IL PD E LE RIFORME | 10 Settembre 2015

Renzi: solo tattica altro che idealismo

Pd in ambasce per Italicum e Senato non elettivo. Il premier finge di fare il duro, ma sa di dover cedere. Altro che padre del cambiamento. E’ l’ennesimo cauto e cinico traghettatore di cui la politica italiana non aveva alcun bisogno

di ROBERTO BETTINELLI

Matteo Renzi è costretto a vincere ogni battaglia. Uno stress al quale il premier risponde sottolineando ogni minimo passo in avanti: numeri, statistiche, dati. Ogni cosa torna utile. Dal Jobs Act all’Expo. Perfino la finta abpolizione delle guardie forestali o il numero unico dell'emergenza. Ma l'esigenza di ostentare positività ed entusiasmo a tutti i costi spinge a fare degli errori come è accaduto con i dati delle assunzioni a tempo indeterminato gonfiate della metà: da 300mila a 600mila. Una stima subita rivista nell'imbarazzo generale. 

Renzi, per essere chiari, non ha alcuna rendita. Alla prima sconfitta, come si è ben visto dopo la vittoria dimezzata delle regionali e delle amministrative, il partito gli si rivolterà contro e non potrà fare altro che cedere lo scettro. Una conseguenza inevitabile che deriva da un fatto incontestabile: Renzi raffigura il Pd, ma non lo incarna né lo esaurisce totalmente. 

Per ora resta dov’è, ma soltanto perché gran parte del partito, che pure non si riconosce nella sua linea centrista e nella sua opera di restyling ideologico, lo vede come una garanzia contro l’avanzare dell’ondata grillina. E’ convinzione unanime che Bersani, D’Alema e il resto dei dissidenti non sarebbero altrettanto efficaci contro la marea 5 Stelle che, stando ai sondaggi, tallona pericolosamente il partito del Nazareno. Il distacco è ormai sceso a pochi punti. Un risultato reso possibile dalla maggiore esperienza accumulata nel corso della legislatura da porte dei seguaci di Grillo, dal ritorno in tv per fare proseliti e tranquillizzare l’opinione pubblica, dalla scalata prorompente di un giovane leader come Luigi Di Maio che sembra essere in grado, al pari di Renzi, di coniugare slogan populisti e senso di responsabilità. 

La prima grande prova per Renzi è la legge costituzionale. E’ questo lo scoglio insieme all’Italicum. «Qui ci giochiamo la legislartura» ha commentato a ragione. Per quanto riguarda il Senato, la situazione non è per nulla rosea. La fedeltà di Ncd è a rischio. Un drappello di 15 senatori sui 35 di cui dispone il partito di Alfano non si sente per nulla tutelato davanti a una legge che impedisce per il futuro l’ingresso a Palazzo Madama. Renzi potrebbe non avere i numeri. Anche i ‘verdiniani’ e gli incerti pronti a cambiare bandiera ad ogni filo di vento, di fronte alla certezza di perdere ogni chance di rielezione, sono pronti a sfilarsi dai precedenti accordi e votare contro. 

L’altra incognita è l’Italicum. Gli alleati Alfano e Cesa, a capo di micro partiti che puntano alla mera sopravvivenza e che mai potrebbero ottenere di più nemmeno se lo volessero, hanno già ringraziato per la ridicola soglia di sbarramento al 3% necessaria ad entrare in parlamento. Ma non basta. Chiedono a gran voce il premio per la coalizione. 

Allo stesso tempo i dissidenti del Pd, che sono molti di più dei soliti 25 e che hanno in mano la periferia del partito alla faccia del titolare di Palazzo Chigi che spopola nell’assemblea nazionale e nel governo, sono decisi a dare battaglia sulla riforma del Senato accolta come un preciso attacco alla Costituzione. Non è un caso che davanti all’ipotesi di mettere la fiducia per blindare l’approvazione dall’interno del partito si è levato un coro unanime di no. Lo stesso vale per l’Italicum e la logica del premio assegnato alla lista che consentirebbe al segretario del Pd di schivare l’alleanza con Sel e con la ‘cosa’ che sta prendendo forma a sinistra per impulso di Landini, Cofferati e Civati. 

Insomma, lo scenario è ostile. Il sondaggio di Piepoli che dimostra come Pd e Sel uniti vincerebbero le elezioni nazionali staccando un portentoso Movimento 5 Stelle mentre il patto con Ncd/Area Popolare si tradurrebbe in una secca sconfitta, la dice lunga su come la pensano gli elettori del Pd. Preferiscono immaginarsi alleati della sinistra molto più che con i centristi. Alfano, Cicchitto, Quagliariello hanno alle spalle un passato berlusconiano che per i militari e i sostenitori democratici vale come una macchia indelebile e inaccettabile. 

Se i numeri della riforma del Senato e dell’Italicum sono a rischio è perché lo stesso Pd non li vuole. Come non li vuole la nuova sinistra che si sta coalizzando intorno ai leader anti-renziani. Come non li vuole Berlusconi, consapevole che i suoi grandi successi sono il frutto del meccanismo che assegna la maggioranza dei seggi alla coalizione e non al singolo partito, o Salvini che per quanto ingrossi le fila della Lega sa di non poter mai raggiungere i numeri ‘maggioritari’ del Pd. 

Tutto ciò non scoraggia Renzi. Ma non vuol nemmeno dire che sia disposto alla santificazione. Il segretario del Pd non morirà per le riforme. Tenterà in ogni modo di negoziare per non perdere la faccia davanti agli italiani e ai partner europei. Ma alla fine verrà a patti con i dissidenti del Pd. 

Se l’Italicum non passerà secondo i dettami iniziali e il Senato continuerà ad essere elettivo oppure recupererà gran parte delle competenze finite in soffitta con la riforma, Renzi potrà sentirsi al sicuro. Certo, si salverà. E, molto probabilmente, durerà fino al 2018 che è la cosa che più gli sta a cuore. Ma non potrà più fregiarsi del titolo di artefice del cambiamento e passerà alla storia come un capo del governo non eletto dal popolo che dopo aver fatto abilmente le scarpe alla vecchia guardia del suo partito e aver raccontato un sacco di frottole ai cittadini si è rivelato l’ennesimo cinico, astuto, inutile traghettatore della politica italiana.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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