TRUMP DAY | 20 Gennaio 2017

Un modello per la nuova democrazia

Trump incarna l’eccellenza della società civile rispetto alle stanche liturgie della politica. Un talento che il Partito Conservatore, alla fine, ha saputo valorizzare e che ora ha tutto il diritto di governare

di ROBERTO BETTINELLI

Donald Trump è finalmente giunto alla fine del lungo cammino di una campagna elettorale che più avvincente non poteva essere. E’ lui, da oggi, a guidare la più grande democrazia dell’occidente. E chi si ostina a contestare un risultato elettorale inappellabile, che ha visto il tycoon asfaltare Hillary Clinton con 306 grandi elettori a favore e solo 232 contro, deve farsene una ragione.

La democrazia coincide con la libera contesa dei voti. Chi ne ha di più, governa. E chi ne ha di meno deve accettare una posizione di minoranza che, in un regime democratico, non vuol dire non contare nulla ma contare di meno rispetto a chi ha acquisito il primato nella sfida elettorale. La sfilata dei volti celebri di Hollywood, a partire dall’attore Robert De Niro e dal regista Michael Moore, è una lezione di intolleranza senza precedenti. Uno sfoggio di narcisismo elitario e modaiolo che apre un solco incolmabile rispetto al sentiment di un popolo che si è pronunciato nettamente.

Ribellarsi all’elezione di Trump significa ribellarsi alla democrazia facendo antecedere i pregiudizi ideologici ad uno schietto e severo esame dei fatti. Criticare un presidente è sempre possibile, ma l'onestà intellettuale impone che lo si faccia sulla base delle azioni che intraprende nell'esercizio delle proprie funzioni. Altrimenti si cade nell'errore di commettere un atto di arroganza che nega il principio e il metodo democratici. Il che sta a significare che non è Trump il nemico delle libertà e dei diritti dal quale va salvaguardato il popolo americano, ma sono proprio De Niro, Moore e tutti coloro che ne condividono il pensiero e l’atteggiamento a rappresentare la minaccia autoritaria.

Il magnate, i voti per entrare da trionfatore alla Casa Bianca, se li è meritati tutti ribaltando i sondaggi e facendo tabula rasa di una debolissima Hillary Clinton che via via ha smarrito i pezzi di un consenso sempre fragile. Pagato il prezzo di alcune ingenuità, Trump si è imposto all’attenzione dell’opinione pubblica e, forte di un successo personale conquistato nel mondo dell’imprenditoria, ha avuto ragione di una candidatura giudicata troppo distante ed elitaria dai cittadini come quella dell’ex first lady.

L’elezione del tycoon è stata accolta favorevolmente in un primo tempo dai mercati per via di una ricetta economica fondata su una drastica riduzione delle tasse per imprese, il rilancio della spesa pubblica per aumentare gli investimenti, una rinnovata deregulation perfettamente in linea con il motto reganiano ‘Riprendiamoci l’America’.

Un balzo delle quotazioni dell’economia Usa che ha accusato un rallentamento a distanza di due mesi dalla vittoria elettorale ma che ha evitato il pericolo di una partenza in negativo sul fronte del consenso internazionale. Quanto al gradimento per il nuovo presidente, che non sarebbe minimamente paragonabile rispetto al sostegno che accompagnò l’avvio di Obama, non c’era da farsi illusioni a riguardo. Trump, a differenza del predecessore, non è certo un politico di professione e anche se è un uomo di affari di provata esperienza non eccelle nell’arte della mediazione e della ‘tattica parlamentare’.

Ciò che lo caratterizzano sono i giudizi privi di ambiguità, le dichiarazioni forti al limite della brutalità, la serenità nel calpestare i luoghi comuni del linguaggio politico, l’innata disposizione ad assumersi la responsabilità di correre rischi, il rifiuto dei lenti e inamovibili bizantinismi che dettano legge nell’ambito partitico.  

Ma è proprio questa schiettezza ad aver fatto la sua fortuna politica. Insieme alla capacità di incarnare alla perfezione il sogno americano, declinato nel suo caso da un’ascesa nel settore delle costruzioni che gli ha consentito di conquistare Manhattan, andando ben oltre le speranze e le ambizioni del padre Fred che l’aveva avviato al mestiere di imprenditore immobiliare.

Il magnate di New York, al pari di Silvio Berlusconi, ha dimostrato prima di che cosa era capace nella società e solamente dopo ha deciso di replicare i successi accumulati cimentandosi nella sfida pubblica. Un obbiettivo che entrambi hanno centrato, privilegiando l’esperienza personale ma senza escludere il contributo che può e deve essere offerto dal sistema tradizionale dei partiti.

Berlusconi, cogliendo con grande tempismo l’opportunità del vuoto lasciato dalla Democrazia Cristiana e dalle forze del pentapartito a causa di Tangentopoli, ha fondato Forza Italia che seguita a rappresentare con alterne fortune uno degli attori principali del mercato politico italiano.

Trump, agendo in un contesto dove non è possibile introdurre novità nel bipolarismo tipico della democrazia Usa, ha conquistato la ‘nomination’ del Partito Repubblicano. Un contenitore che, nonostante le importanti defezioni e le fratture clamorose, alla fine non ha potuto fare altro che valorizzare il magnate newjorchese. Una riconciliazione che lo stesso vincitore, non appena eletto, ha saggiamente agevolato dando prova di intelligenza, equilibrio e moderazione.

Che i partiti siano essenziali per il funzionamento della democrazia è assodato. Ma questa, per funzionare davvero, ha bisogno di leader credibili, che sappiano appassionare le masse sempre più individualistiche e atomizzate, che portino nell’agone politico un’attendibilità e una capacità di alimentare speranze che solo vite intense e di successo possono garantire. O i partiti sono in grado di offrire agli elettori figure di questo tipo o è meglio che facciano un passo indietro dando un umile ma fattivo contributo. L'alternativa è l'irrilevanza. 
 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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