RIFORME MANCATE | 23 Febbraio 2015

Tasse e spesa pubblica (i mal di pancia di Renzi)

Tagli fantasma alla spesa pubblica e tasse in crescita. Il vero cambiamento non si vede: lo stato continua a dominare la vita dei cittadini

di LUCA PIACENTINI

Gli annunci di Renzi sul Jobs Act fanno rumore nei Tg ma, a telecamere spente, non riescono a coprire la principale colpa politica del presidente del Consiglio: su questo governo resta indelebile il marchio statalista disegnato dal binomio tasse-spesa pubblica, le prime in crescita, la seconda intoccabile. 

Senza riprendere una categorizzazione schematica che oggi rischia di non descrivere compiutamente la realtà politica, ossia la dimensione destra-sinistra come traduzione dell'antitesi meno tasse e meno servizi pubblici-più tasse e più servizi pubblici, è comunque impossibile non rilevare l'assenza del principale cambiamento che serve al paese, la mossa capace di imprimere la vera svolta all'Italia: la riduzione della presenza dello stato nell'economia e nella vita dei cittadini, rappresentata, da un lato, dal taglio delle imposte finanziato con la riduzione della spesa pubblica, dall'altro dallo sfoltimento della giungla burocratica. 

A sentire molti imprenditori, quest’ultimo aspetto costituirebbe il vero dramma di chi intraprende (ancora più delle tasse): scoraggia gli investimenti, impedisce l'apertura di nuove aziende e all’estero offre del nostro paese l'immagine di un mondo inaffidabile e incomprensibile (perché se c'è la crisi non si punta sullo sviluppo?). 

Se il governo non è scivolato totalmente a sinistra è solo merito del Nuovo Centrodestra, che tiene duro e lotta contro le spinte centrifughe. Ma i segni del rinnovamento sono altri. Ad oggi, purtroppo, restano evidenti le tracce della vecchia politica. La spending review (inesistente) è una di queste. 

Come ricordano Alesina e Giavazzi sul Corriere della sera, Renzi si è liberato di Carlo Cottarelli. Ha detto che si sarebbe occupato lui, il premier, dei tagli alla spesa pubblica. Ma torniamo a chiederci: dov'è finita questa sforbiciata? L’Istituto Bruno Leoni ironizza e parla di «ormai mitici testi della spending review dell'ex commissario Carlo Cottarelli, reclamati da più parti in nome della trasparenza» e che «restano tuttora coperti dal mistero» 

Sul quotidiano milanese i due economisti (e non solo loro) ricordano che la congiuntura è favorevole (petrolio a minimi storici, bazooka di Draghi pronto a sparare liquidità, deprezzamento dell’euro sul dollaro che spinge le esportazioni) ma non sembra che il governo abbia superato la timidezza per coglierne i frutti. Soprattutto per spingere i consumi interni della classe media, la chiave della ripartenza. 

«Ridurre le spese consente di abbassare le imposte - sottolineano Alesina e Giavazzi - I dati parlano chiaro: abbassare le imposte, soprattutto quelle che gravano sulle famiglie con reddito medio e medio basso e sul lavoro fa crescere i consumi molto più rapidamente che non aumenti di spesa che sono lenti a materializzarsi e nel nostro paese spesso sono fonte di corruzione» . 

A meno di clamorosi colpi di scena o decise sterzate nella guida politica del governo, quest’anno, prevede la Cgia di Mestre, la pressione fiscale resterà sostanzialmente stabile (comunque altissima, a livelli osceni aggiungiamo noi), nel 2016 addirittura dovrebbe aumentare. 

«La Cgia ricorda che per l’anno in corso la pressione fiscale è destinata ad attestarsi al 43,2 per cento: 0,1 punti in meno rispetto al dato toccato nel 2014, mentre nel 2016 dovrebbe salire al 43,7 per cento. Tale aumento sarebbe il risultato di una diminuzione di 0,6 punti di Pil dei contributi sociali, più che controbilanciata dall’incremento di quasi un punto della pressione tributaria. Quest’ultimo è in gran parte dovuto alle imposte indirette, per effetto, in particolare, dell’aumento dell’aliquota IVA dal 2016 e delle clausole di salvaguardia sulle accise, misure introdotte con la legge di Stabilità 2015». 

Non vogliamo fare i gufi. Ma andare oltre i facili trionfalismi, che spesso la realtà dimostra essere soltanto l’eco finale degli annunci. Se prendiamo i numeri e suoniamo l’allarme vogliamo ottenere una cosa sola: tenere i piedi per terra, per il bene del nostro scassato paese.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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