GREXIT | 30 Giugno 2015

«Tsipras ha fallito, ma il disastro si può ancora evitare»

Tsipras chiude le banche. L’economista Carlo Altomonte: «Bce non ha colpa, Grecia unico Paese dove si va in pensione a 55 anni con il 90% dell’ultimo stipendio». Referendum: «Il popolo può evitare il disastro»

di ROBERTO BETTINELLI

Nel giorno in cui la Grecia non onora la prestito di 1,55 miliardi del Fmi dichiarando al mondo il suo stato di insolvenza, seguita il braccio di ferro fra i creditori internazionali e il governo di Atene. E seguita soprattutto la catena di accuse  e controaccuse fra Tsipras e i partner europei sulle presunte colpe che hanno portato all'interruzione del negoziato. Intanto la paura per il default greco si impadronisce delle borse con Milano che lascia sul campo il 5% mentre Atene chiude le banche e impone un limite di 60 euro ai prelievi bancomat per frenare l'emorragia dei risparmi. Il prossimo 5 luglio il popolo greco sarà chiamato a pronunciarsi sul futuro dell'euro con un referendum che rischia di mettere in discussione l'assetto politico ed economico dell'intera Unione Europea. 

Carlo Altomonte, docente di politica economica europea all’Università Bocconi, consulente della Bce per il commercio e gli investimenti internazionali, ci aiuta a capire che cosa sta succedendo, a chi spettano le maggiori responsabilità per il fallimento dell'accordo e quali conseguenze negative possono esserci per l'Italia. 

La colpa è di Tsipras o della Bce?
«La reazione del Fondo monetario internazionale e della Banca europea è assolutamente giustificata, il piano di Tsipras prevede troppi aumenti delle tasse e l’assenza di una riforma che possa ridurre la spesa pensionistica. E’ evidente che la proposta del premier greco non è sufficiente per generare avanzi primari e mancando questo obbiettivo non può che essere controproducente per la ripresa dell’economia».

Ma Tsipras poteva fare di più?
«In Grecia si va in pensione a 55 anni con il 90% dell’ultimo stipendio. E’ l’ultimo Paese dove ciò accade e, guarda caso, è anche il più indebitato. Atene non ha voluto mettere mano alla riforma pensionistica diventando un unicum nel continente europeo dove tutti i governi negli ultimi anni sono stati chiamati a intervenire con modifiche rilevanti».

La Grecia non ha onorato il prestito del Fondo monetraio internazionale e a luglio ci saranno scadenze importanti: rimborsi per i bond da 3 miliardi, ancora una rata al Fmi e 3 miliardi alla Bce. Il ministro dell’economia Varoufakis ha detto: «Siamo nelle mani di Angela Merkel». E’ davvero così?
«E’ una prospettiva che non condivido. I greci sono nelle proprie mani e non in quelle della Merkel. Il governo di Atene gioca da protagonista in questa partita. Come d'altronde il popolo greco. Il referendum è un passaggio cruciale. Può spingere Tsipras sulla strada delle riforme oppure può diventare un freno per l’azione di cambiamento. I partner europei hanno tutto il diritto di aspettarsi misure che garantiscano solidità finanziaria e non penalizzino le future generazioni. Non dimentichiamo che la Grecia deve quasi 300 miliardi di euro al resto del mondo. Bisogna avere piena coscienza della gravità della situazione e i greci non possono fare finta di niente. E' il momento di mettersi al lavoro non di avanzare rivendicazioni impraticabili».

Come valuta la ripartizione del debito greco fra i Paesi dell'Eurozona?
«E’ verissimo che il debito privato è stato trasformato in debito pubblico. Ma ciò non deve creare sconcerto. Si tratta di un’operazione virtuosa che ha voluto proteggere l’interesse dei privati in un momento in cui, era il biennio 2010-2011, non esisteva alcun meccanismo anti contagio. Se non fosse stata attivata questa strategia oggi non saremmo qui a parlare di euro. Aveva decisamente senso procedere in quel modo. Di più, era necessario per il bene di tutti». 

E’ vero che sono state avvantaggiate le banche tedesche e francesi mentre chi ci ha rimesso è l’Italia che è esposta per circa 40 miliardi di euro?
«Il costo dell’operazione è stato neutrale per la Germania, lievemente favorevole per l’economia francese, ma è innegabile che Italia e Spagna hanno stanziato più soldi pubblici rispetto alle esposizioni dei privati».

Quindi noi italiani ci abbiamo rimesso…
«Ritengo che nella logica dello stare insieme anche l’Italia abbia trovato una ragione di convenienza. E devo dire tutt’altro che secondaria. L’acquisto di debito pubblico da parte della Bce aiuta soprattutto noi italiani e non i tedeschi. E’ giusto riconoscerlo». 

