STATO | 10 Aprile 2015

Tasse a livelli assurdi. Dov’è la ripresa?

Ma quale ottimismo. Per l’Istat la pressione fiscale ha raggiunto quota 43,5%, mentre Confedilizia denuncia che le imposte sugli immobili sono triplicate. Intanto spunta l’Imu sugli impianti «imbullonati» (come se a casa, vi tassassero i mobili)

di LUCA PIACENTINI

Tasse a livelli mai visti, disoccupazione al galoppo stabilmente oltre le due cifre, burocrazia in agguato. Ecco la notizia: il Paese non riparte. Anzi. A dirla tutta, e guardando report economici e tabelle, sembra proprio il contrario. Altro che ottimismo o lotta ai gufi che non vorrebbero la ripresa. Da settant'anni in Italia l’unica cosa che riparte è sempre la stessa: l’aumento delle tasse. E’ sempre stato così. E, sotto il governo Renzi, la musica non è cambiata.  

L’Istat ha certificato che il peso dei balzelli disseminati nel 2014 lungo lo Stivale ha raggiunto il 43,5%. Ma come? Solo pochi giorni fa il premier non aveva detto, annunciando il Def (Documento di economia e finanza): né aumenti di tasse, né tagli ai servizi? Vedremo. Forse in futuro. Finora, però, le cose sono andate in modo diverso da quanto la stragrande maggioranza degli italiani si aspettava. Nonostante i ripetuti sorrisi in conferenza stampa e la foga di correre (per dove, non si è ancora capito) dell'ex sindaco di Firenze.

La verità che emerge dai documenti preparati dall’Istituto nazionale di statistica è cruda. E rischia di spingere l’esecutivo verso il baratro: perdita di consenso davanti alla realtà di un Paese evidentemente in declino come attestano le principali voci macroeconomiche, conseguente paura di calare la mannaia sulla spesa pubblica e inevitabile giro di vite fiscale con annesso aumento dell’Iva (la famigerata clausola di salvaguardia). 

Gli ultimi tre mesi del 2014 hanno visto la pressione fiscale salire a livelli mai visti: 50,3% di tasse su famiglie e imprese, più 0,1% a confronto con lo stesso periodo (ottobre-dicembre) dello scorso anno. Certo, il conteggio esclude l'incidenza delle misure del governo su decontribuzione assunzioni e taglio Irap, mentre gli 80 euro non risultano in alcun modo nel calcolo perché secondo l’Istat (giustamente, diciamo noi) rientrano nella «spesa» sociale e non rappresentano un «taglio» del cuneo fiscale. Ma i distinguo non bastano: i numeri raccontano un'Italia vessata dallo Stato, nessuno escluso, cittadini e imprenditori. 

A rallentare la galoppata di slogan del governo Renzi è il peso dei numeri. Che non possono rimanere nascosti. Non è propaganda. A parlare sono ancora le cifre, sottoforma di bilancio d'impresa. Da cui emerge che se da un lato l’Irap è stata tagliata, dall’altro è spuntata l’Imu sugli impianti industriali «imbullonati». Il fisco li considera “immobili”: un po’ come se, a casa nostra, ci tassassero i mobili.  

A confermare il quadro negativo è l’ultimo rapporto di Confedilizia, che descrive una situazione inquietante. L’associazione mette a confronto le tasse sugli immobili degli ultimi anni. «Con il 2015 - si legge nella sintesi curata dall’ufficio studi - la proprietà immobiliare si troverà, per il quarto anno consecutivo, a subire un livello di imposizione tributaria insostenibile. Ad aumentare vertiginosamente, come noto, è stata una specifica componente della tassazione sugli immobili, quella di natura patrimoniale». 

I numeri parlano da soli: 25 miliardi fra Imu e Tasi nel 2014, mentre il gettito Ici fino al 2011 era di “soli” 9 miliardi. «Le imposte locali sugli immobili - prosegue Confedilizia - si sono quasi triplicate rispetto al 2011. Dal 2012, i proprietari versano ai Comuni 15/16 miliardi di euro in più ogni anno (il 50% in più rispetto all’entità dello sgravio degli “80 euro”)». Dulcis in fundo: «Il carico fiscale sugli immobili del 2014 (Governo Renzi), dato da Imu e Tasi, è stato di oltre un miliardo superiore rispetto a quello dell’Imu 2012 (Governo Monti)». 

I due rapporti, Istat e Confedilizia, hanno funzioni diverse, sono realizzati con metodologie non paragonabili. Ma nessuno dei due è fazioso. Ed entrambi suscitano lo stesso dubbio: se gli indicatori economici sono tutti negativi, le imprese chiudono, le tasse crescono e un giovane su due resta senza lavoro, perché mai ci raccontano che il Paese sta cambiando ed è in corso una sorta di rivoluzione copernicana della politica, delle istituzioni e dell’Italia? Ciascuno risponda come crede. Qui ci limitiamo ad offrire un indizio per trovare la strada: probabilmente la politica economica del governo è tutta da rifare. E la vera rivoluzione, quella liberale, è ancora di là da venire. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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