa una terapia “fai da te”. Ma non sono esenti da colpe anche molti medici. Non voglio inimicarmi i colleghi, però è vero che molto spesso si sentono prescrizioni esagerate. Per usare una metafora, ciò che si potrebbe eliminare usando una pistola lo si elimina con un cannone. C’è chi prescrive farmaci troppo potenti per infezioni di poco conto. A volte sono gli stessi pazienti a insistere perché venga loro prescritto un farmaco più potente di un altro. L’antibiotico è come una lama di un coltello, più la si usa più perde il filo. Sprecare e utilizzare male farmaci preziosi come questi può portare a conseguenze negative».

Questo significa che gli antibiotici di più antica data sono oggi i meno efficaci?

«Precisamente. Si consideri che si tratta di farmaci relativamente recenti. La penicillina è stata scoperta quasi casualmente da Alexander Fleming nel 1928. I primi impieghi su larga scala risalgono agli anni ’30/’40. Oggi la penicillina naturale non sortisce praticamente alcun effetto curativo sulle infezioni batteriche. Se pensiamo all’incremento della popolazione nell’ultimo secolo e alla assai maggior possibilità di accesso a questo tipo di cure riusciamo facilmente a comprendere come l’efficacia di molti farmaci antibiotici sia messa a rischio, ragion per cui bisogna rallentarne l’eccessivo impiego».

Alcuni addossano la responsabilità anche all’uso che degli antibiotici viene fatto in ambito zootecnico.

«Sì, anche in questo campo si è operato per lungo tempo con poco criterio. Di certo se un animale è malato occorre un trattamento antibiotico. Se però la finalità di tale trattamento è legata a scopi profilattici per far sì che sopravviva in condizioni igienico-sanitarie non adeguate allo scopo di ottimizzare i profitti appare evidente che si tratta di un comportamento grave e dannoso per la salute pubblica».

Prima ha accennato a interventi finalizzati a un miglior impiego dei farmaci. Può spiegare a che cosa si riferisce?

«I modi in cui si può intervenire sono molti e mi auguro si possano attuare tutti. Direi che principalmente occorre aumentare la già buona attività di monitoraggio svolta dal Comitato Informazioni Ospedaliere che controlla il diffondersi delle infezioni e le terapie impiegate. Inoltre sarebbe utile un incremento della campagna di informazione relativa all’utilizzo degli antibiotici. Pubblicità televisive e radiofoniche, manifesti, campagne online e altri strumenti devono essere usati per sensibilizzare, e non terrorizzare, la gente su un corretto impiego degli antibiotici. L’Italia è stata per lungo tempo “maglia nera” nell’utilizzo eccessivo di antibiotici, variando da regione a regione. In Toscana e in Liguria, ad esempio, se ne usano pochissimi, mentre in Puglia e Campania vi si ricorre sconsideratamente. È anche importante che venga fatto un giro di vite sui controlli alle prescrizioni mediche che un po’ troppo spesso risultano facilone».

Quindi nessuno scenario apocalittico, ma una sana prudenza.

«Siamo assolutamente lontani da una situazione disperata e richiamarsi alla peste del ’600 non ha alcun senso. Di certo è altrettanto insensato usare indiscriminatamente delle medicine inficiandone le proprietà curative. Quello che occorre, come ho detto, è un maggior controllo, non un allarme rosso».

Esistono alternative alla terapia con antibiotici?

«Ad oggi no. Gli antibiotici sono gli unici farmaci che effettuano un’azione eradicante e distruttiva del batterio. Dopo l’impiego di molecole naturali, abbiamo iniziato a sintetizzarne di nuove. Negli anni ’80/’90 si sono prodotti circa 40-50 tipi di molecole antibiotiche, mentre nell’ultimo decennio quest’operazione risulta assai più difficile. Il numero di nuove molecole sintetizzate è più o meno una decina. Anziché allarmarsi sarebbe quindi più utile incoraggiare i finanziamenti alla ricerca scientifica».


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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