La ripresa italiana con un più 0,7% del Pil previsto nel 2015 e un più 1,4 nel 2016 è in pericolo a causa della crisi greca?
«Direi di sì. Se la crisi greca non fosse controllata è lecito aspettarsi conseguenze molto spiacevoli per l'economia italiana: la crescita dello spread provocherà aumenti di finanziamento dovuti all’onere più elevato di debito pubblico e ci saranno meno risorse per varare le riforme. Condizioni di questo tipo sono in grado di compromettere la ripresa economica».

Tsipras ha ordinato la chiusura delle banche per sei giorni e ha indetto il referendum. Secondo gli analisti il popolo greco sarà chiamato a decidere fra l’uscita dall’euro e una nuova ondata di austerity. E’ una la lettura corretta?
«Se il popolo greco dovesse dare un segnale europeista l’effetto politico sarebbe immediato. E ciò indurrebbe l’attuale maggioranza di Atene a un cambio di indirizzo rispetto alla linea di contrapposizione seguita finora. I Paesi membri non potrebbero non tenerne conto. Sono certo che, qualora fosse questo lo scenario, Bruxelles farà concessioni importanti a partire da uno sconto rilevante del debito. Niente austerità, quindi, ma vantaggi concreti». 

In caso contrario?
«L’uscita della Grecia dall’euro sarebbe inevitabile».

Che cosa succederebbe se l’economia greca andasse in default?
«La chiusura delle banche produrrebbe una perdita rilevante dei depositi, sarebbe avviata una moneta parallela destinata a subire in brevissimo tempo una fortissima svalutazione, verrebbe meno il potere di acquisito per i prodotti di importazione, l’inflazione sarebbe fuori controllo. Si tratta di uno scenario drammatico che vale decine di punti di Pil. E tutto questo in un contesto che penalizza le categorie svantaggiate. I grandi patrimoni avrebbero già lasciato il Paese come peraltro sta avvenendo da tempo».

Eppure Tsipras è stato eletto con i voti della sinistra e dice di fare gli interessi della povera gente...
«Chiamiamolo il paradosso di Tsipras. Il premier greco si dichiara di sinistra ma rischia di scaricare sulla parte più debole della popolazione il suo comportamento avventato. Per i ricchi cambierebbe ben poco mentre per i poveri sarebbe una vera tragedia». 

Negli ultimi giorni si è verificato il tonfo della Borsa di Milano, lo spread è tornato a salire e il settore bancario è entrato in agitazione dal momento che ha in pancia una quantità enorme di titoli di stato. Che cosa stiamo rischiando?
«Un po’ di mal pancia in borsa, ma niente di più. Qualora gli exit poll del referendum dovessero dare i segnali di un voto favorevole all’euro, tutto rientrerebbe velocemente. L’acquisto da parte della Bce dei titoli del debito pubblico italiani coronerebbe il quadro all’insegna della sicurezza. Bisogna evitare gli isterismi e tenere i nervi saldi». 

Quale è oggi lo stato di salute dell’euro?
«Siamo in una fase di revisione. I meccanismi della moneta unica vanno modificati per accrescere l’unità e la solidarietà fiscale promuovendo una maggiore condivisione di responsabilità. L'Unione Europea dovrebbe dotarsi degli strumenti per avviare un programma di investimenti pubblici, un piano di garanzie contro la disoccupazione ed emissioni di debito comune. Ma tutto ciò allo stato attuale non sembra possibile». 

Eppure la relazione dei cinque presidenti sul rafforzamento dell’Unione economica e monetaria va proprio in questa direzione...
«Niente di concreto. E poi la scadenza temporale del 2017 è troppo lontana». 

Quale è la lezione che l’Eurozona può ricavare dalla crisi greca?
«Dobbiamo dire basta a una rigidità eccessiva. Le ricette politiche ed economiche non vanno imposte ma devono essere contrattate sulla base delle prerogative degli Stati. Finora abbiamo assistito a una sorta di moralismo punitivo che ha visto in prima linea i Paesi del Nord Europa. Il copione è noto: se non soffri abbastanza non sei degno di essere salvato. E’ la traduzione in campo economico dell’etica calvinista. Ma non può funzionare. Serve un approccio più razionalizzante. Non tutti i Paesi hanno percorsi e caratteristiche uguali. Soltanto riconoscendo la pluralità come valore autentico si può maturare la consapevolezza che stare insieme è un vantaggio per tutti».  

Ma l’Unione Europea e la moneta unica hanno ancora senso?
«Sono convinto di sì e basta un semplice dato per dimostrarlo. Preso singolarmente, da qui a 15 anni, nessun Paese europeo farebbe parte del G7. Il valore del Pil non sarebbe sufficiente. I destini del mondo sono cambiati. Per il modello economico, politico e sociale che l’Unione Europea incarna e vuole continuare ad incarnare c’è una sola chance: stare insieme. Ma per riuscirci è indispensabile cambiare il prima possibile». 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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