POLITICA & REALISMO | 15 Febbraio 2017

Trump e i commentatori con la puzza sotto il naso

C’è il primo scandalo alla Casa Bianca. Ma c’è anche la svolta realista in politica estera. E se prima di 'massacrare' The Donald, i commentatori con la puzza sotto il naso si sforzassero di capire cosa sta succedendo per davvero?

di LUCA PIACENTINI

Al di là dei pregiudizi. In barba alle visioni ideologiche e alla demonizzazione dell’avversario. Le dinamiche concrete della politica, alla fine, sono così: pragmatiche, realistiche, concrete. E prescindono dalle letture preconfezionate di chi le interpreta dall’esterno o, in modo solo apparentemente paradossale, le commenta dall’interno. 

Prendete il caso di Donald Trump, il neo presidente degli Stati Uniti così vituperato, odiato, disprezzato. Quali catastrofici fatti si sono verificati da quando si è insediato? Forse cade il mondo, se anche si spezza il cosiddetto cerchio magico trumpiano con le rumorose dimissioni - e il primo scandalo della nuova era - del consigliere alla sicurezza Michael Flynn? In passato, alla Casa Bianca, di errori grossolani ne abbiamo visti a bizzeffe. 

C’è il rischio di un inedito rapporto con la Russia tutto da chiarire? Il Dipartimento di Giustizia americano sta dando prova di non risparmiarsi. Indaga a tutela della grande democrazia d’oltreoceano e tira le somme. Il caso Flynn docet.

La battaglia legale e il flop dei primi ‘ban’ nei confronti dei cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana mostrano l’impreparazione dello staff presidenziale? Gli esperti si possono cambiare. I collaboratori anche. 

L’elenco potrebbe continuare. In molti, tra i giornalisti e i commentatori americani, gridano allo scandalo ma al momento Trump sta dando prova di rimediare. Non siamo ‘trumpiani’. Guardiamo ai fatti. E non ci permettiamo di trarre conclusioni affrettate. Che tipo di presidente sarà il magnate di New York? E’ ancora presto per dirlo. Ci sono segnali, quelli sì.

Se ci si sforza di guardare oltre gli scivoloni e si trattengono i pregiudizi, spostando l’attenzione su alcuni fatti, emerge un’immagine diversa, in divenire, soprattutto pragmatica di The Donald. Che sta assumendo contorni sempre più precisi: quelli di un negoziatore realista dotato del pallino delle promesse elettorali. In tal caso: dove sarebbe lo scandalo?

Cinque esempi: due in politica estera, Cina e Canada, e tre sul fronte interno, muro, immigrati e andamento della borsa. 

Primo: il rapporto con la Cina. Dopo le tensioni esplose all’epoca della prima telefonata con Taiwan, Trump si è rapidamente allineato alla politica storica Usa degli ultimi decenni: c’è una sola Cina, quella di Pechino. 

Secondo: il rapporto con il Canada emerso nel recente incontro bilaterale. Hai voglia a cercare a tutti i costi il dettaglio rivelatore di una rottura imminente; o ad insistere col progressista Justin Trudeau che tentenna prima di stringere la mano al populista Donald Trump; o a rilevare, nella conferenza stampa congiunta, l’abisso tra l’eleganza del plurilinguismo franco inglese del giovane premier canadese rispetto al nudo e rozzo «American English» del tycoon. 

Da una parte abbiamo il premier paladino del globalismo e del multiculturalismo, dall'altro il presidente della nazione più potente del mondo che ha vinto le elezioni al grido «America first»: secondo voi, l'incontro tra i due com'è andato a finire? Si sono detti: non ci parliamo perché tu sei «multiculti» mentre io no? Non scherziamo. 

Basta con la puzza sotto il naso. Stiamo ai fatti. I due leader hanno riconosciuto l’evidenza: che le centinaia di miliardi di dollari di interscambio tra due nazioni straricche non si possono ignorare, i rapporti tra gli Stati restano solidi e gli obiettivi sono comuni. Sì, certo, ci sono le differenze sugli immigrati. Ma la sostanza è che Usa e Canada andranno d’amore e d’accordo. E il Nafta? Idem. Al massimo subirà modifiche a sud, nei punti critici che riguardano il Messico. 

Sul piano della politica estera autorevoli commentatori cominciano a chiedersi se per caso Trump non sia semplicemente un realista, un politico destinato cioè ad incarnare sempre più la tradizionale dottrina repubblicana: muscolare ma con punti di riferimento ideali precisi. Russia compresa? Per ora, a riguardo la posizione americana non sta cambiando di una virgola, compresa la condanna dell’annessione unilaterale della Crimea operata da Mosca. 

Quel che accade all'interno degli Stati Uniti, poi, non è altro che un tentativo di dare risposte coerenti agli elettori. Dal punto di vista del presidente cosa c'è di sbagliato? Parliamo del muro, degli immigrati e di Wall Street. 

Il muro: quanti sono al corrente del fatto che, ben prima degli annunci dell’attuale inquilino della Casa Bianca, fu il paladino dell’internazionale progressista Bill Clinton ad erigere le prime centinaia di miglia di recinzione tra Arizona e Messico? 

Gli immigrati: le retate in corso della polizia fanno seguito agli ordini esecutivi e puntano a punire l’illegalità diffusa. Non sono deportazioni - come spesso le si dipinge - vengono colpite violazioni della legge. 

Terzo esempio interno, Wall Street. L’indice Don Jones non è mai stato così alto. Dalle parti della più importante piazza finanziaria del mondo, analisti e operatori di borsa sono incerti (il presidente resta in buona parte imprevedibile e gli scossoni politici non mancano) ma euforici, in attesa cioè dell’annunciata svolta sulle tasse e dell’ondata di liberalizzazioni che si spera favoriranno le aziende americane. 

Ricapitoliamo: da un lato una valanga di errori imbarazzanti e ingiustificabili, insieme ad un rapporto con Mosca tutto da chiarire, dall’altro fatti altrettanto evidenti che mostrano contemporaneamente un’impronta sempre più realista in politica estera e lo sforzo di mantenere le promesse elettorali. 

Insomma: la realtà dell'era Trump è molto più complessa di quanto non suggeriscano le vulgate affrettate e, purtroppo, molto diffuse. Meglio trattenere i (pre)giudizi. E sforzarsi di capire cosa sta succedendo. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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