IL VOTO CALPESTATO | 19 Aprile 2016

Trivelle, i ricorsi. Alla faccia della democrazia

Trivelle, via ai ricorsi. I referendari prima respingono il diritto sacrosanto all’astensione in nome della partecipazione democratica e poi, a urne chiuse, s’inventano di tutto per non rispettare la volontà del popolo

di ROBERTO BETTINELLI

E ora i referendari, per nulla pentiti di aver buttato al Paese 300 milioni di euro per un referendum inutile, ci riprovano. Il comitato per il sì, che ha reclutato dai grillini ai militanti di Sel e del Pd fino alle tipologie pià variegate di destrorsi, ha già pronte due azioni legali: una contro il Mise, il Ministero dello sviluppo economico, e l’altra in sede europea. 

La prima, come ha spiegato il costituzionalista Enzo Di Salvatore al quale gli italiani devono la stesura dei quesiti del referendum, punta a bloccare cinque concessioni per le estrazioni entro le 12 miglia. La seconda consiste nell’ennesimo attacco suicida che ha l’obbiettivo di spingere la Commissione europea ad aprire una procedura di infrazione contro l’Italia per la violazione delle regole sulla concorrenza in materia di estrazione degli idrocarburi. 

Sempre i membri del Comitato hanno esultato alla notizia che due compagnie, la Shell e la Petroceltic, si siano fatte da parte a seguito del battage referendario. Se tutto ciò fosse confermato per l’Italia il danno sarebbe duplice ed estremamente grave: diminuzione dei posti di lavoro e degli investimenti. Due aspetti che i fautori del sì si rifiutano sistematicamente di prendere in esame sognando un’Italia più bella, pulita, senza fabbriche e senza occupati. 

Ma al di là dell’utopismo che fa il paio con una politica anti-industriale, ciò che stupisce davvero è l’insofferenza per le regole democratiche da parte di chi, fino all’apertura dei seggi, criticava i richiami all’astensione paragonandoli a veri e propri attacchi contro il diritto-dovere della partecipazione. 

Fermo restando che se un referendum è inopportuno e lede gli interessi primari della nazione, è legittimo per chi la pensa in questo modo non solo votare no ma addirittura non votare. Se, infatti, la comunità politica commette l’errore di cavalcare battaglie ideologiche e autolesioniste non si vede perché i cittadini debbano assecondarla invece di mostrare il loro aperto disprezzo o quanto meno la loro indifferenza. 

I ricorsi annunciati alla stampa il giorno dopo il flop dei sì, certificato dal dato incontestabile che solo un terzo degli italiani si è scomodato per andare a votare, rivelano che gli attacchi in nome della partecipazione democratica erano strumentali. I ricorsi, infatti, non s’inventano nello spazio di 24 ore. Chi li ha confezionati, e cioè i promotori del referendum, aveva già pianificato di divulgarli con lo scopo di attenuare l’effetto di una prevedibile sconfitta. Gli ambientalisti sanno usare abilmente le armi della vecchia politica e sono tutt’altro che ingenui come segnala il dinamismo in sede istituzionale delle imprese che lavorano nel settore delle rinnovabili e che, notoriamente, hanno una capacità di fare lobby del tutto simile a quella messa in campo dagli odiati ‘petrolieri’. 

Un cinismo che, messo alla prova, non ha esitato a calpestare il principio basilare della democrazia. Chiusi i seggi e contati i voti, un regime politico fondato sul libere elezioni prevede che il risultato non si contesti. Il popolo si è espresso. Non c’è altro da aggiungere se non rispettare la volontà degli elettori. Si ristabilisce la pace sociale dopo il ‘conflitto’. 

I referendari hanno perso. E in malo modo visti numeri della scarsa affluenza. Non resterebbe loro che ritirarsi in buon ordine. Nessuno ha l’ardire di pretendere un’ammissione di responsabilità per i soldi, tanti, gettati al vento. Sarebbe troppo. Ma l’umiltà di accentrare la sconfitta sul piano del consenso, questo sì.

Truccare le carte per nascondere il fallimento, inveire contro le istituzioni e gli avversari, accusare di inerzia il popolo italiano e fare ricorso contro l’esito di una votazione così netta e inequivocabile, significa non avere a cuore la democrazia. E, con questa, la sola partecipazione finalizzata alla libertà che si fonda sul principio della sacralità dell’elezione. Uscire dal seminato vuol dire trascinare il Paese in un dissidio senza fine, molto pericoloso e dove è impossibile la riconciliazione. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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