MERKEL RINGRAZIA | 24 Dicembre 2016

Ucciso Amri, italiani migliori dei tedeschi

Uccisione Amri, italiani migliori dei tedeschi. Ma con l’immigrazione cresce il rischio terrorismo. Ora la Merkel dimostri la sua riconoscenza e passi dalle parole ai fatti. Chiuda le frontiere e rinunci alla ‘primazia’ in Europa

di ROBERTO BETTINELLI

E alla fine, a risolvere i problemi di Angela Merkel e della Germania, ci hanno pensato gli italiani. Indebitati, ‘mafiosi’, mangiaspaghetti, inaffidabili quanto si vuole ma al momento opportuno efficaci come i più blasonati tedeschi e i francesi non hanno saputo essere. 

 

Anis Amri, il tunisino 24enne responsabile della strage dei mercatini di Natale a Berlino, dopo aver preso un treno che l’ha portato a Chambery in Francia e da qui a Milano via Torino, è stato freddato da un poliziotto italiano nei pressi della stazione di Sesto San Giovanni.

 

Amri è stato il primo a fare fuoco durante un normale controllo notturno. Nella sparatoria un agente è rimasto ferito. Il collega, nonostante fosse ancora in prova, ha fatto il giro dell’auto di pattuglia e ha ucciso il terrorista che si era accucciato dietro la volante. Un istante dopo il nemico pubblico numero uno delle polizie europee, autore del massacro di 12 innocenti e del ferimento di quasi 50 persone, era morto. Neutralizzato. Per sempre. 

 

Un segnale maggiore di efficienza da parte delle forze dell’ordine italiane non ci poteva essere. Amri da anni viveva in clandestinità frequentando moschee e Imam radicali in Germania. Dopo l’attentato è tornato nella moschea di Moabit, a pochi chilometri dal luogo della strage, nei pressi di un commissariato di polizia. Un luogo che avrebbe dovuto brulicare di agenti, vista la dinamica di un assalto immediatamente riconducibile alle modalità di azione dell’Isis, e che invece era totalmente sguarnito.  

 

La storia di Amri richiama gli avvenimenti di Molenbeek, il quartiere islamico di Bruxelles, dove una cellula fedele all’Isis ha potuto armarsi, organizzarsi, pianificare ed essere protetta da una coltre di silenzio e omertà della comunità locale. 

 

Il fatto che il tunisino, dopo la strage di Berlino, abbia potuto muoversi liberamente nella città, fare tappa alla moschea di Moabit, andare in stazione e prendere un treno che l’ha portato in Francia, salire su un altro convoglio per raggiungere indisturbato l’Italia dove avrebbe potuto colpire ancora, ha dell’incredibile. 

 

E’ il segno che la tanto sbandierata collaborazione fra le polizie europee non esiste. L’unità di azioni e di intenti fra i Paesi partner, anche sotto questo punto di vista, brilla per la sua assenza. Ma soprattutto, al netto di un fallito e forse mai cercato coordinamento, è emersa la drammatica incapacità della polizia tedesca che non si è dimostrata all’altezza della situazione lasciando scorrazzare, libero e armato, un terrorista dell’Isis. Un giudizio negativo che non può non coinvolgere gli stessi colleghi francesi, già in passato protagonisti della clamorosa fuga di Salah Abdeslam dopo gli attentati di Parigi, capace di superare ben tre posti di blocco. Errori clamorosi che non possono essere imputati, fortunatamente, alla polizia italiana. 

 

Una storia comune, quella di Amri, che dimostra come tra i fenomeni dell’immigrazione e del terrorismo esista un nesso forte e inequivocabile. Il fratello Abdelkader ha descritto il killer come «un perdigiorno» che, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di prendere la via del mare. Sbarcato in Italia, si è subito distinto per aver partecipato alla rivolta dei tunisini che diede alle fiamme il centro di accoglienza di Lampedusa. Rinchiuso all’Ucciardone e in altre città siciliane, ha aggredito un detenuto cristiano con la minaccia «ti taglio la testa». Segno indiscutibile della sua radicalizzazione. Nelle informative delle forze dell’ordine il giovane nordafricano era descritto come un soggetto «rispettoso dei precetti religiosi islamici». Terminata la permanenza in carcere, ha iniziato un disperato peregrinare che l’ha condotto in Germania dove ha chiesto vanamente lo status di rifugiato mentre le istituzioni tedesche hanno tentato senza riuscirci di rimpatriarlo nel Paese d’origine. Una vita di espedienti, da autentico fantasma, ma certamente a contatto con le comunità islamiche tedesche, fino all’adesione esplicita alla causa del Califfato e alla decisione di sequestrare l’autista polacco al volante del tir che ha provocato la strage il 19 dicembre. 

