ELEZIONI USA | 08 Novembre 2016

Trump-Clinton, la sfida che appassiona il mondo

Trump-Clinton: il paradigma della destra populista e della sinistra elitaria. Due candidati che incarnano pregi e difetti di una politica che tenta di rinnovarsi senza riuscirci. Una lezione per tutto l'Occidente

di ROBERTO BETTINELLI

Non c’è nessun altro evento della politica internazionale che appassiona il mondo più delle elezioni americane. Il motivo è principalmente uno: il rango di superpotenza degli Stati Uniti.

La disponibilità di dollari e truppe dell’America è tale che chiunque diventi presidente della democrazia più longeva e più vasta del pianeta diventi, in modo del tutto automatico, il capo di Stato più potente, capace di trasformarsi nell’alleato più prezioso e nel nemico più temibile.

L’ascesa della Cina e il ritorno sulla scena mediorientale della Russia di Putin, individuati come fattori di contenimento dell’egemonia a stelle e strisce, non hanno mutato uno scenario che si è fatto più critico ma non al punto da essere stravolto.

Il duello ingaggiato da Hillary Clinton e Donald Trump suscita grande interesse anche per un altro motivo, per così dire paradigmatico, e che si caratterizza per l'opposizione di due leader che rispecchiano le tipologie dominanti dell’Occidente democratico.

Il magnate immobiliarista Donald Trump è l’espressione di una politica protezionista che raccoglie il grido di dolore delle masse terrorizzate dalla globalizzazione, non esita a prendere la parte dei residenti storici di una città o di un territorio, attacca duramente lo Stato descritto come un coacervo di tecnocrati che succhiano risorse all’economia reale ricoprendo di tasse i cittadini, sventola la bandiera nazionalista della difesa dei confini e strizza l’occhio alla tradizione che rifiuta i nuovi dogmi dell’ideologia gender promettendo un riscatto a chi è costretto a subire l’umiliazione di dire addio ad un passato di prosperità e benessere.

E’, in sostanza, la matrice del populismo di destra che sta conquistando ampio consenso anche negli Stati dell’Unione Europea e che sembra condividere messaggi plateali e violenti, incentrati sulla demolizione dell’avversario, trasmessi attraverso frasi oltre il limite dell’oscenità, puntando a sobillare odio e rancore contro le elite ufficiali.

Una posizione che molto spesso urta più per i toni utilizzati che per i contenuti, capaci di riflettere l’esperienza mortificante della nullità e della marginalizzazione vissuta da milioni di persone sotto gli occhi indifferenti di un potere pubblico avido, autoreferenziale, lontano anni luce dai problemi della gente comune che tende ad aggravare con la propria indifferenza.

La missione, non facile, di Trump è la seguente: qualificarsi agli occhi dell'opinione pubblica come una figura degna e rassicurante, in grado di incarnare una solida e pacifica politica di governo. Per farlo deve convincere i 538 grandi elettori che hanno in mano le sorti dell'elezione presidenziale. Una missione che, nel vecchio continente e con procedure differenti, condividono Matteo Salvini o Marie Le Pen. Personalità affini che però, allo stato attuale, non hanno mai raggiunto il vero potere. Non sono cioè stati in grado di trasformarsi da fanomeni mediatici a detentori del governo. 

Hillary Clinton, al contrario, rappresenta il tentativo di una sinistra elitaria, colta e legata ai poteri forti di accreditarsi davanti all’opinione pubblica americana e internazionale come un’opportunità di integrazione verso le minoranze, imponendosi come una garanzia per il raggiungimento di una giustizia sociale fortemente scossa dai meccanismi della globalizzazione. La Clinton ha il problema opposto a quello di Trump e vive il limite di chi, in un periodo in cui anche il ceto medio è in balia di una rabbia motivata da un'irrimediabile decadenza, è abituato a comunicarsi come un simbolo della responsabilità e dell'equilibrio. Sentimenti e atteggiamenti politici sempre meno diffusi e sempre più soggetti ad accuse di falsità e opportunismo. 

Mentre Trump si rivolge principalmente ai bianchi impoveriti dove la categoria degli operai è tutto tranne che secondaria, la Clinton guarda agli afroamericani e agli ispanici ossia ai nuovi americani che faticano ad essere accolti dentro il sistema politico ed economico.

Mentre Trump cade nella trappola delle battute sessiste e sogna dei muri da erigere lungo i confini meridionali degli States per evitare invasioni simili a quelle che sta subendo il Sud dell’Europa, giocando emotivamente sulla paura di perdere posti di lavoro e risorse pubbliche a favore degli 'ultimi' che non hanno alcun diritto di calpestare il suolo americano, Hillary Clinton apre ai nuovi venuti annunciando un’età di luminosa speranza e rinnovati diritti.

I sondaggi per ora sono tutti a vantaggio della Clinton che pure di errori ne ha commessi: dalla polmonite non dichiarata al caso delle email riservate che ha interessato l’Fbi. Ma Trump è un osso duro e non ha mai smesso di lavorare sui punti deboli della rivale a partire dal fatto di essere un'ex first lady che ha sempre goduto di una posizione privilegiata grazie alla carriera del marito Bill, stigmatizzandone la colpevole vicinanza con Obama. Un presidente, Barack, che soprattutto in politica estera ha manifestato un'allarmante miopia appannando l'immagine di potenza invincibile degli Stati Uniti. 

Lo schema del confronto Trump-Clinton, come in ogni duello che si rispetti, è manicheo. Ma a vincere sarà solo uno solo.

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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