DOPO IL REFERENDUM | 07 Luglio 2015

Tanta paura per Grexit, ma l’Europa non cambia

Il vertice a due Hollande-Merkel, l’irrilevanza di Renzi e Tsipras che torna a chiedere liquidità con il ‘cappello in mano’. Dopo il referendum non è cambiato granché in Europa

di ROBERTO BETTINELLI

Il referendum greco ha lasciato sul campo esiti tutt’altro che imprevisti e in gran parte confermati dallo ‘storico’ delle relazioni interne all’Unione Europea. Se si esclude la terribile incognita dell’uscita di Atene dall’euro, che sarebbe l’unico e clamoroso elemento di rottura e che finora può essere solo immaginato, non sembra cambiato granché. Come dire: un bello spaghetto, ma ormai è passata. Quasi. 

E’ sufficiente analizzare alcuni punti essenziali di quanto è successo e sta succedendo per capire che non si tratta di una ipotesi campata per aria. Il sacrificio di Vanoufakis, artefice insieme a Tsipras del mancato accordo, e il conseguente arrivo del nuovo ministro dell’Economia Tsakalotos dotato di un profilo decisamente più mite e collaborativo, è un passaggio che non poteva essere evitato. La fugace illusione del premier greco, convinto di potersi avvalere del successo referendario per strappare condizioni più vantaggiose, si è miseramente infranta davanti alla rigidità dei falchi di Bruxelles. La Bce non ha aumentato di un centesimo il tetto di 89 miliardi per la liquidità delle banche greche che sono allo stremo e che rimangono chiuse nonostante le promesse di Tsipras che è finito nell’angolo, costretto a presentare «proposte» che devono subre il giudizio delle istituzioni comunitarie.

Il summit dell’Eurozona di martedì è stato anticipato dal vertice a due tra Francia e Germania ed è la testimonianza di un protettorato franco-germanico che non è mai venuto meno e che relega ai margini gli altri partner. Un patto, quello fra Parigi e Berlino, che sancisce l’irrilevanza del premier italiano Renzi, obbligato suo malgrado al ruolo del comprimario. Il governo di Roma, esattamente come accadeva prima del tanto celebrato semestre che ha visto l'Italia al vertice della UE, è destinato a fare da spettatore. Il crollo delle borse europee è stato repentino e violento come avevano annunciato gli addetti ai lavori, ma è stata Milano ad aggiudicarsi la maglia nera.   

Questo era il copione. E questo è ciò che si è verificato suggerendo l’idea che il caso Grexit, qualora non dovesse condurre alla drammatica e imprescrutabile uscita di Atene dalla moneta unica, non cambia un granché nelle usanze e nei metodi di ‘casa Europa’. Un progetto politico che non è mai riuscito a completarsi esprimendo una vera sintesi degli obbiettivi e delle aspirazioni dei Paesi membri. La lunga e sfiancante stagione dell’austerity, come peraltro il referendum greco indetto irresponsabilmente dal governo di Tsipras, ne sono un'ulteriore prova. 

Un errore, però, non deve essere commesso. Non bisogna cedere alla tentazione di interpretare a tutti i costi il popolo greco come una vittima. La responsabilità della crisi è da ricercare soprattutto nella incapacità di Atene di attuare riforme impopolari ma necessarie, a partire dalla revisione del regime pensionistico. 

La vocazione germanocentrica della Troika ha spinto tutte le nazioni dell’Eurozona a rivedere in termini più virtuosi le politiche di bilancio. C’è chi ha condotto l’operazione con serietà come l’Italia, e chi, come la Grecia, ha voluto fregarsene accumulando un debito di 300 miliardi. 

Prima di accusare la Merkel di sciacallaggio è doveroso riconoscere che se Berlino volesse far fallire davvero le banche di Atene, l'avrebbe già fatto. L'obbiettivo è da tempo nella disponibilità della Merkel. Se Tsipras ha chiuso le filiali per impedire che venisse prosciugato il contante, Berlino potrebbe decidere di non farle riaprire mai più. Ad un cenno del cancelliere tedesco, Tsipras si troverebbe a fronteggiare una rivolta che potrebbe essere frenata unicamente con l’intervento dell’esercito. Al di là del voto del referendum, che va interpretato anche e soprattutto come una orgogliosa affermazione di sovranità, il governo greco non è mai stato così subordinato a quello tedesco.  

I mercati, come sempre accade quando il fattore politico entra in fibrillazione aumentando il livello dell’incertezza, hanno prodotto effetti perfettamente in linea con le attese. Le borse europee sono precipitate bruciando 100 miliardi di capitalizzazione. 

I capi dei governi dell’Eurozona si sono dati appuntamento nell’ennesimo summit per decidere sul da farsi. Un vertice che è stato anticipato da un faccia a faccia fra Hollande e la Merkel. «Rispettiamo l’esito del referendum greco, ma con Atene siamo già stati molto generosi», ha detto il cancelliere tedesco gelando Tsipras e riportando le lancette dell'orologio al momento in cui il negoziato si è interrotto. 

Davanti all’incontro bilaterale all’Eliseo viene da chiedersi che fine ha fatto il premier italiano. Renzi, fin da quando si è insediato a Palazzo Chigi, ha rivendicato un protagonismo che doveva essere assicurato al’Italia e che invece è rimasto solo sulla carta. Un episodio, anche questo, che non segna alcuna rottura rispetto ai costumi e alle abitudini di Bruxelles. Insomma, sono passati solo dieci giorni da quando il banco della trattativa è saltato ma, a ben guardare, nel presente dell’Unione Europea c’è molto di noto e già vissuto.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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