OLTRE I RADICAL CHIC | 26 Ottobre 2017

Toscani, ovvero ‘Dell’intellettuale bifolco’

C’erano una volta i radical chic; oggi ci sono gli “intellettuali bifolchi”, che nel mondo intellettuale occupano il posto che occupavano i parvenu nell’alta società. Toscani disprezza i «contadini che non parlano italiano», ma il vero ignorante è lui

di ROSSANO SALINI

Ormai si è detto fin troppo sulla deriva salottiera di certa intellettualità. Quando genialmente Tom Wolfe coniò la definizione di “radical chic” eravamo ancora a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, e all’occhio acuto del giornalista e scrittore non sfuggì il contrasto tra gli ideali da lotta marxista-leninista del Black Panther Party e le comode poltrone nell’elegante attico dei Bernstein in Park Avenue, dove quei rivoluzionari da salotto esponevano le loro teorie sorseggiando drink e degustando raffinatissimi stuzzichini. Allora la definizione fu originale e geniale; ma di tempo ne è passato tantissimo, e quella prima squisita definizione è diventata ormai di dominio pubblico, e potremmo dire quasi trita.

Ci vuol poco però per rivitalizzarla, e al tempo stesso attualizzarla modificandola. Pensiamo ad Oliviero Toscani, che disturbato - poveretto - alle 8 del mattino da Radio Padova, se ne esce con una serie di affermazioni da incorniciare per capire quale evoluzione il fenomeno dei radical chic abbia assunto oggi. «Mi telefonate alle 8 del mattino per sapere il mio parere», dice Toscani, rimarcando con stupore un orario normalissimo, da giornata già pienamente avviata per noi comuni mortali, ma che nella sua comoda vita da super-uomo è l’equivalente del nostro concetto di notte fonda. Poi il giudizio: quelli che sono andati a votare al referendum per l’autonomia del 22 ottobre «sono dei mona». E sulla differenza di voto tra città e province, Toscani la spara grossa: «Non a caso Milano è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati: veneti, napoletani, siciliani, neri, africani. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino».

È con queste parole che, per diversi motivi, Toscani dimostra di essere il più classico esempio di qualcosa di più di un radical chic, e cioè un suo triste epigono: l’intellettuale bifolco. Per fare un parallelo, pensiamo a quelli che un tempo erano definiti gli “arricchiti”, i quali tentavano di coprire con le ricchezze le loro umili origini, entrando nell’alta società e facendosi dispregiatori di quella stessa plebe da cui uscivano, non riuscendo però mai pienamente nell’intento e lasciando sempre trasparire la loro irrimediabile volgarità. Oggi ci sono gli intellettuali bifolchi, gli “intellettualizzati” potremmo definirli per fare eco al concetto di “arricchiti”. Sono cioè coloro che accedono al rango di intellettuali in un contesto come quello attuale, in cui si arriva ad appartenere a un tal rango pur senza averne i necessari requisiti. Toscani è infatti un ignorante, è un uomo privo di cultura, di erudizione, uno che se fossimo, che so, nel Settecento o nell’Ottocento verrebbe accolto in un circolo di intellettuali come una persona poco più che analfabeta, privo di studi e conoscenze, esperto tutt’al più nel maneggiare uno strumento meccanico, come un qualunque ciabattino.

Al giorno d’oggi, invece, anche gli Oliviero Toscani possono dirsi ed essere considerati intellettuali: gente che non ha studiato, uomini completamente privi di quel bagaglio preziosissimo di ore e ore passate sulle “sudate carte”, gente che sa poco o nulla - per esempio - di latino e greco, di storia, di filosofia, di letteratura, totalmente privi di quella sana e sacrosanta erudizione che un tempo era giustamente non dico la caratteristica dominante, ma semplicemente il basamento imprescindibile di un intellettuale. Costoro, gli “intellettualizzati”, entrano nel novero degli intellettuali esattamente come gli arricchiti, i parvenu, entravano nell’alta società senza avere i titoli per farlo. E come quelli dimostravano comunque, nei modi, il loro basso lignaggio, così questi mantengono intatta e mettono in mostra la loro perfetta ignoranza, la loro incapacità di giudicare la realtà sulla base di un attento studio dei fatti, frutto di un rigore intellettuale e di un faticoso lavoro culturale, di analisi, di sintesi.

L’intellighenzia ignorante tanto amata da Toscani, quella appunto della Milano di oggi, fatta di cliché, di pensiero unico, di principi sbandierati solo per essere alla moda, di categorie preconcette, di modi di fare e di pensare, è l’habitat ideale per l’intellettuale bifolco alla Toscani, sparatore di sentenze senza costrutto.

In tutto questo, Dio salvi e conservi i «contadini, là, che non parlano neanche italiano», unica speranza per questo povero e bislacco mondo guidato da ignoranti che si credono intelligenti.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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