L'INTERVISTA | 15 Giugno 2015

«Tasse e immigrati, finora nessuna risposta da Renzi»

Il voto e la leadership di Renzi, l’intervista al politologo Angelo Panebianco: «Se il premier non interviene su tasse e immigrazione rischia di perdere le prossime elezioni». Gli elettori: «Destra e sinistra, categorie insostituibili»

di ROBERTO BETTINELLI

«O Renzi interviene severamente sulle tasse e sull’immigrazione o rischia di perdere le prossime elezioni. Francamente è una situazione che solo qualche settimana fa non avrei mai immaginato potesse accadere». Angelo Panebianco, docente di Scienza politica all’Università di Bologna e firma prestigiosa del Corriere della Sera, non nasconde lo stupore per la velocità con la quale è mutato lo scenario politico. Un premier che sembrava imbattibile e che poteva rivendicare una patente di invincibilità dalle primarie del Pd del 2013, adesso si trova in una condizione inaspettata di debolezza. Prima il 5-2 delle regionali poi le comunali con i dem costretti a sloggiare da  roccaforti apparentemente inespugnabili come Venezia e Arezzo. Ma non è sul voto locale che Panebianco punta il dito. 

Le due ‘cleavage’ che vedono chiaramente in difetto il presidente del Consiglio sono l’emergenza migranti e il fisco. «Se non predispone soluzioni praticabili su questi punti specifici - torna a dire il politologo - Renzi finirà col trovarsi in grande difficoltà. L’emergenza degli immigrati è sotto gli occhi di tutti. Quanto alle tasse, continuano ad aumentare. La finanza locale è fuori controllo. Il suo peso si è moltiplicato negli ultimi anni e ha raggiunto livelli insopportabili». 

Ma Renzi ha vinto o perso le ultime elezioni?
«Il vizio centralista della politica italiana preferisce ignorare il dato che il voto regionale non c’entra nulla con quello nazionale. Le ragioni che muovono gli elettori sono per il 90% legate alle dinamiche locali. De Luca o Emiliano non hanno vinto grazie a Renzi. Lo stesso vale per la Liguria. Toti ha battuto la candidata del Pd che governava da 15 anni. E’ un lasso di tempo che vale pur qualcosa. Evidentemente è nella modalità di amministrazione del governo che va ricercata la causa della sconfitta più che nella divisione della sinistra. Dopo di che i cittadini sono irrimediabilmente arruolati tra i fautori di Renzi o Berlusconi…». 

Quindi non è possibile stilare un bilancio del voto…
«Se vogliamo a tutti i costi sottoporci a questa domanda, le dico subito che il presidente del Consiglio a mio avvso ha riportato una vittoria strepitosa. Cinque regioni conquistate e due perse sono un ottimo risultato. Non dimentichiamo che Renzi guida il governo in carica che, stando anche a ciò che accade in Europa, dovrebbe prendere una mazzata tremenda. A Hollande, per esempio, le cose sono andate molto peggio». 

Il governo si regge sull’alleanza che lega Pd e Area Popolare. E’ un esecutivo di emergenza oppure è diventato qualcosa di più?
«E’ nato come governo di emergenza, ma ora è una maggioranza politica a tutti gli effetti anche se mi sembra che inizi ad avere dei problemi seri».

Lei ha sollevato diverse critiche contro l’Italicum. Perché?
«La soglia di sbarramento del 3% è troppo bassa e polverizza il parlamento. Inoltre non approvo il ritorno alla preferenza sia pure non per il capolista. Un pasticcio annunciato dal momento che rispetto a quanto accadeva in passato ora il voto di scambio è considerato reato». 

Ma la preferenza non limita il potere delle segreterie dei partiti?
«La preferenza è sempre stato uno strumento di lotta interna al partito fra i candidati che si scannavano fra di loro. Chi la paragona al voto uninominale commette uno sbaglio perché in questo caso i candidati appartengono a partiti diversi e lottano l’uno contro l’altro per conquistare il collegio. La preferenza è da equiparare a tutti gli effetti ad una lotta fratricida». 

L’Italicum è una cattiva legge elettorale allora…
«Ci sono aspetti di valore. Sono molto favorevole a non considerare la coalizione come l’oggetto del voto. Ricordo che in Italia le coalizioni non hanno mai saputo garantire un minimo di coerenza programmatica. Invertire questa tendenza è certamente un fattore di pregio anche se pare che sia stato trovato l’espediente per riabilitare il listone ripristinando in questo modo la presenza di coalizioni eterogenee…».

Il Pd di Renzi è stato definito un partito ‘pigliatutto’. Che cosa ne pensa?
«Oggi i partiti o sono pigliatutto o non nascono nemmeno. Renzi aveva in mente un partito di questo genere anche se mi sembra che ci sia stata da parte sua una frenata. La vicenda della scuola l’ha riportato nel solco della sinistra. In realtà era il Patto del Nazareno che gli consentiva la cavalcata centrista mettendolo nelle condizioni di attirare l’elettorato di centrodestra. Ma adesso il Patto non c’è più».

Come valuta la situazione del centrodestra?
«Un marasma. C’è chi dice no all’euro e all’Europa e chi dice il contrario. C’è grande confusione, ma Renzi deve stare molto attento. Se non risponde in modo tangibile sui temi delle tasse e dell’immigrazione si esporrà al rischio di una sconfitta. Quanto all’esperimento centrista di Ncd, non ha avuto successo. Lo dicono i sondaggi e i risultati elettorali». 

Quali sono le cause dell'ascesa della Lega Nord e del Movimento 5 Stelle?
«Se le proposte politiche più pacate e moderate non riescono ad esprimere una voce convincente e una leadership capace di risultare credibile agli occhi dei cittadini vince chi la spara più grossa». 

La forza di Grillo è davvero così travolgente?
«Tutt’altro. Alle regionali il Movimento 5 Stelle ha preso meno voti rispetto alle europee e non ha quasi mai raggiunto il ballottaggio. La vittoria di Grillo è mediatica ma nella pratica non è riuscito a scardinare l’assetto bipolare. Il declino è continuo. E già alle europee aveva accusato un ridimensionamento rispetto alle politiche». 

Destra e sinistra sono categorie ancora valide per spiegare l’identità dei partiti e le ragioni del voto?
«Sono categorie che continuano a orientare gli elettori. Sono una mappa semplificata della realtà, rozza e brutale, ma resiste. Destra e sinistra sono, per dirla in breve, nella testa degli elettori…». 

Sono categorie insostituibili...
«La ragione della loro durata è semplice. La politica è mondo complicatissimo e lontano dalla vita quotidiana delle persone che hanno bisogno di contenere e ridurre la complessità per farsi un'idea di ciò che succede ed esprimere un giudizio. Destra e sinistra sono una bussola per capire dove si è adesso e dove si sta andando. Sono indispensabili per il cittadino chiamato a fare una scelta. Non è stata trovata un’alternativa all’interno della competizione democratica. Almeno per ora». 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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