INTEGRAZIONE LONTANA | 16 Dicembre 2014

Turchia in Europa? No, grazie

Giornalisti arrestati, Bruxelles condanna il blitz della polizia turca. E il presidente Erdogan risponde piccato: «L’Ue si faccia gli affari suoi». Ma cosa c’entra la Turchia con l’Europa?

di LUCA PIACENTINI

Ci risiamo. Sparate pubbliche da stato etico contro le donne, trasferimenti di massa di magistrati e poliziotti, arresti di giornalisti. Ad ogni giro di vite del governo turco in materia di costumi e rapporti con l’opposizione, l’interrogativo torna spontaneo (e legittimo): che cosa c’entra la Turchia con l’Europa? 

Poche ore dopo il blitz della polizia contro politici e giornalisti sospettati di tramare nell’ombra contro lo stato, Bruxelles e Washington hanno reagito condannando l’azione delle autorità turche. 

L’antiterrorismo ha compiuto un intervento su larga scala. E’ intervenuta in tredici città della penisola anatolica. Nel mirino sono finiti giornalisti di Zaman, il principale quotidiano che si oppone al presidente Recep Tayyp Erdogan, e dell’emittente televisiva Samanyolu. Entrambi gli organi di informazione sono considerati vicini a Fetullah Gulen, imam rifugiato all’estero e acerrimo nemico del presidente turco. L’agenzia di stampa Anadolu riferisce che l’accusa più grave nei confronti degli indagati (si tratterebbe in tutto di 32 persone), è di avere creato una rete criminale per «attentare alla sovranità dello Stato». 

Il giornale Zaman è considerato vicino al movimento Hizmet, che gli alleati di Erdogan considerano una specie di “stato ombra” che mira a rovesciare le istituzioni. Sono i medesimi sospetti usati sul fronte amministrativo per trasferire centinaia di poliziotti e magistrati lo scorso dicembre e sul piano legislativo per introdurre restrizioni nei confronti del potere giudiziario. 

In una nota congiunta, Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, e il commissario alla Politica di vicinato Johannes Hahn, affermano che gli arresti dei giornalisti «vanno contro i valori europei e gli standard a cui la Turchia aspira di fare parte», sono «incompatibili con la libertà di stampa, che è il fondamento della democrazia». Il comunicato sottolinea che «la libertà di stampa, processi giusti e un sistema giudiziario indipendente sono elementi chiave in ogni democrazia». 

«Come alleati e amici della Turchia - recita la nota - chiediamo alle autorità turche di assicurare che le loro azioni non violino questi valori chiave e le fondamenta democratiche del paese», mentre «ogni ulteriore passo verso l’adesione di un Paese candidato dipende dal pieno rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali».

A parte il fatto che Erdogan ha risposto alle critiche senza tanti giri di parole «l’Ue si faccia gli affari suoi», restano seri dubbi sulle vere intenzioni del leader turco circa la volontà di integrazione nell’Unione Europea. Anche perché, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sulle cronache internazionali il governo turco non si distingue certo per tolleranza, promozione dei diritti fondamentali, reciprocità religiosa e rispetto della laicità dello stato. 

Ci chiediamo, ad esempio, se il recente trasferimento di massa di 2.500 giudici e procuratori accusati di essere vicini al movimento Hizmet sia classificabile tra i provvedimenti tipici in uno «Stato di diritto» e sia prova dell’equilibrio tra i poteri essenziale alle democrazie occidentali; oppure se siano un modello di rispetto «dei diritti umani» le esternazioni contro il consumismo fatte dal vice premier Bulent Arinc alcuni mesi fa in occasione della festa conclusiva del Ramadan, quando l’esponente del governo usò parole dure contro chi possiede troppe auto, demonizzò la tv (colpevole di trasformare gli adolescenti in «drogati del sesso») e si lanciò in una reprimenda sugli atteggiamenti moralmente adatti alla donna, che «non dovrebbe ridere in pubblico». 

Ma forse, la domanda vera è un’altra. E va oltre i singoli episodi che pure rappresentano gravi indizi della distanza insanabile tra Turchia ed Europa. E’ giusto puntare sull’integrazione economica Ue quando la distanza culturale è, e resta, siderale?

A riguardo torna attuale la riflessione che Joseph Ratzinger affidò ad un’intervista rilasciata nel 2004 al quotidiano francese Le Figaro. L’allora cardinale tedesco parlava di un inspiegabile «odio dell’Europa contro se stessa e contro la sua grande storia», un’Europa che ha perso l’occasione di creare unità culturale a partire dalle radici cristiane. 

Così il sociologo delle religioni Massimo Introvigne riporta il pensiero di Ratzinger: «Se si pensa l'Europa come “continente culturale” allora, aggiunge il cardinale, “la Turchia ha sempre rappresentato un altro continente”, “in contrasto permanente con l'Europa”. “Identificare i due continenti sarebbe un errore: si tratterebbe della perdita di una ricchezza, della sparizione dell'elemento culturale a vantaggio di quello economico”. Certo, se fosse possibile rimontare dal progetto di “continente economico” a quello di “continente culturale”, ci sarebbero ragioni per sostenere che la Turchia non ne fa parte, e con i turchi non si potrebbe andare al di là di quelle relazioni di “collaborazione stretta e amichevole” che il cardinale Ratzinger del resto prospetta».

D'altronde portare in Europa la Turchia significherebbe lasciare entrare nell’Ue 75 milioni di persone, uno stato che avrebbe praticamente il peso politico della Germania. Non solo. La Turchia ha una crescita demografica impetuosa ed è quasi totalmente musulmana, e «potrebbe, in base alla libera circolazione di Schengen - mette in guardia il politologo Gianfranco Morra su Italiaoggi - riempire di suoi lavoratori tutti i paesi europei». 

Morra sottolinea che «l’accentuazione dell’integralismo islamico da parte di Erdogan allontana di certo l’ingresso in Europa» e riprende il significato storico della presenza turca nel continente europeo, nei confronti del quale ha rappresentato un pericolo per sette secoli. «Difficile pensare - afferma lo studioso - che questa lunga tradizione islamica non abbia lasciato i suoi segni, soprattutto quando il nuovo presidente la rivaluta e la ripropone. L'Europa ha il dovere, con trattati e alleanze, di stabilire rapporti di pace e collaborazione con la Turchia. Quanto al suo ingresso nella Ue, è altra cosa».

 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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