DIMISSIONI | 15 Gennaio 2015

Troppa gloria nell’addio a Napolitano

Il tributo stucchevole a Giorgio Napolitano. Da seconda linea del Pci a capo dello Stato. Ma non è un padre della patria anche se ha avuto il merito di rinnegare il comunismo. Peccato che l'ha fatto tardi

di ROBERTO BETTINELLI

Giorgio Napolitano è stato un presidente della Repubblica senza infamia e senza lode. Se ora lo si vuole elevare a tutti i costi al rango di padre della patria, è perché il mondo politico italiano è caduto talmente in basso che basta un sussulto di serietà per salire al grado più alto della gloria repubblicana. 

Napolitano di errori ne ha fatti, ma non è stato protagonista di scandali. Sempre che non si voglia credere alla baggianata della trattativa stato-mafia. Ma non si può nemmeno dire che abbia brillato anche se in questi giorni stiamo assistendo a una celebrazione che appare francamente esagerata. 

Di una cosa, però, bisogna ringraziarlo. E’ un comunista pentito. Una categoria rara in Italia. Dove di comunisti ce ne sono sempre stati in abbondanza. E pochissimi si sono pentiti. Anche se il pentimento di Napolitano ha un grosso difetto. E’ arrivato tardi. Con un po’ di anticipo avrebbe contribuito a screditare un sistema fondato sul terrore che ha ucciso la libertà e la democrazia ovunque è stato applicato. 

Napolitano, che lo si voglia ammettere o no, era fra coloro che potevano sapere come si viveva realmente in Urss ai tempi della guerra fredda. E’ entrato nel Pci a 20 anni, ha ricoperto incarichi prestigiosi anche se mai di primo piano, ha conosciuto e frequentato Togliatti, ha viaggiato ripetutamente nei paesi dominati dalle dittature comuniste, è stato assistente di Longo quando era segretario del partito. Se c’era qualcuno che poteva sapere, molto probabilmente era lui. 

In una pubblicazione del 2013 l’ex capo dello stato ha scritto che il comunismo è stato un «fallimento», ma ha anche etichettato il capitalismo ai tempi della guerra fredda come un «fondamentalismo del mercato». Parole ambigue: fallimento non equivale a crimine e il fondamentalismo è una categoria che mal si concilia con la libertà di mercato. Ma questo non deve far sorgere dei dubbi. Napolitano ha rinnegato il comunismo. Solo che l'ha fatto tardi. 

Nel ’56 Napolitano ha descritto l’invasione sovietica dell’Ungheria come un’intervento finalizzato a portare la pace mentre nel ’74, l’anno in cui il regime di Mosca ha espulso Aleksandr Solgenitsyn, dalle colonne dell’Unità ha accusato i giornali italiani di voler sollevare «il solito polverone propagandistico» con lo scopo di «sfruttare l’occasione per una polemica a buon mercato sull’Urss e sul comunismo». 

Se Napolitano avesse continuato su questa linea, non saremmo certamente qui a scrivere di lui. E se non fosse stato uno dei primi dirigenti del Pci ad avvicinarsi alla socialdemocrazia europea in tempi non sospetti e se non avesse preso distanze dall’intervento militare sovietico in Afganistan rendendo omaggio a Bucarest sulla tomba di Imre Nagy mezzo secolo dopo i fatti d’Ungheria, non avrebbe mai potuto ambire a diventare presidente della Repubblica. 

Ora la fine del suo mandato suscita grande commozione. E’ comprensibile. Gli italiani, nonostante la ben nota indisciplina che li contraddistingue e l’innata avversione verso ogni forma di potere e di autorità, sono sentimentali. L’odio per la politica e per i suoi rappresentanti è forte, radicato e ormai ha raggiunto livelli patologici. Ma appena uno degli odiosissimi eletti si dimostra vagamente all’altezza dell’incarico, scatta la scintilla. Così è stato per Napolitano che oggi festeggia in mezzo a ringraziamenti unanimi la fine di un doppio mandato inziato il 10 maggio del 2006. E’ stato il primo comunista ad essere eletto presidente della Repubblica. Ed è stato il primo capo dello stato italiano ad essere rieletto. Qesto gli ha consentito di rimanere quasi un decennio al Quirinale dove ha dimostrato di saper incarnare con decoro il ruolo che gli è stato affidato per ben due volte da un parlamento sempre più indebolito e delegittimato agli occhi dell’opinione pubblica. 

Un ruolo, quello del capo dello Stato, che negli ultimi anni è cambiato conquistando sempre più spazio e libertà di iniziativa, ben oltre la missione 'equilibrista' assegnata dalla costituzione. Napolitano ha saputo interpretarlo senza sfigurare. Prima delle dimissioni, a 84 anni suonati, era il leader politico più vecchio dei paesi occidentali. Un fattore, l’età, che nel suo caso è sempre stato un punto di forza. Come l’eloquio pacato, il passo incerto, la mitezza del carattere. Tutti aspetti che gli italiani, a differenza di quanto si scrive in questi giorni sotto l’effetto di uno stucchevole sentimentalismo, non ricorderanno mai. Ma che hanno apprezzato al momento opportuno. 

Alla domanda se Napolitano è riuscito nel compito ingrato di risollevare la fiducia degli italiani verso le istituzioni e la classe politica, la risposta è no. Alla domanda se Napolitano è riuscito ad accumulare un credito personale con gli italiani, la risposta è sì. Ma non al punto da poter aspirare ad avere un posto tutto suo nel pantheon degli eroi repubblicani. Un traguardo che resta ampiamente al di fuori della sua portata.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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