 

Amri era un delinquente prima dello sbarco ed ha continuato ad esserlo dopo l’approdo sulle coste europee. Un periodo in cui, complice la vita di stenti e priva di prospettive, è nato l’odio alimentato dalla folle idea di diventare un eroe del Daesh sacrificando la propria vita in nome di Allah. 

 

Stupisce molto che il fratello si sia detto incredulo davanti alla misera fine di Amri, rivelando che nella comunità dove è cresciuto una buona metà degli abitanti è convinta che al 24enne sia stata attribuita la colpa dell’attentato per individuare un colpevole a tutti i costi. Insomma, invece di chiedere scusa per aver esportato un assassino o dimostrarsi grati per tutti i connazionali che vengono quotidianamente salvati, nutriti, assistiti dall’Italia e dall’Europa, hanno reagito indegnamente fornendo alibi e protezione. Dovrebbero essere ripagati all’istante con il blocco navale che rappresenta la sola e unica soluzione contro gli sbarchi, disinnescando alla radice il pericolo di accogliere altri Amri in futuro. 

 

La regola è semplice. Considerati i pochi mezzi materiali a disposizione dell’Europa ai fini di un’integrazione di massa, più si spalancano le frontiere ai migranti e più aumenta il rischio di tirarsi in casa i terroristi. 

 

Una lezione che non deve spingersi fino a rifiutare il ‘grazie’ di Angela Merkel, massima artefice di una libero via vai che sta minando la sicurezza continentale. Ma di certo deve condurre alla consapevolezza che le parole, ormai, non bastano più. Se la cancelliera tedesca vuole davvero mostrarsi riconoscente con l’Italia la smetta con la politica delle porte aperte. E, almeno, abbia la coerenza di destinare l’equivalente dei tre miliardi di euro concessi alla Turchia per interrompere il travaso della rotta balcanica al nostro Paese che, insieme alla Grecia, subisce il costo maggiore dei flussi migratori. Che la Merkel sia capace di fare i propri interessi è indubbio. Prova ne è il via libera al raddoppio del gasdotto con la Russia mentre l’Unione Europea ha bocciato South Stream che avrebbe recato benefici enormi ai Paesi del Mediterraneo. Gli italiani, d’altronde, hanno sempre dimostrato grande generosità verso Berlino. Nel ’53 il governo di Alcide De Gasperi ha rinunciato ad incassare i debiti di guerra della Germania insieme ad altri venti Paesi. Il patto, siglato a Londra, consentì ai tedeschi di dimezzare una cifra che avrebbe portato al secondo default dopo la bancarotta del ’23. La stessa cosa accadde dopo l’unificazione nel ’90 quando Kohl chiese di non saldare l’intera somma. Anche in quel caso l’Italia lasciò correre aiutando la Germania che, altrimenti, avrebbe assistito alla rovina dell’agognata unità. 

 

Invece di sottoporci a continue accuse per il debito più alto del continente, dimenticando che siamo la seconda manifattura e vantiamo il primato del risparmio privato, la Germania dovrebbe ringraziare l’Italia senza retorica e passare, una volta tanto, dalle parole ai fatti. Il che sta a significare che urge la discontinuità in tre ambiti essenziali. Basta con la politica dell’austerità senza giustizia sociale imponendo bilanci che servono a costruire un super euro a spese della tenuta interna dei sistemi economici, basta con la politica delle porte aperte che fa incetta di terroristi e soprattutto basta con la politica di primazia della Germania che, quando si esula dai tecnicismi della finanza e del debito sovrano, non ha alcuna giustificazione. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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